Il Maestro e Margherita (fb2)
- Il Maestro e Margherita [it] (пер. Vera Dridso) 926K (скачать fb2) - Михаил Афанасьевич Булгаков - Vera DridsoMikhail Bulgakov Il Maestro e Margherita
…Dunque tu chi sei?
Una parte di quella forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene.
GOETHE, Faust.
Traduzione di Vera Dridso.
LIBRO PRIMO
CAPITOLO PRIMO Non parlare mai con sconosciuti
Nell’ora di un tramonto primaverile insolitamente caldo apparvero presso gli stagni Patriarscie due persone. Il primo — che indossava un completo grigio estivo — era di bassa statura, scuro di carnagione, ben nutrito, calvo; teneva in mano una dignitosa lobbietta, e il suo volto, rasato con cura, era adorno di un paio di occhiali smisurati con una montatura nera di corno. Il secondo — un giovanotto dalle spalle larghe, coi capelli rossicci arruffati e un berretto a quadri buttato sulla nuca — indossava una camicia scozzese, pantaloni bianchi spiegazzati e un paio di mocassini neri.
Il primo altri non era che Michail Aleksandrovič Berlioz, direttore di una rivista letteraria e presidente di una delle piú importanti associazioni letterarie moscovite, denominata per brevità MASSOLIT;[1] il suo giovane accompagnatore era il poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv, che scriveva sotto lo pseudonimo Bezdomnyj.[2] Giunti all’ombra dei tigli che cominciavano allora a verdeggiare, gli scrittori si precipitarono per prima cosa verso un chiosco dipinto a colori vivaci, che portava la scritta «Birra e bibite».
Ma conviene rilevare la prima stranezza di quella spaventosa serata di maggio. Non solo presso il chiosco, ma in tutto il viale, parallelo alla via Malaja Bronnaja, non c’era anima viva. In un’ora in cui sembrava mancasse la forza di respirare, quando il sole che aveva arroventato Mosca sprofondava oltre la circonvallazione Sadovoe in una secca bruma, nessuno era venuto sotto l’ombra dei tigli, nessuno sedeva sulle panchine, deserto era il viale.
— Mi dia dell’acqua minerale, — disse Berlioz.
— Non ce n’è, — rispose la donna del chiosco e, chi sa perché, prese un’aria offesa.
— Ha della birra? — chiese con voce rauca Bezdomnyj.
— La devono portare stasera, — rispose la donna.
— Che cos’ha? — chiese Berlioz.
— Succo d’albicocca, ma non è fresco, — disse la donna.
— Ce lo dia lo stesso!…
Il succo formò un’abbondante schiuma gialla, e nell’aria si diffuse un odore di bottega di barbiere. Toltasi la sete, i letterati, presi da un improvviso singhiozzo, pagarono e si sedettero su una panchina di fronte allo stagno, voltando le spalle alla Bronnaja. Qui successe una seconda stranezza, che riguardava soltanto Berlioz. A un tratto egli smise di singhiozzare il suo cuore diede un forte battito, per un attimo non si sentí piú, poi riprese, ma trafitto da un ago spuntato. Inoltre, Berlioz fu preso da un terrore immotivato, ma cosí potente che gli venne voglia di correre via senza voltarsi dagli stagni Patriarscie. Si guardò in giro angosciato, non comprendendo che cosa avesse potuto spaventarlo tanto. Impallidí, si asciugò la fronte col fazzoletto pensò: «Che cos’ho? Non mi era mai successo! Il cuore mi fa degli scherzi… Mi sono affaticato troppo… Forse è il momento di mandare al diavolo tutto quanto e di andarmi a riposare a Kislovodsk…»
A questo punto l’aria torrida gli si infittí davanti, e da essa si formò un diafano personaggio dall’aspetto assai strano. Un berretto da fantino sulla piccola testa, una giacca a quadretti striminzita, anch’essa fatta d’aria… Un personaggio alto piú di due metri, ma stretto di spalle, magro fino all’inverosimile, e dalla faccia — prego notarlo — beffarda. La vita di Berlioz era cosí fatta che agli avvenimenti straordinari egli non era abituato. Impallidendo ancora di piú, spalancò gli occhi e pensò sconcertato: «Non è possibile!…»
Ma, ahimè, era possibile, e lo spilungone, attraverso il quale passava lo sguardo, oscillava davanti a lui senza toccare la terra.
Allora il terrore s’impadroní a tal punto di Berlioz che egli chiuse gli occhi. Quando li riaprí, vide che tutto era finito, il miraggio si era dissolto, l’uomo a quadretti era sparito, e insieme l’ago spuntato gli era uscito dal cuore.
— Accidenti, che diavolo! — esclamò il direttore. — Lo sai, Ivan, c’è mancato poco che mi venisse un colpo per il caldo! Ho avuto perfino una specie di allucinazione… — tentò di ridacchiare, ma negli occhi gli ballava ancora l’inquietudine e le mani tremavano. Però a poco a poco si calmò, si fece aria col fazzoletto, e proferendo con una certa baldanza: — Be’, allora… — riprese il discorso che era stato interrotto dal succo di albicocca.
Questo discorso, come si seppe in seguito, riguardava Gesú Cristo. Infatti, il direttore aveva commissionato al poeta, per il prossimo numero della rivista, un grande poema antireligioso. Poema che Ivan Nikolaevič aveva composto, e in brevissimo tempo, ma purtroppo senza minimamente soddisfare il direttore. Bezdomnyj aveva tratteggiato il personaggio principale del suo poema, cioè Gesú, a tinte molto fosche, eppure tutto il poema, secondo il direttore, andava rifatto di sana pianta. Ed ecco che il direttore stava tenendo una specie di conferenza su Gesú, allo scopo di sottolineare il principale errore del poeta.
È difficile dire che cosa avesse sviato Ivan Nikolaevič se la potenza figurativa del suo ingegno o l’ignoranza totale del problema che si accingeva a trattare, fatto sta che il suo era un Gesú del tutto vivo, un Gesú che un tempo aveva avuto una sua esistenza anche se, a dire il vero, era un Gesú fornito di tutta una serie di attributi negativi. Berlioz invece voleva dimostrare al poeta che l’importante non era la bontà o meno di Gesú, ma il fatto che Gesú in quanto persona non era mai esistito, e che tutti i racconti su di lui erano pure invenzioni e banalissimi miti. Occorre notare che il direttore era un uomo di vaste letture, e con gran perizia nel suo discorso si rifaceva agli storici antichi, al celebre Filone d’Alessandria ad esempio, e a Giuseppe Flavio, uomo di splendida cultura, che non avevano mai fatto la menoma menzione dell’esistenza di Gesú. Dando prova d’una robusta erudizione, Michail Aleksandrovič comunicò tra l’altro al poeta che quel passo del libro decimoquinto, capitolo 44, dei celebri Annali di Tacito, dove si parla della morte di Gesú, era un’interpolazione apocrifa molto posteriore.
Il poeta, per il quale tutto ciò che gli veniva comunicato era una novità assoluta, ascoltava il direttore con attenzione, fissandolo coi suoi vivaci occhi verdi e solo a tratti emetteva un singhiozzo, imprecando sommessamente contro il succo di albicocca.
— Non esiste una sola religione orientale, — diceva Berlioz, — in cui manchi, di regola, una vergine immacolata che metta al mondo un dio. E i cristiani, senza inventare nulla di nuovo, crearono cosí il loro Gesú, che in realtà non è mai esistito. E questo il punto sul quale devi insistere…
L’alta voce tenorile di Berlioz si diffondeva nel viale deserto, e a mano a mano che Michail Aleksandrovič penetrava in un labirinto in cui solo una persona coltissima può penetrare senza correre il rischio di rompersi il collo, il poeta veniva a scoprire un numero sempre maggiore di cose interessanti e utili sull’egizio Osiride, dio benevolo e figlio del Cielo e della Terra, su Tammuz, dio fenicio, su Marduk, e perfino su un dio meno noto, ma terribile, Huitzilopochtli, un tempo molto venerato dagli aztechi del Messico. Ma proprio nel momento in cui Michail Aleksandrovič raccontava al poeta che gli aztechi foggiavano con pasta lievitata una figurina di Huitzilopochtli, nel viale apparve la prima persona.
In seguito — quando, a dire il vero, era ormai troppo tardi — vari uffici fecero il loro rapporto con la descrizione di quella persona. Il loro confronto non può non provocare stupore. Infatti, il primo rapporto affermava che l’uomo era di bassa statura, aveva denti d’oro e zoppicava dalla gamba destra. Il secondo, che l’uomo era di statura gigantesca, aveva ai denti capsule di platino e zoppicava dalla gamba sinistra. Il terzo comunicava laconicamente che l’uomo non presentava alcun contrassegno particolare. Bisogna confessare che nessuno dei rapporti aveva il minimo valore.
Anzitutto: il personaggio descritto non zoppicava da nessuna gamba, e la sua statura non era né bassa, né gigantesca, ma solo alta. Quanto ai denti, a sinistra aveva capsule di platino, a destra d’oro. Indossava un vestito grigio costoso, e scarpe straniere del colore del vestito. Portava un berretto grigio sulle ventitré, sotto l’ascella aveva una canna nera, con un pomo nero a forma di testa di can barbone. Dimostrava una quarantina d’anni. La bocca storta. Ben rasato. Bruno. L’occhio destro nero, quello sinistro, stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una piú alta dell’altra. In poche parole, un forestiero.
Passando vicino alla panchina su cui sedevano il direttore e il poeta, il forestiero lanciò loro un’occhiata, si fermò, e all’improvviso si sedette sulla panchina accanto, a due passi dagli amici.
«Un tedesco…», pensò Berlioz. «Un inglese… — pensò Bezdomnyj, — guarda, non ha caldo con quei guanti!»
Il forestiero intanto gettò uno sguardo alle alte case che formavano un quadrato attorno allo stagno, e diventò manifesto che vedeva quel luogo per la prima volta e ne era interessato. Soffermò lo sguardo sui piani superiori, i cui vetri riflettevano, abbaglianti, il sole frantumato che abbandonava per sempre Michail Aleksandrovič, poi guardò in giú, dove i vetri si incupivano alle prime ombre del crepuscolo, ridacchiò con condiscendenza, socchiuse gli occhi, pose le mani sul pomo della canna, e il mento sulle mani.
— Tu, Ivan, — diceva Berlioz, — hai dato un bel quadro satirico, ad esempio, della nascita di Gesú, il figlio di dio Ma il fatto è che prima di Gesú era nata tutta una serie di figli di dio, come, diciamo, l’Adone fenicio, l’Atti frigio, il Mitra persiano. Insomma, nessuno di loro è mai nato né esistito, neppure Gesú, ed è necessario che tu, invece di raffigurare la nascita oppure, diciamo, l’arrivo dei re magi metta in evidenza le assurde dicerie su questo evento. Se no, da quello che hai scritto, sembra che sia nato per davvero!…
In quel mentre Bezdomnyj, trattenendo il respiro, tentò di far cessare il singhiozzo che lo tormentava, perciò gli venne un singulto ancora piú tormentoso e forte, e nello stesso istante Berlioz interruppe il suo discorso perché il forestiero si era alzato all’improvviso e si era diretto verso i due scrittori. Questi lo guardarono sorpresi.
— Vogliano scusarmi, — disse egli con accento straniero ma senza storpiare le parole, — se io, pur non conoscendoli, mi permetto… ma l’argomento della loro dotta conversazione è talmente interessante che…
Qui si tolse urbanamente il berretto, e agli amici non rimase altro da fare che alzarsi e salutare.
«No, è piuttosto francese…», pensò Berlioz.
«Un polacco?…», pensò Bezdomnyj.
Si deve aggiungere che sin dalle prime parole il forestiero aveva prodotto una pessima impressione sul poeta mentre a Berlioz era andato piuttosto a genio, cioè, non che gli fosse andato a genio ma, come dire… lo aveva incuriosito.
— Posso sedermi? — chiese gentilmente, gli amici si scostarono meccanicamente, il forestiero si sedette svelto tra loro ed entrò subito nella conversazione. — Se non ho sentito male, lei stava dicendo che Gesú non è mai esistito — disse volgendo verso Berlioz il suo occhio sinistro verde.
— No, ha sentito benissimo, — rispose con cortesia Berlioz, — stavo proprio dicendo questo.
— Oh, com’è interessante! — esclamò il forestiero.
«Che diavolo vuole costui?», pensò Bezdomnyj e aggrottò la fronte.
— E lei era d’accordo col suo interlocutore? — s’informò lo sconosciuto volgendosi a destra verso Bezdomnyj.
— Al cento per cento! — confermò questi, che amava esprimersi in modo metaforico e ricercato.
— Stupefacente! — esclamò l’inatteso interlocutore, e, gettata intorno un’occhiata furtiva, e smorzando la voce già bassa, disse: — Vogliano scusare la mia insistenza, ma mi sembra di aver capito che, oltre tutto, loro non credono in dio — . I suoi occhi presero un’espressione spaventata, ed egli aggiunse: — Giuro che non lo dirò a nessuno!
— Infatti, non crediamo in dio, — rispose Berlioz, sorridendo lievemente del timore del turista straniero, — ma di questo si può parlare con la massima libertà.
Il forestiero si appoggiò allo schienale della panchina, e chiese, quasi stridulo di curiosità:
— Loro sono atei?
— Sí, siamo atei, — rispose Berlioz sorridendo, mentre Bezdomnyj pensava arrabbiato: «Che rompiscatole, questo straniero!»
— Ma che bellezza! — esclamò il sorprendente forestiero e cominciò a girare la testa di qua e di là guardando ora l’uno ora l’altro letterato.
— Nel nostro paese, l’ateismo non stupisce nessuno, disse Berlioz con diplomatica cortesia. — Da tempo la maggior parte della nostra popolazione ha consapevolmente smesso di credere alle fandonie su dio.
A questo punto lo straniero ebbe questa uscita: si alzò e strinse la mano allo stupito direttore, proferendo queste parole:
— Mi permetta di ringraziarla di tutto cuore!
— Perché lo ringrazia? — chiese Bezdomnyj sbattendo le palpebre.
— Per un’importantissima informazione che per me, viaggiatore, è del massimo interesse, — spiegò lo strambo forestiero alzando un dito con fare significativo.
L’importante informazione doveva aver impressionato molto il viaggiatore, perché lanciò tutt’intorno un’occhiata spaurita alle case come se temesse di vedere un ateo ad ogni finestra.
«No, non è inglese», pensò Berlioz, mentre Bezdomnyj pensava: «Dove avrà imparato il russo cosí bene, lo vorrei proprio sapere», e aggrottò di nuovo la fronte.
— Mi permetta di domandarle, — riprese l’ospite dopo una preoccupata riflessione, — che ne fa delle prove dell’esistenza di dio, le quali, come è noto, sono esattamente cinque?
— Ohimè, — rispose Berlioz con commiserazione, — nessuna di queste dimostrazioni vale un soldo, e da tempo l’umanità le ha messe in archivio. Deve convenire che nella sfera della ragione non ci può essere alcuna prova dell’esistenza di dio.
— Bravo! — esclamò lo straniero, — bravo! Lei ha ripetuto per intero il pensiero del vecchio irrequieto Immanuel. Ma guardi la stranezza: egli distrusse fino in fondo le cinque prove, ma poi, come per dar la baia a se stesso, ne ha costruito proprio lui una sesta.
— Anche la prova di Kant, — replicò con un fine sorriso il colto direttore, — non è convincente. Non per nulla Schiller diceva che le disquisizioni kantiane su questo argomento possono soddisfare solo degli schiavi, mentre Strauss si limitava a deriderla.
Berlioz parlava, ma nello stesso tempo pensava: «Ma chi può essere questo tipo? E come fa a parlare cosí bene il russo?»
— Bisognerebbe prendere questo Kant e spedirlo per un paio di annetti a Solovki![3] — sparò Ivan Nikolaevič in modo del tutto inaspettato.
— Ivan! — sussurrò confuso Berlioz.
Però la proposta di deportare Kant a Solovki non solo non sorprese il forestiero, ma anzi lo entusiasmò.
— Giusto, giusto, — gridò, e il suo occhio sinistro verde, volto verso Berlioz, cominciò a brillare. — È proprio il posto che farebbe per lui! Glielo dicevo quella volta a colazione: «Lei, professore, mi scusi tanto, ha escogitato qualcosa d’incoerente. Magari sarà una cosa acuta, ma non si capisce proprio nulla. La prenderanno in giro».
Berlioz spalancò gli occhi. «A colazione… con Kant?…Che assurdità sta dicendo?», pensò.
— Però, — continuava lo straniero, per nulla turbato dallo stupore di Berlioz, e rivolgendosi al poeta, — non è possibile spedirlo a Solovki per il semplice motivo che da oltre cento anni egli si trova in luoghi assai piú remoti, e trarlo di là è assolutamente impossibile, glielo assicuro.
— Peccato! — replicò il poeta attaccabrighe.
— È proprio un peccato, — confermò lo sconosciuto facendo brillare l’occhio, e continuò: — Ma ecco il problema che mi preoccupa: se dio non esiste, chi dirige la vita umana e tutto l’ordine sulla terra?
— È l’uomo che dirige, — si affrettò a rispondere irritato Bezdomnyj a questa domanda che, bisogna riconoscerlo, non era molto chiara.
— Mi perdoni, — replicò con dolcezza lo sconosciuto, per dirigere bisogna avere un piano esatto per un periodo abbastanza lungo. Mi permetta perciò di chiederle come può l’uomo dirigere, se non solo gli manca la possibilità di fare un piano perfino per un periodo ridicolmente breve, come, diciamo, un millennio, ma non è neppure in grado di rispondere del proprio domani!
— Del resto, — qui lo sconosciuto si voltò verso Berlioz, — immagini che lei si metta a dirigere, a disporre di sé e degli altri, che cominci, come dire, a prenderci gusto, ma a un tratto lei scopre di avere, he… he… un sarcoma al polmone — Qui lo sconosciuto sorrise dolcemente, come se il pensiero di un sarcoma al polmone gli facesse piacere, sí, un sarcoma… — ripeté questa sonora parola socchiudendo gli occhi come un gatto, — e la sua attività direttiva è bell’e finita!
— Nessun destino, eccetto il proprio, la interessa piú. I parenti cominciano a mentirle. Lei, sentendo che c’è qualcosa che non va, si precipita dai migliori medici, poi dai ciarlatani, e magari dalle chiromanti. Sia la prima cosa che la seconda e la terza sono, lei capisce, assolutamente insensate. E tutto finisce in modo tragico: colui che, ancora poco fa, credeva di dirigere qualcosa, è steso immobile in una cassa di legno, e le persone circostanti, comprendendo che dal defunto non si cava piú alcun costrutto, lo cremano in un forno.
— Ma succede anche di peggio: uno magari ha appena deciso di andare a Kislovodsk, — qui il forestiero guardò Berlioz strizzando gli occhi, — una cosuccia da nulla, si direbbe, ma non riesce a fare neppure quella, perché scivola e va a finire sotto un tram! Non mi vorrà mica dire che è stato lui a dirigere se stesso in quel modo! Non sarebbe piú giusto pensare che è stato qualcun altro a dirigerlo cosí? Qui lo sconosciuto emise una strana risatina.
Berlioz aveva ascoltato con grande attenzione lo sgradevole racconto sul sarcoma e sul tram, e certi pensieri allarmanti cominciavano a tormentarlo. «Non è un forestiero… non è un forestiero… — pensava, — è un tipo stranissimo… ma insomma chi mai può essere?…»
— Vedo che lei ha voglia di fumare, — disse a un tratto lo sconosciuto a Bezdomnyj. — Che sigarette preferisce?
— Perché, ne ha di diversi tipi? — chiese cupo il poeta che aveva terminato le sue.
— Quali preferisce? — ripeté lo sconosciuto.
— Be’, La Nostra Marca, — rispose con astio Bezdomnyi.
Lo sconosciuto tirò immediatamente fuori dalla tasca un portasigarette e lo porse a Bezdomnyj.
— La Nostra Marca.
Sia il direttore sia il poeta furono sbalorditi non tanto dal fatto che nel portasigarette vi fosse proprio La Nostra Marca quanto dal portasigarette stesso. Era enorme, d’oro massiccio, e quando venne aperto, sul suo coperchio scintillò d’un fuoco bianco e azzurro un triangolo di brillanti.
Qui i letterati ebbero pensieri differenti. Berlioz: «No è uno straniero!», e Bezdomnyj: «Il diavolo se lo porti. Che roba!…»
Il poeta e il proprietario del portasigarette cominciarono a fumare, mentre Berlioz, che non era un fumatore, rifiutò.
«Bisognerà rispondergli cosí, — decise Berlioz, — sí, l’uomo è mortale, nessuno lo mette in dubbio. Ma il fatto è che…»
Però non fece in tempo a pronunciare queste parole che lo straniero riprese a parlare:
— Sí, l’uomo è mortale, ma questa sarebbe solo una mezza disgrazia. Il brutto è che a volte muore all’improvviso, è questo il guaio! E in genere non è in grado di dire che cosa farà stasera.
«Che modo assurdo d’impostare il problema…», penso Berlioz e obiettò:
— Via, adesso lei sta esagerando. So piú o meno esattamente che cosa farò stasera. Naturalmente, se mentre passo per la Bronnaja mi cade una tegola in testa…
— Una tegola, — lo interruppe gravemente lo sconosciuto, — non cadrà mai in testa a nessuno cosí, senza una ragione. In particolare, posso assicurarle che lei non corre affatto questo rischio. Lei morirà di un’altra morte.
— Forse lei sa di quale, — s’informò Berlioz con un’ironia perfettamente naturale, lasciandosi trascinare in un conversazione veramente assurda, — e me lo vorrà dire?
— Volentieri, — replicò lo sconosciuto. Misurò Berlioz con lo sguardo, come se si accingesse a fargli un vestito, borbottò tra i denti qualcosa come: «Uno, due… Mercurio è nella seconda casa… la luna ne è uscita… sei: disgrazia… sera: sette…» e annunciò con voce forte e gioiosa: — Le taglieranno la testa!
Con astio e stupore Bezdomnyj spalancò gli occhi sul disinvolto sconosciuto, mentre Berlioz chiese con un sorriso forzato:
— Chi, per la precisione? Nemici? Invasori?
— No, — rispose l’interlocutore, — una donna russa, un membro della Gioventú comunista.
— Hm… — mugolò Berlioz, irritato dallo scherzetto dello sconosciuto, — scusi, sa, ma è poco verosimile.
— Mi scusi lei, — rispose il forestiero, — ma è proprio cosí. Ah già, le volevo chiedere che cosa fa stasera, se non è un segreto?
— Non lo è. Adesso vado un momento a casa, sulla Sadovaja, poi alle dieci ci sarà una seduta al MASSOLIT, e io la presiederò.
— No, questo non è assolutamente possibile, — rispose con fermezza il forestiero.
— Perché?
— Perché, — rispose l’altro, e con gli occhi socchiusi guardò il cielo dove, presentendo la frescura della sera, uccelli neri sfrecciavano in silenzio, — Annuška ha già comprato l’olio di girasole, e non solo l’ha comprato, ma l’ha anche rovesciato. Perciò la seduta non avrà luogo.
È chiaro che a questo punto sotto i tigli subentrò il silenzio.
— Scusi, — disse dopo una pausa Berlioz, guardando il forestiero che stava sragionando, — che c’entra l’olio di girasole?… e di quale Annuška sta parlando?
— Ecco come c’entra l’olio di girasole, — prese a dire Bezdomnyj, che aveva evidentemente deciso di dichiarare guerra al non richiesto interlocutore. — Non è mai stato, per caso, in una casa di cura per malati di mente?
— Ivan!… — esclamò a bassa voce Michail Aleksandrovič.
Ma il forestiero non si offese affatto e scoppiò a ridere con molta allegria.
— Ci sono stato, e come! — esclamò, sempre ridendo, ma senza distogliere dal poeta gli occhi che non ridevano affatto. — Dove non sono stato! Peccato che io non abbia fatto in tempo a chiedere al professore che cosa sia di preciso la schizofrenia. Si informi lei stesso, Ivan Nikolaevič!
— Come fa a sapere il mio nome?
— Per carità, Ivan Nikolaevič, chi non la conosce? — Il forestiero trasse di tasca la «Literaturnaja gazeta», il numero del giorno precedente, e sulla prima pagina Ivan Nikolaevič vide la propria immagine con sotto i versi. Ma l’attestato di celebrità e popolarità che ieri ancora rallegrava il poeta, non lo rallegrò questa volta.
— Le chiedo scusa, — disse, e il suo volto s’incupí, — può aspettare un momento? Vorrei dire due parole al mio amico.
— Oh, volentieri! — esclamò lo sconosciuto. — Si sta cosí bene sotto questi tigli, e poi non ho affatto premura.
— Senti, Miša, — sussurrò il poeta, dopo aver tratto da parte Berlioz, — non è mica un turista straniero: è una spia. Un emigrato russo, che è riuscito a intrufolarsi da noi. Chiedigli i documenti, se no ci scappa…
— Credi? — sussurrò allarmato Berlioz, e pensò: «In fondo ha ragione…»
— Dammi retta, — gli sibilò il poeta in un orecchio, — fa il tonto per farci cantare. Lo senti come parla russo, — il poeta parlava e intanto teneva d’occhio lo sconosciuto perché non filasse via, — andiamo, fermiamolo, se no se la squaglia…
E tirò Berlioz per il braccio verso la panchina.
Lo sconosciuto non era piú seduto ma in piedi e teneva in mano un libriccino dalla copertina grigio scura, una rigida busta di buona carta e un biglietto da visita.
— Vogliano scusarmi se, nel calore della nostra discussione, ho dimenticato di presentarmi. Ecco il mio biglietto da visita, il passaporto e l’invito a venire a Mosca per una consultazione — disse con autorità lo sconosciuto, guardando fisso i due letterati.
Questi si sentirono imbarazzati. «Diavolo, ha sentito tutto», pensò Berlioz e fece un gesto cortese come a dire che non era il caso di mostrare i documenti. Mentre il forestiero li porgeva al direttore, il poeta fece in tempo a scorgere sul biglietto la parola «professore» stampata in caratteri latini, e la prima lettera del cognome: una «W».
— Piacere, — borbottava imbarazzato il direttore nel frattempo, e il forestiero ripose in tasca i documenti.
In questo modo, le relazioni erano state ristabilite, e tutti e tre si sedettero di nuovo sulla panchina.
— Lei è stato invitato qui in qualità di consulente, professore? — chiese Berlioz.
— Sí.
— Lei è tedesco? — s’informò Bezdomnyj.
— Io? — ridomandò il professore, e si fece pensieroso. — Sí, direi tedesco… — rispose.
— Parla benissimo il russo, — osservò Bezdomnyj.
— Oh, sono un poliglotta e conosco un gran numero di lingue, — rispose il professore.
— Di che cosa si occupa? — s’informò Berlioz.
— Sono un esperto di magia nera.
«Perbacco!…» pulsò nella testa di Michail Aleksandrovič.
— E… e l’hanno invitato qui per questo? — chiese, dopo un singulto.
— Precisamente, — confermò il professore, e spiegò: Nella Biblioteca di Stato hanno scoperto manoscritti originali del negromante Gerbert d’Aurillac, del decimo secolo. Occorre che io li decifri. Sono l’unico specialista al mondo.
— A-a-ah! Lei è uno storico? — chiese Berlioz con grande sollievo e rispetto.
— Sí, — confermò lo scienziato, e aggiunse senza alcun nesso: — Questa sera ci sarà un incidente interessante ai Patriarscie.
Di nuovo il direttore e il poeta si stupirono immensamente ma il professore fece a entrambi un cenno perché si avvicinassero e quando si chinarono verso di lui, sussurrò:
— Tengano presente che Gesú è esistito.
— Vede, professore, — replicò Berlioz con un sorriso forzato, — noi rispettiamo il suo vasto sapere, ma al proposito abbiamo un punto di vista diverso.
— Non c’è bisogno di alcun punto di vista, — rispose lo strano professore, — è esistito e basta.
— Ma ci vuole qualche prova… — cominciò Berlioz.
— E neppure di prove c’è bisogno, — rispose il professore, e parlò con voce sommessa: la sua pronuncia straniera era scomparsa. — È tutto molto semplice: al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere…
CAPITOLO SECONDO Ponzio Pilato
Al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan, avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere, nel porticato tra le due ali del palazzo di Erode il Grande entrò il procuratore della Giudea Ponzio Pilato.
Piú di qualsiasi cosa al mondo il procuratore odiava l’odore dell’olio di rose, e ora tutto preannunciava una brutta giornata: proprio questo odore aveva cominciato a perseguitare il procuratore fin dall’alba.
Gli sembrava che anche i cipressi e le palme del giardino olezzassero di olio di rose, e che all’odore dei finimenti di cuoio e del sudore della scorta si mischiasse quell’effluvio maledetto.
Dalle ali posteriori del palazzo, dove si era sistemata la prima coorte della XII Legione Fulminante romana, giunta a Jerushalajim con il procuratore, giungevano nel porticato volute di fumo attraverso la terrazza superiore del giardino, e al fumo amarognolo, che testimoniava che i cuochi delle centurie avevano iniziato a preparare il pranzo, si mescolava quello stesso pesante aroma.
«Oh numi, numi, perché mi punite? Sí, non c’è dubbio, è lei, sempre lei, la malattia orrenda, invincibile… l’emicrania… da essa non c’è salvezza, non c’è scampo… cercherò di non muovere la testa…»
Sul pavimento a mosaico presso il ninfeo era già pronta la scranna, e senza guardare nessuno il procuratore vi si sedette e allungò una mano di lato. Il segretario vi pose rispettosamente una pergamena. Senza riuscire a reprimere una smorfia di dolore, il procuratore sbirciò in fretta lo scritto, restituí la pergamena al segretario e disse con uno sforzo:
— L’imputato della Galilea? La pratica è stata sottoposta al tetrarca?
— Sí, procuratore, — rispose il segretario.
— Come ha reagito?
— Ha rifiutato di emettere la sentenza definitiva e ha sottoposto alla tua approvazione la condanna a morte pronunziata dal Sinedrio… — spiegò il segretario.
Il procuratore ebbe un sussulto alla guancia e disse piano:
— Conducete qui l’accusato.
Dalla terrazza del giardino due legionari condussero subito sulla loggia del porticato fino alla scranna del procuratore un uomo che dimostrava circa ventisette anni. Indossava un vecchio e logoro chitone azzurro. La testa era coperta da una fascia bianca con una tenia intorno alla fronte, e le mani erano legate dietro la schiena. Sotto l’occhio sinistro l’uomo aveva un grosso livido, e all’angolo della bocca un’escoriazione con un po’ di sangue raggrumato. L’uomo guardava il procuratore con una curiosità piena d’inquietudine.
Pilato tacque per un istante, poi chiese piano in aramaico:
— Sei tu che inciti il popolo a distruggere il tempio di Jerushalajim?
Il procuratore sedeva immobile come se fosse stato di pietra, e solo le sue labbra si muovevano appena quando pronunciava le parole. Era come di pietra perché temeva di muovere la testa che ardeva di un dolore infernale.
L’uomo dalle mani legate si sporse un po’ in avanti e cominciò a parlare:
— Buon signore! Credimi…
Ma il procuratore, sempre senza muoversi e senza alzare la voce, lo interruppe subito:
— È me che chiami «buon signore»? Ti sbagli. A Jerushalajim tutti sussurrano che io sono un mostro crudele, e questa è la pura verità, — e con la stessa voce monotona aggiunse: — Chiamate il centurione Ammazzatopi.
Sembrò a tutti che la luce sulla loggia si offuscasse quando davanti al procuratore apparve il centurione della prima centuria Marco, detto l’Ammazzatopi. Egli superava di tutta la testa il piú alto soldato della legione e aveva le spalle cosí larghe che nascose completamente il sole ancora basso sull’orizzonte.
Il procuratore si rivolse in latino al centurione:
— Questo delinquente mi chiama «buon signore». Portalo fuori un momento e spiegagli come deve parlare con me. Ma non rovinarlo.
Tutti, tranne l’immoto procuratore, seguirono con lo sguardo Marco l’Ammazzatopi che con un cenno della mano indicò all’arrestato che doveva seguirlo. In genere l’Ammazzatopi era sempre seguito dagli sguardi di tutti, dovunque apparisse, a causa della sua statura, e quelli che lo vedevano per la prima volta erano colpiti anche dal suo volto deturpato: il naso gli era stato rotto da una clava manica.
Sul mosaico risuonarono i pesanti calzari di Marco, l’uomo legato lo seguí senza far rumore, un silenzio assoluto regnò nel porticato, e si sentivano tubare i colombi sul ripiano del giardino presso il balcone, e l’acqua del ninfeo cantava una bizzarra e gradevole canzone.
Al procuratore venne voglia di alzarsi, di mettere la tempia sotto un getto d’acqua e di rimanere cosí. Ma sapeva che questo non gli avrebbe recato sollievo.
Dopo aver condotto il prigioniero fuori del porticato, nel giardino, l’Ammazzatopi prese una frusta dalle mani di un legionario fermo ai piedi di una statua di bronzo, e colpí le spalle dell’arrestato quasi senza prendere lo slancio. Il movimento del centurione fu incurante e lieve, ma l’uomo crollò immediatamente a terra come se gli avessero colpito i tendini delle gambe, boccheggiò, il colore gli scomparve dal volto e gli occhi persero ogni espressione.
Con la sola mano sinistra, Marco sollevò facilmente il caduto come se fosse stato un sacco vuoto, lo rimise in piedi e disse con voce nasale, pronunciando a stento le parole aramaiche:
— Il procuratore romano va chiamato egemone. Non usare altre parole. Devi stare sull’attenti, hai capito, o vuoi ancora una botta?
L’arrestato barcollò, ma si dominò, il colore ritornò sul suo viso, riprese fiato e rispose con voce rauca:
— Ti ho capito. Non picchiarmi.
Un minuto dopo era di nuovo davanti al procuratore.
Si sentí una voce fioca, malata:
— Nome?
— Il mio? — replicò in fretta l’arrestato, esprimendo con tutto il suo atteggiamento che intendeva rispondere a tono, senza piú provocare l’ira.
Il procuratore disse con voce sommessa:
— Il mio lo so. Non far finta di essere piú stupido di quanto sei. Il tuo.
— Jeshua, — rispose rapido l’accusato.
— Hai un soprannome?
— Hanozri.
— Di dove sei?
— Della città di Gamala, — rispose l’arrestato indicando con un movimento della testa che laggiú, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala.
— Di che sangue sei?
— Non lo so di preciso, — rispose pronto l’arrestato. Non ricordo i miei genitori. Mi dicevano che mio padre era siriano…
— Dove vivi di solito?
— Non ho una dimora fissa, — rispose con timidezza l’arrestato _ Vado da una città all’altra.
— Tutto questo può essere detto in modo piú breve, con una parola soltanto: vagabondo, — disse il procuratore, e chiese: — Hai parenti?
— Non ho nessuno. Sono solo al mondo.
— Sai leggere e scrivere?
— Sí.
— Sai qualche lingua oltre l’aramaico?
— Sí, il greco.
Una palpebra enfiata si sollevò e un occhio velato dalla sofferenza fissò il prigioniero. L’altro occhio rimase chiuso.
Pilato cominciò a parlare greco:
— Sei tu che intendevi distruggere il tempio e incitavi il popolo a farlo?
L’arrestato allora si animò di nuovo, i suoi occhi non esprimevano piú spavento, e disse in greco:
— Io, buon… — il terrore balenò nei suoi occhi perché per poco non si era sbagliato, — io, egemone, non ho mai avuto l’intenzione di distruggere il tempio e non ho mai incitato nessuno a commettere una simile azione insensata.
Lo stupore si dipinse sul volto del segretario, curvo su un tavolino basso a scrivere la deposizione. Alzò la testa ma la riabbassò subito sulla pergamena.
— Molta gente diversa affluisce in questa città per le feste. Vi sono tra di loro maghi, astrologi, indovini e assassini, — diceva con voce monotona il procuratore. — Si trovano anche dei bugiardi. Tu, ad esempio, sei un bugiardo. È scritto chiaramente: incitava a distruggere il tempio. Lo attesta la gente.
— Questa buona gente, — cominciò l’arrestato, e aggiunse rapidamente: — egemone… — continuò: — … è ignorante e ha confuso tutto quello che dicevo. E io comincio a temere che questa confusione andrà avanti assai a lungo. La colpa è tutta di chi ha trascritto le mie parole travisandole.
Subentrò il silenzio. Ora entrambi gli occhi sofferenti guardarono faticosamente l’arrestato.
— Te lo ripeto per l’ultima volta, smettila di fingerti pazzo, furfante, — proferí Pilato con voce blanda e monotona, — poche delle tue parole sono state trascritte, ma bastano a farti impiccare.
— No, no, egemone, — disse l’arrestato, tutto teso nel desiderio di essere convincente, — un tale mi segue dappertutto con la sua pergamena di capra e trascrive di continuo le mie parole. Ma una volta ho dato un’occhiata a quella pergamena e sono rimasto inorridito. Di tutto quello che c’era scritto, non avevo detto una parola. L’ho supplicato: «Brucia la tua pergamena, ti prego!» Ma me l’ha strappata di mano ed è fuggito.
— Chi? — domandò Pilato con un senso di ripugnanza, e si toccò una tempia con la mano.
— Levi Matteo, — spiegò di buon grado l’arrestato, — faceva il pubblicano; l’ho incontrato per la prima volta sulla strada di Betania, all’angolo del giardino dei fichi, e ci siamo messi a parlare. Dapprima mi trattava con ostilità, ed era persino offensivo, cioè credeva di offendermi chiamandomi cane — . L’arrestato ridacchiò. — Personalmente non vedo nulla di male in quella bestia perché debba offendermi il suo nome…
Il segretario smise di scrivere, e lanciò di sottecchi uno sguardo sorpreso, ma non all’arrestato, bensí al procuratore.
— …Però dopo avermi prestato ascolto si addolcí, — continuò Jeshua, — infine gettò il denaro sulla via e disse che mi avrebbe seguito nei miei viaggi…
Pilato sogghignò con una sola guancia, mettendo in mostra denti gialli, e disse, voltando tutto il torso verso il segretario:
— Oh, città di Jerushalajim! Che cosa non vi puoi udire! Un pubblicano, sentite, che getta il denaro nella via!
Non sapendo come rispondere, il segretario ritenne opportuno imitare il sorriso del procuratore.
— Disse che da quel momento il denaro gli era divenuto odioso, — cosí Jeshua spiegò lo strano atteggiamento di Levi Matteo, e aggiunse: — E da allora mi accompagna.
Senza smettere di sghignazzare, il procuratore guardò l’arrestato, poi il sole che saliva inesorabile al di sopra delle statue equestri dell’ippodromo in basso a destra, in lontananza, e in un parossismo di tormento assillante pensò che la cosa piú semplice sarebbe stata cacciare dalla loggia quello strano furfante pronunciando un’unica parola «impiccatelo». Cacciar via anche la scorta, rientrare dai porticato nel palazzo, dare ordine di oscurare la stanza buttarsi sul letto, chiedere acqua fresca, chiamare con voce lamentosa il cane Bangá, lagnarsi con lui dell’emicrania E il pensiero del veleno balenò seducente nella testa tormentata del procuratore.
Guardava l’arrestato con occhi torbidi, e per un po’ tacque, cercando penosamente di ricordare perché sotto lo spietato solleone mattutino di Jerushalajim stava davanti a lui un arrestato dal volto tumefatto dalle percosse, e quali altre domande inutili dovesse ancora rivolgergli.
— Levi Matteo? — chiese l’ammalato con voce rauca, e chiuse gli occhi.
— Sí, — echeggiò la voce alta che lo torturava.
— Ma che cosa dicevi a proposito del tempio alla folla del mercato?
La voce dell’accusato sembrava trafiggere la tempia di Pilato, tormentandolo in modo indicibile; questa voce diceva:
— Io, egemone, dicevo che il tempio della fede antica deve crollare e al suo posto deve sorgere il nuovo tempio della verità. Dissi cosí perché fosse piú comprensibile.
— Ma perché, vagabondo, turbavi la gente del mercato parlando di una verità di cui non hai idea? Che cos’è la verità?
Appena ebbe detto questo, il procuratore pensò: «Oh numi! Gli sto chiedendo delle cose che non c’entrano col processo… non riesco piú a dominare la mia mente…» E di nuovo gli balenò davanti la visione d’una coppa di liquido scuro. «Del veleno, voglio del veleno…»
Di nuovo udí la voce:
— La verità anzitutto è che ti fa male la testa, ti fa talmente male che pavidamente pensi alla morte. Non solo non sei in grado di parlare con me, ma ti è perfino difficile guardarmi. E adesso sono involontariamente il tuo torturatore il che mi amareggia. Non riesci neppure a pensare e sogni solo che venga il tuo cane, l’unico essere, evidentemente, al quale sei affezionato. Ma il tuo tormento cesserà subito, la testa non ti farà piú male.
Il segretario spalancò gli occhi sull’arrestato e non terminò la parola che stava scrivendo.
Pilato alzò gli occhi di martire sul prigioniero e vide che il sole era già abbastanza alto sopra l’ippodromo, che un raggio era penetrato nel porticato e strisciava verso i sandali logori di Jeshua e che questi se ne scostava.
Il procuratore si alzò allora dalla scranna, strinse la testa fra le mani, e sul suo giallognolo volto sbarbato si dipinse il terrore. Ma lo represse subito con uno sforzo di volontà e si abbandonò di nuovo nella scranna.
Nel frattempo l’arrestato continuava il suo discorso, ma il segretario non scriveva piú nulla: cercava solo, allungando il collo come un’oca, di non perdere una parola.
— Ecco, tutto è finito, — diceva l’arrestato guardando con benevolenza Pilato, — ne sono molto lieto. Ti consiglierei, egemone, di lasciare temporaneamente il palazzo e di farti una passeggiata a piedi nei dintorni, anche solo nei giardini sul monte Elion. Il temporale avrà inizio… — il prigioniero si voltò, socchiuse gli occhi guardando il sole… piú tardi, verso sera. La passeggiata ti farebbe molto bene, e io ti accompagnerei volentieri. Mi sono venute in mente alcune idee che, credo, ti potrebbero sembrare interessanti e te ne farei volentieri partecipe, tanto piú che dai l’impressione di essere assai intelligente — . Il segretario diventò pallido come un cadavere e lasciò cadere a terra il rotolo di pergamena. — Il guaio è, — nessuno interrompeva l’uomo legato, — che sei troppo rinchiuso in te stesso, e non hai piú alcuna fiducia negli uomini. Non si può, ammettilo, riporre tutto il proprio affetto in un cane. La tua vita è vuota, egemone, — e qui l’uomo si permise di sorridere.
Il segretario pensava solamente a una cosa: credere o no alle proprie orecchie. Bisognava crederci. Allora cercò di immaginare quale forma capricciosa avrebbe assunto la furia dell’irascibile procuratore dopo quell’inaudita insolenza del prigioniero. Ma non vi riusciva, benché conoscesse bene il procuratore.
Si udí allora la voce rotta e rauca del procuratore che disse in latino:
— Slegategli le mani.
Uno dei legionari della scorta batté la lancia in terra, la passò a un altro, si avvicinò e tolse le corde all’arrestato. Il segretario raccattò il rotolo e decise di non scrivere nulla per il momento e di non stupirsi di nulla.
— Confessa, — disse piano in greco Pilato, — sei un grande medico?
— No, procuratore, non sono un medico, — rispose il prigioniero, sfregandosi con voluttà la mano paonazza sformata e tumefatta.
Pilato trafiggeva il prigioniero con gli occhi, guardandolo fisso di sotto le sopracciglia aggrottate, e in quegli occhi non c’era piú nulla di torbido: vi erano apparse le scintille ben note a tutti.
— Non te l’ho chiesto, — disse Pilato, — forse sai anche il latino?
— Sí, lo so, — rispose l’arrestato.
Il colore affiorò sulle guance giallastre di Pilato, che chiese in latino:
— Come hai fatto a sapere che volevo chiamare il mio cane?
— E facilissimo, — rispose il prigioniero nella stessa lingua. — La tua mano ha fatto un gesto nell’aria, — e ripeté egli stesso quel gesto, — come se tu volessi fare una carezza, e le tue labbra…
— Già, — disse Pilato.
Tacquero. Poi il procuratore chiese in greco:
— Allora sei un medico?
— No, no, — rispose con vivacità il prigioniero, — credimi, non sono un medico.
— E va bene, se vuoi che resti un segreto, fai pure. Questo non riguarda direttamente la tua causa. Quindi tu affermi che non incitavi a distruggere… o incendiare, o annientare in qualche altro modo il tempio?
— Io, egemone, non ho incitato nessuno a tali azioni, lo ripeto. Sembro forse un demente?
— No, non lo sembri proprio, — rispose con voce sommessa il procuratore, ed ebbe un sorriso terribile. — Allora giurami che non è vero.
— Su che cosa vuoi che io giuri? — chiese pieno di animazione l’uomo slegato.
— Be’, anche sulla tua vita, — rispose Pilato, — è proprio il momento giusto per giurare sulla tua vita, perché è appesa a un filo, sappilo.
— Credi di essere stato tu ad appenderla, egemone? — chiese il prigioniero. — Se fosse cosí, ti sbaglieresti di grosso.
Pilato trasalí e rispose tra i denti:
— Posso tagliare quel filo.
— Anche qui ti sbagli, — ribatté il prigioniero con un luminoso sorriso e riparandosi con la mano dal sole. — Ammetterai che il filo può essere spezzato solo da chi lo ha teso.
— Già, già, — sorrise Pilato, — adesso non dubito piú che gli oziosi perdigiorno di Jerushalajim ti seguissero a passo a passo. Non so chi ti abbia messo la lingua in bocca, ma te l’ha messa bene. A proposito, dimmi, è vero che sei giunto a Jerushalajim dalla Porta di Susa cavalcando un asino e accompagnato da una folla che ti acclamava come un profeta? — Dicendo questo, il procuratore fece un cenno verso il rotolo di pergamena.
L’arrestato guardò perplesso il procuratore.
— Non ho nemmeno l’asino, egemone, — disse. — È vero che sono giunto a Jerushalajim dalla Porta di Susa, ma a piedi, accompagnato dal solo Levi Matteo, e nessuno mi acclamava, perché allora a Jerushalajim nessuno mi conosceva.
— Conosci queste persone, — continuò Pilato senza distogliere gli occhi dal prigioniero: — un certo Disma, un certo Hesta, e infine Bar-Raban?
— Non conosco questa buona gente, — rispose il prigioniero.
— Davvero?
— Davvero.
— E adesso dimmi perché usi sempre le parole «buona gente». Chiami tutti cosí?
— Sí, tutti, — rispose il prigioniero. — Non esistono uomini cattivi.
— È la prima volta che lo sento dire, — sogghignò Pilato.
— Magari conosco poco la vita!… Puoi fare a meno di scrivere, — disse al segretario, benché questi non scrivesse piú da un pezzo, e continuò, rivolto al prigioniero: — L’hai letto in qualche libro greco?
— No, ci sono arrivato da solo.
— E lo predichi?
— Sí.
— Ma, per esempio, il centurione Marco, l’hanno soprannominato l’Ammazzatopi, è buono anche lui?
— Sí, — rispose il prigioniero, — però è un infelice. Da quando certa buona gente l’ha mutilato, è diventato crudele e duro. Vorrei sapere chi l’ha mutilato.
— Te lo dirò volentieri, — ribatté Pilato, — perché ero presente. La buona gente gli si buttava addosso come i cani fanno con gli orsi. I germani lo avevano afferrato per il collo, le braccia, le gambe. Il manipolo di fanteria era stato preso in una sacca, e se dal fianco non si fosse incuneata una torma di cavalieri (la comandavo io), tu, filosofo, non avresti avuto l’occasione di chiacchierare con l’Ammazzatopi. Fu nella battaglia di Idistaviso, nella Valle delle Vergini.
— Se si potesse parlargli, — disse con voce sognante il prigioniero, — sono certo che cambierebbe subito.
— Ritengo, — rispose Pilato, — che farebbe poco piacere al legato della legione, se ti venisse in mente di parlare con qualcuno dei suoi ufficiali o soldati. Del resto, questo non succederà, per il bene comune, e il primo che provvederà a questo sarò io.
In quel momento sotto il porticato entrò di slancio una rondine, descrisse un cerchio sotto la volta dorata, si abbassò, sfiorò con l’ala appuntita il volto di una statua di rame dentro una nicchia e scomparve dietro il capitello di una colonna. Forse le era venuta l’idea di farvi il suo nido.
Durante quelle evoluzioni, nella testa del procuratore, ridiventata limpida e leggera, era nata una formula: l’egemone ha preso in esame la pratica del filosofo vagabondo Jeshua, soprannominato Hanozri, e non vi ha riscontrato gli estremi del reato. In particolare, non ha trovato il menomo legame tra l’attività di Jeshua e i disordini avvenuti da poco a Jerushalajim. Il filosofo vagabondo è un malato di mente, per cui il procuratore non conferma la condanna a morte di Hanozri emanata dal Piccolo Sinedrio. Ma considerato che i folli discorsi utopistici di Hanozri possono causare disordini a Jerushalajim, il procuratore esilia Jeshua da Jerushalajim e lo fa confinare a Cesarea, sul Mediterraneo, cioè proprio nel luogo di residenza del procuratore.
Rimaneva da dettare questo al segretario.
Le ali della rondine frullarono sopra la testa dell’egemone, l’uccello si slanciò verso la vasca della fontana e volò via. Il procuratore alzò lo sguardo verso il prigioniero e vide che vicino a lui una colonna di pulviscolo riluceva al sole.
— È tutto? — chiese Pilato al segretario.
— No, purtroppo, — rispose inaspettatamente questi, e porse a Pilato un altro pezzo di pergamena.
— Che altro c’è? — chiese Pilato aggrottando la fronte.
Dopo che ebbe letto, il suo volto mutò ancor piú espressione. Un sangue scuro gli affluí al viso e al collo, o qualcos’altro successe, fatto sta che la sua pelle perdette il colore giallognolo, diventò brunastra, e gli occhi sembrarono sprofondare nelle orbite.
La colpa era probabilmente del sangue che era affluito di nuovo alle tempie e vi pulsava, fatto sta che al procuratore si offuscò la vista. Gli sembrò infatti che la testa del prigioniero dileguasse in un punto e che al suo posto ne apparisse un’altra. Su questa testa calva era posata una corona d’oro dalle punte distanziate. Sulla fronte si vedeva una piaga rotonda che corrodeva la pelle ed era unta di unguento. Una bocca infossata, senza denti, dal capriccioso labbro inferiore pendulo. A Pilato sembrò fossero scomparse le rosee colonne del porticato e i tetti lontani di Jerushalajim, e che tutto annegasse nel denso verde dei giardini capresi. Anche al suo udito stava succedendo qualcosa di strano: aveva l’impressione che in lontananza delle trombe suonassero lievi e minacciose, e percepí con grande chiarezza una voce nasale che strascicava arrogantemente le parole: «Legge di lesa maestà…»
Passarono in un lampo pensieri brevi, sconnessi e insoliti. «Sono perduto!…» Poi: «Siamo perduti!…» e un altro ancora, del tutto assurdo tra quelli, su chi sa quale immortalità, un’immortalità che provocava un’angoscia intollerabile. Pilato fece uno sforzo, scacciò la visione, rivolse nuovamente lo sguardo al balcone, e si ritrovò davanti gli occhi del prigioniero.
— Senti, Hanozri, — disse il procuratore guardando Jeshua con una strana espressione: il suo volto era minaccioso, ma gli occhi inquieti, — hai mai parlato del grande Cesare? Rispondi! Ne hai parlato?… O… non… ne hai parlato? — Pilato prolungò la parola «non» alquanto piú di quanto si convenga in tribunale, e lanciò un’occhiata a Jeshua come se volesse suggerirgli un pensiero.
— È facile e grato dire la verità, — osservò l’arrestato.
— Non m’interessa, — ribatté con voce strozzata e cattiva Pilato, — se ti è grato o no dire la verità. Ma tu la dovrai dire. Però dicendola, pesa ogni tua parola se non vuoi una morte non solo inevitabile, ma anche tormentosa.
Nessuno sa che cosa successe al procuratore della Giudea, ma egli si permise di alzare la mano come per proteggersi da un raggio di sole, e dietro quella mano, come al riparo di uno scudo, di lanciare al prigioniero uno sguardo d’intesa.
— Dunque, — disse, — rispondi. Conosci un certo Giuda di Kiriat, e che cosa gli hai detto di preciso su Cesare, semmai gliene hai parlato?
— È andata cosí, — cominciò di buon grado a raccontare il prigioniero, — l’altro ieri, di sera, ho fatto conoscenza vicino al tempio con un giovane che diceva di chiamarsi Giuda, della città di Kiriat. Mi invitò a casa sua nella città bassa e mi offrí da mangiare.
— È un uomo buono? — chiese Pilato, e un fuoco diabolico guizzò nei suoi occhi.
— Un ottimo uomo, desideroso di sapere, — confermò il prigioniero; — espresse il piú vivo interesse per le mie idee, mi accolse con molta cordialità…
— Accese i candelabri… — disse Pilato tra i denti, con lo stesso tono del prigioniero, mentre i suoi occhi scintillavano.
— Proprio cosí, — continuò Jeshua, un po’ stupito di quanto bene informato fosse il procuratore. — Mi chiese che cosa pensassi del potere statale. Questo problema lo interessava moltissimo.
— E che cosa gli dicesti? — s’informò Pilato. — O mi dirai che hai dimenticato ciò che gli dicesti? — ma il tono di Pilato era già scoraggiato.
— Tra l’altro, ho detto, — raccontò il prigioniero, — che ogni potere è violenza sull’uomo, e che verrà un tempo in cui non vi saranno né potere, né cesari, né qualsiasi altra autorità. L’uomo giungerà al regno della verità e della giustizia, dove non occorrerà alcun potere.
— Poi?
— Poi non ci fu altro, — disse il prigioniero, — entrarono di corsa degli uomini che mi legarono e mi portarono in prigione.
Il segretario scriveva rapido sulla pergamena, cercando di non lasciarsi sfuggire neppure una parola.
— Non vi è mai stato al mondo, non vi è e non vi sarà mai, un potere piú grande e piú splendido per gli uomini del potere dell’imperatore Tiberio! — La voce rotta e sofferente di Pilato crebbe di tono. Il procuratore guardava con odio il segretario e la scorta.
— E non spetta a te, pazzo criminale, discuterne! — Poi Pilato esclamò: — La scorta esca dalla loggia! — E voltandosi verso il segretario, aggiunse: — Lasciami solo col criminale, è un affare di Stato!
I legionari alzarono le lance, e battendo ritmicamente le calighe chiodate, uscirono nel giardino; dietro la scorta uscí anche il segretario.
Per un certo tempo, il silenzio sulla loggia fu interrotto soltanto dal canto dell’acqua nella fontana. Pilato vedeva il disco piatto d’acqua che si sollevava sul cannello per poi infrangersi ai bordi e ricadere a rivoli.
Il prigioniero parlò per primo:
— Vedo che è successo un guaio per colpa di quello che ho detto a quel giovane di Kiriat. Io, egemone, ho il presentimento che gli succederà una disgrazia, e mi fa molta pena.
— Io credo, — rispose il procuratore con uno strano sogghigno, — che ci sia al mondo un’altra persona che ti dovrebbe fare piú compassione di Giuda di Kiriat, perché le toccherà una sorte ben peggiore di quella di Giuda!… Dunque, secondo te, Marco l’Ammazzatopi, boia freddo e convinto, la gente che, come vedo, — il procuratore indicò il viso deturpato di Jeshua, — ti ha picchiato per le tue prediche, i briganti Disma e Hesta, che coi loro complici hanno assassinato quattro soldati, e infine quello sporco traditore di Giuda, sono tutti buona gente?
— Sí, — rispose il prigioniero.
— E verrà il regno della verità?
— Sí, egemone, — rispose convinto Jeshua.
— Non verrà mai! — gridò a un tratto Pilato con voce cosí terribile che Jeshua barcollò. Con la stessa voce, molti anni prima, Pilato aveva gridato ai suoi soldati nella Valle delle Vergini: «Ammazzateli! Ammazzateli! Hanno preso l’Ammazzatopi!» Alzò ancora la voce logorata dal comando, in modo da essere sentito in giardino: — Criminale! Criminale! Criminale! — Poi, abbassando la voce, chiese: — Jeshua Hanozri, tu credi negli dèi?
— Dio è uno, — rispose Jeshua, — io credo in lui.
— Allora prega! Prega fortemente! Del resto… — qui Pilato arrochí, — non ti servirà. Hai moglie? — chiese malinconicamente il procuratore, senza capire che cosa gli stesse succedendo.
— No, sono solo.
— Odiosa città… — borbottò a un tratto il procuratore, e le sue spalle si contrassero come se avesse freddo, si fregò le mani come se le stesse lavando, — se ti avessero ammazzato prima del tuo incontro con Giuda di Kiriat, davvero, sarebbe stato meglio.
— E tu lasciami andare, egemone, — chiese inaspettatamente il prigioniero, e la sua voce divenne inquieta, — vedo che mi vogliono uccidere.
Il volto di Pilato fu deformato da un crampo; egli voltò verso Jeshua i suoi occhi infiammati, coperti di venuzze rosse, e disse:
— Tu credi, disgraziato, che un procuratore romano lasci libero un uomo che ha detto le cose che hai detto tu? Oh, numi! O credi che io sia pronto a prendere il tuo posto? Non condivido le tue idee! E ascoltami: se da questo momento tu pronuncerai anche una sola parola, se ti rivolgerai a qualcuno, guardati da me! Ripeto, stai attento!
— Egemone…
— Silenzio! — gridò Pilato, e con uno sguardo furioso seguí la rondine che era di nuovo volata sulla loggia. — Venite! — esclamò Pilato.
Quando il segretario e la scorta furono tornati ai propri posti, Pilato dichiarò che confermava la condanna a morte pronunciata nell’assemblea del piccolo Sinedrio contro il criminale Jeshua Hanozri, e il segretario scrisse quello che aveva detto il procuratore.
Un attimo dopo, Marco l’Ammazzatopi stava davanti a Pilato. Questi gli ordinò di consegnare il condannato al capo del servizio segreto, riferendogli nel contempo l’ordine del procuratore di separare Jeshua Hanozri dagli altri condannati, e di vietare, pena severe punizioni, che gli agenti del servizio segreto parlassero con Jeshua di qualsiasi argomento o rispondessero a qualsiasi sua domanda.
A un segno di Marco, la scorta circondò Jeshua e lo condusse via dalla loggia.
Poi comparve davanti al procuratore un bell’uomo dalla barba bionda, con penne d’aquila sul cimiero, lucenti teste leonine d’oro sul pettorale, piastre, pure d’oro, sulla cintura alla quale era appesa la spada, calzari dalla triplice suola allacciati sotto le ginocchia, e un mantello purpureo buttato su una spalla. Era il legato che comandava la legione.
Il procuratore gli chiese dove si trovasse in quel momento la coorte di Sebaste. Il legato comunicò che i Sebastesi circondavano la piazza davanti all’ippodromo, dove sarebbe stato comunicato al popolo il verdetto riguardante gli accusati.
Il procuratore ordinò allora al legato di distaccare due centurie della coorte romana. Una, al comando dell’Ammazzatopi, avrebbe dovuto scortare i prigionieri, i carri con gli strumenti del supplizio, e i boia, verso il Calvario, e circondarne la sommità non appena giunti sul posto.
L’altra invece doveva recarsi immediatamente al Calvario e presidiarlo. Per lo stesso scopo, cioè per bloccare il monte, il procuratore chiese al legato di inviare un reggimento ausiliare di cavalleria, e precisamente la coorte alaria siriana.
Quando il legato lasciò la loggia, il procuratore ordinò al segretario di invitare nel suo palazzo il presidente del Sinedrio, due suoi membri, e il capo delle guardie del tempio di Jerushalajim, ma aggiunse che pregava di organizzare la cosa in modo da poter parlare a quattr’occhi con il presidente prima di conferire con tutta quella gente.
L’ordine del procuratore fu eseguito con rapidità ed esattezza, e il sole, che in quei giorni bruciava Jerushalajim con una furia particolare, non aveva ancora fatto in tempo a raggiungere lo zenit, quando sulla terrazza superiore del giardino, presso i due leoni di marmo bianco che stavano a guardia della scalinata, s’incontrarono il procuratore e il facente funzioni di presidente del Sinedrio, il gran sacerdote Joseph Caifa.
Il giardino era silenzioso. Il procuratore uscí dal porticato sulla terrazza superiore del giardino inondato di sole pieno di palme svettanti sulle mostruose zampe elefantesche, davanti ai suoi occhi si distese tutta l’odiata Jerushalajim coi ponti sospesi, le fortezze e, soprattutto, l’indescrivibile blocco di marmo rivestito di squame di drago dorate in luogo del tetto: il tempio di Jerushalajim. Col suo udito acuto il procuratore afferrò lontano, in basso, là dove un muro di pietra separava le terrazze inferiori del giardino dalla piazza cittadina, un brontolio sommesso, sopra il quale si alzavano a volte suoni deboli e sottili che parevano gemiti o grida.
Il procuratore capí che laggiú sulla piazza, era già affluita una folla innumerevole di abitanti di Jerushalajim agitati per i recenti disordini, che quella folla attendeva con impazienza il verdetto, e che in mezzo alla calca gridavano gli irrequieti venditori d’acqua.
Il procuratore cominciò con l’invitare il gran sacerdote sulla loggia per proteggersi dalla calura spietata, ma Caifa si scusò con cortesia e spiegò che non poteva farlo. Pilato si gettò il cappuccio sulla testa che cominciava a diventare calva, e iniziò la conversazione. Questa aveva luogo in greco.
Pilato disse che aveva esaminato la pratica di Jeshua Hanozri, e che aveva confermato la condanna a morte.
Quindi le condanne a morte che dovevano essere eseguite quella mattina erano state pronunciate contro i tre ladroni Disma, Hesta e Bar-Raban, e inoltre quel Jeshua Hanozri. I primi due, che incitavano il popolo a rivoltarsi contro Cesare, essendo stati presi con le armi dalle autorità romane, rientravano nella sfera di competenza del procuratore, e quindi non se ne sarebbe parlato. Gli altri, cioè Bar-Raban e Hanozri, erano stati arrestati dalle autorità locali e giudicati dal Sinedrio. Secondo la legge e la consuetudine, si sarebbe dovuto rilasciare uno dei due prigionieri in onore della grande festa della Pasqua che stava per iniziare. Pertanto il procuratore desiderava sapere quale dei due criminali il Sinedrio intendeva liberare: Bar-Raban oppure Hanozri?
Caifa chinò la testa per significare che la questione era chiara, e rispose:
— Il Sinedrio prega di liberare Bar-Raban.
Il procuratore sapeva bene che il gran sacerdote gli avrebbe dato proprio quella risposta, ma il suo compito era di mostrare che essa lo sorprendeva.
Pilato lo fece con molta arte. Le sopracciglia si alzarono nel volto altezzoso, il procuratore fissò il gran sacerdote dritto negli occhi con espressione stupita.
— Confesso che questa risposta mi sorprende, — disse con dolcezza il procuratore, — temo che vi sia un equivoco.
Pilato si spiegò. Le autorità romane non intendevano affatto attentare ai diritti del potere spirituale locale, questo il gran sacerdote lo sapeva benissimo, ma nel caso presente c’era evidentemente un errore. E le autorità romane erano naturalmente interessate a correggere l’errore.
Infatti: la gravità dei crimini di Bar-Raban e di Hanozri non poteva neppure essere messa a confronto. Se il secondo, chiaramente pazzo, era colpevole di aver tenuto discorsi insensati a Jerushalajim e in altre località, turbando le popolazioni, le colpe a carico del primo erano molto piú gravi. Non solo aveva osato incitare apertamente alla rivolta, ma al momento del suo arresto aveva anche ucciso una guardia. Bar-Raban era certamente piú pericoloso di Hanozri.
Considerato tutto questo, il procuratore pregava il gran sacerdote di ritornare sulla sua decisione, e di rimettere in libertà il meno pericoloso dei due condannati, cioè, senza alcun dubbio, Hanozri. Dunque…
Caifa fissò dritto negli occhi Pilato e disse con voce sommessa ma decisa che il Sinedrio aveva esaminato la questione con la massima attenzione, e che ribadiva la sua intenzione di liberare Bar-Raban.
— Come? Anche dopo il mio intervento? L’intervento di colui che parla a nome delle autorità romane? Gran sacerdote, ripetilo per la terza volta.
— E per la terza volta noi rendiamo noto che liberiamo Bar-Raban, — disse piano Caifa.
Tutto era finito, e non rimaneva piú nulla da dire. Hanozri se ne andava per sempre, e non c’era piú nessuno che potesse guarire il procuratore dai suoi dolori tremendi, contro i quali non esistevano mezzi all’infuori della morte. Ma ora Pilato fu colpito da un altro pensiero. La stessa incomprensibile angoscia che si era già impadronita di lui sul balcone, penetrava tutto il suo essere. Tentò subito di capirne il motivo, ma la spiegazione era strana: al procuratore sembrò vagamente di non aver detto tutto il necessario al condannato, o forse di non averlo ascoltato fino in fondo.
Pilato scacciò questo pensiero, ed esso svaní in un istante, cosí com’era venuto. Sparí, e l’angoscia restò inspiegata, poiché non riuscí a spiegarla un altro breve pensiero, balenato e spentosi come un lampo: «L’immortalità… è arrivata l’immortalità…» Era arrivata l’immortalità per chi? Questo il procuratore non lo capí, ma il pensiero di questa misteriosa immortalità gli fece gelare il sangue sotto la canicola.
— Bene, — disse Pilato, — cosí sia.
Si voltò, lanciò uno sguardo al mondo visibile e si stupí del cambiamento avvenuto. Era scomparso il cespuglio sovraccarico di rose, erano scomparsi i cipressi che circondavano la terrazza superiore, e il melograno, e la statua bianca tra la verzura, e la verzura stessa. Al posto di tutto questo era sceso un denso sedimento purpureo, in esso ondeggiavano delle alghe che furono trascinate via, e con loro fu trascinato via anche Pilato. Lo trasportava adesso, strozzandolo e bruciandolo, la piú terribile di tutte le ire: l’ira dell’impotenza.
— Soffoco, — disse Pilato, — soffoco!
Con la mano madida e fredda si strappò la fibbia dal collo del mantello, e quella cadde sulla sabbia.
— C’è afa oggi, da qualche parte c’è un temporale, commentò Caifa senza staccare gli occhi dal volto arrossato del procuratore, e prevedendo tutte le pene che ancora lo aspettavano. «Oh, che mese terribile è il Nisan quest’anno!»
— No, — disse Pilato, — non è l’afa: non ne posso piú di te, Caifa, — e, stringendo gli occhi, Pilato sorrise e aggiunse: — Stai attento, gran sacerdote.
Gli occhi scuri dell’altro lampeggiarono, ed egli espresse sul volto stupore non peggio di quanto aveva fatto poco prima il procuratore.
— Che sento, procuratore? — rispose orgoglioso e tranquillo Caifa. — Mi stai minacciando dopo che è stata pronunciata una condanna che tu stesso hai confermata? È possibile? Noi siamo abituati che il procuratore romano pesi le parole prima di dire qualcosa. Se ci sentisse qualcuno, egemone?
Con occhi spenti Pilato guardò il gran sacerdote, e, digrignando i denti, abbozzò un sorriso.
— Che dici, gran sacerdote! Chi vuoi che ci senta, qui adesso? Somiglio forse al giovane esaltato vagabondo che sarà giustiziato oggi? Sono forse un bambino, Caifa? So quel che dico e dove lo dico. Il giardino è circondato, il palazzo è circondato, nemmeno un topo passerebbe da una fessura! Ma che dico un topo, non riuscirebbe a entrare nemmeno quello, come si chiama…. di Kiriat. A proposito, lo conosci, gran sacerdote? Sí… se uno cosí giungesse fin qui, se ne pentirebbe amaramente, a questo ci credi, gran sacerdote? Sappi allora, gran sacerdote, d’ora in poi non avrai pace! Né tu, né il tuo popolo, — e Pilato indicò in lontananza, a destra, il luogo dove in alto riluceva il tempio, — questo te lo dico io, Ponzio Pilato, cavaliere Lancia d’Oro!
— Lo so, lo so! — rispose impavido Caifa dalla barba nera; i suoi occhi scintillarono, alzò un braccio verso il cielo e continuò: — Il popolo di Giudea sa che tu lo odi di un odio implacabile, e che gli causerai molti tormenti, ma tu non lo potrai distruggere! Dio lo proteggerà! Ci udrà l’onnipotente Cesare e ci proteggerà dal crudele Pilato!
— Oh no! — esclamò Pilato, e a ogni parola si sentiva meglio: non occorreva piú fingere, non occorreva pesare le parole. — Ti sei troppo lamentato di me con Cesare, e adesso è giunta la mia ora, Caifa! Adesso invierò io una notizia, ma non al governatore di Antiochia o a Roma, ma direttamente a Capri, all’imperatore stesso, la notizia che voi a Jerushalajim salvate dalla morte ribelli notori! E allora, non sarà piú con l’acqua dello stagno di Salomone che innaffierò Jerushalajim (come volevo fare per il vostro bene), no, non sarà piú con l’acqua! Ricordati come io dovetti per causa vostra togliere dalle mura gli scudi con l’emblema dell’imperatore, spostare le truppe. Vedi, sono dovuto venire qui io stesso a vedere cosa stavate tramando! Ricorda le mie parole: tu non vedrai piú, gran sacerdote, una coorte sola a Jerushalajim, no! Verrà sotto le mura della città l’intera Legione Fulminante, con la cavalleria araba, e allora udrai pianti amari e gemiti! Ricorderai allora Bar-Raban che hai salvato, e rimpiangerai di aver mandato a morte il filosofo con la sua predicazione di pace!
Il volto del gran sacerdote si coprí di macchie, gli occhi fiammeggiavano. Sorrise, digrignando i denti, come aveva fatto il procuratore, e rispose:
— Ma tu, procuratore, credi a quello che dici? No, non ci credi! Non la pace, non la pace ci ha portato quell’ingannatore del popolo a Jerushalajim, e tu, cavaliere, lo capisci perfettamente. Tu volevi liberarlo perché istigasse il popolo, oltraggiasse la fede e portasse la gente sotto le spade romane! Ma io, gran sacerdote della Giudea, finché sarò vivo, non permetterò che la fede sia oltraggiata, e difenderò la mia gente! Mi senti, Pilato? — Caifa alzò minaccioso la mano: — Ascolta, procuratore!
Caifa tacque, e il procuratore udí di nuovo un fragore come se il mare fosse giunto fin sotto le mura del giardino di Erode il Grande. Il fragore saliva fino ai piedi del procuratore e lo colpiva in volto. Alle sue spalle, oltre le ali del palazzo, si udivano allarmanti segnali di tromba, il greve fruscio di centinaia di piedi, e un tintinnio di metallo. Il procuratore capí che la fanteria romana stava già uscendo secondo i suoi ordini, diretta alla parata, che, precedendo il supplizio, doveva provocare il terrore dei ribelli e dei ladroni.
— Senti, procuratore? — ripeté piano il gran sacerdote Mi vorresti forse dire che tutto questo, — il gran sacerdote alzò le braccia, e il cappuccio scuro gli scivolò dalla testa, — è stato provocato da quel miserabile ladrone di Bar-Raban?
Il procuratore si asciugò col dorso della mano la fronte madida e fredda, abbassò lo sguardo, poi, guardando il cielo con gli occhi socchiusi, vide che il globo fiammeggiante si trovava quasi sopra la sua testa, mentre l’ombra di Caifa, presso la coda del leone, si era contratta fin quasi a scomparire, e disse con voce sommessa e indifferente:
— Si avvicina mezzogiorno. Ci siamo lasciati prendere dalla conversazione, eppure bisogna continuare.
Dopo essersi scusato con espressioni ricercate, propose al gran sacerdote di sedersi su una panchina all’ombra di una magnolia e aspettare l’arrivo delle altre persone necessarie per un’ultima breve riunione; intanto lui avrebbe dato ancora un ordine relativo al supplizio.
Caifa fece un cortese inchino ponendosi la mano sul cuore, e rimase in giardino, mentre Pilato ritornò sulla loggia. Lí al segretario che lo aspettava ordinò di invitare in giardino il legato della legione, il tribuno della coorte, nonché i due membri del Sinedrio e il capo delle guardie del tempio che aspettavano la convocazione sulla terrazza inferiore del giardino, in un chiosco rotondo con una fontana. A ciò Pilato aggiunse che sarebbe subito venuto in giardino anche lui, ed entrò nel palazzo.
Mentre il segretario convocava la riunione, in una stanza ombreggiata da scuri tendaggi Pilato ebbe un incontro con un uomo il cui volto era seminascosto da un cappuccio, benché lí nessun raggio di sole potesse disturbarlo.
L’incontro fu brevissimo. Il procuratore disse all’uomo poche parole a bassa voce, dopo di che questi se ne andò, mentre Pilato passò nel giardino attraverso il porticato.
Là, in presenza di tutti quelli che intendeva vedere, il procuratore dichiarò in modo solenne e secco che confermava la condanna a morte di Jeshua Hanozri, e chiese ufficialmente ai membri del Sinedrio quale dei criminali intendessero lasciare in vita. Avuta la risposta che sceglievano Bar-Raban, il procuratore disse:
— Benissimo, — e ordinò al segretario di metterlo subito a verbale, strinse in mano la fibbia che il segretario aveva raccattata dalla sabbia e disse con fare solenne: — È ora!
Allora tutti i convenuti si avviarono lungo l’ampia scalinata di marmo tra pareti di rose che stillavano un profumo inebriante, e scesero sempre piú giú, verso il muro del palazzo, verso il portone che dava su una vasta piazza ben selciata, al fondo della quale si vedevano le colonne e le statue dell’arena di Jerushalajim.
Quando il gruppo, uscito sulla piazza dal giardino, fu salito sul largo palco di pietra che dominava la piazza, Pilato, guardando attraverso le palpebre semichiuse, si rese conto della situazione.
Lo spazio che egli aveva appena percorso, cioè la distanza tra il muro del palazzo e il palco, era vuoto; davanti a sé, invece, Pilato non vide piú la piazza, inghiottita dalla folla. Questa si sarebbe riversata anche sul palco e in quello spazio vuoto, se non fosse stata trattenuta da una triplice fila di soldati sebastei a sinistra, e di soldati della coorte ausiliare d’Ituria a destra.
Pilato salí dunque sul palco, stringendo macchinalmente nel pugno l’inutile fibbia, e strizzando gli occhi. Questo non perché il sole glieli facesse bruciare, no! Il fatto era che per un motivo inspiegabile egli non voleva vedere il gruppo dei condannati che in quel preciso istante (lo sapeva bene) veniva condotto sul palco dietro di lui.
Non appena il mantello bianco con la fodera purpurea apparve in alto, sullo scoglio di pietra che dominava la marea umana, le orecchie di Pilato, volutamente cieco, furono urtate da un’onda sonora: «Ha-a-a…» Iniziò sommessa, dopo essere nata vicino all’ippodromo, poi divenne forte come un tuono, e dopo essersi mantenuta per alcuni secondi, cominciò a decrescere. «Mi hanno visto», pensò il procuratore. L’onda non si spense del tutto e inaspettatamente ricominciò a crescere, fluttuando sali piú in alto della precedente, e sulla seconda ondata, come la schiuma ribolle su un maroso ribollirono dei fischi, e isolati gemiti femminili, distinguibili attraverso quel frastuono. «Li hanno condotti sul palco, — pensò Pilato; — i gemiti sono delle donne travolte quando la folla si è gettata in avanti».
Attese qualche istante, sapendo che nessuna forza può far tacere una folla finché questa non ha sfogato tutto ciò che le si è accumulato dentro, e non tace da sola.
Quando giunse quel momento, il procuratore alzò di scatto la mano destra, e l’ultimo rumore della folla svaní.
Allora Pilato raccolse nel petto quanto piú aria ardente poté, e gridò; la sua voce rauca sorvolò migliaia di teste:
— In nome di Cesare imperatore!…
Qui alle sue orecchie giunse piú volte un ferreo grido scandito: nelle coorti, alzando le lance e gli emblemi, i soldati urlavano con voci terribili:
— Viva Cesare!!!
Pilato alzò il volto e lo rivolse al sole. Sotto le palpebre gli si accese un fuoco verde, il fuoco gli fece ardere il cervello, e sulla folla volarono gutturali parole aramaiche:
— Quattro criminali, arrestati a Jerushalajim per assassinio, incitamento alla rivolta e offesa alle leggi e alla fede, sono stati condannati a una morte ignominiosa appesi a pali. L’esecuzione avrà luogo subito sul Calvario! I nomi dei criminali sono Disma, Hesta, Bar-Raban e Hanozri. Eccoli davanti a voi!
Pilato fece con la mano un segno verso destra, senza vedere alcun criminale, ma sapendo che essi si trovavano là dove dovevano trovarsi.
La folla rispose con un lungo boato, come di sorpresa o di sollievo. Quando questo si spense, Pilato continuò:
— Ma solo tre di loro saranno giustiziati, poiché, secondo la legge e la consuetudine, in onore della festa di Pasqua a uno dei condannati, scelto dal Piccolo Sinedrio e confermato dalle autorità romane, il generoso Cesare imperatore restituisce la spregevole vita!
Pilato urlava queste parole, e nello stesso tempo ascoltava il rombo della folla mutarsi in un assoluto silenzio. Alle sue orecchie adesso non giungeva un sospiro, un fruscio, e arrivò perfino un momento in cui gli sembrò che tutto fosse scomparso intorno a lui. L’odiata città era morta, ed era rimasto lui solo, arso dai raggi perpendicolari, con il viso fisso al cielo. Pilato mantenne ancora il silenzio, poi ricominciò a scandire:
— Il nome di colui che sarà liberato adesso è…
Fece ancora una pausa, prima di pronunciare il nome, controllando se avesse detto tutto, perché sapeva che la città morta sarebbe risorta dopo l’annuncio del nome del fortunato, e nessuna ulteriore parola sarebbe stata udita.
«È tutto? — sussurrò Pilato tra sé. — È tutto. Il nome!»
E rotolando la erre sulla città in silenzio, gridò:
— Bar-Raban!
A questo punto gli sembrò che il sole, squillando, fosse scoppiato sopra di lui e gli avesse riempito le orecchie di fuoco. Nel fuoco infuriavano ululi, strilli, gemiti, risate e fischi.
Pilato si girò e attraversò il palco diretto verso i gradini senza guardare nulla tranne i quadratini multicolori della stuoia sotto i piedi, per non inciampare. Sapeva che alle sue spalle piovevano sul palco monete di bronzo e datteri e che nella folla ululante, schiacciandosi, la gente si arrampicava sulle spalle per vedere con i propri occhi il miracolo: un uomo che, già tra le grinfie della morte, ne era scampato! Sapeva che i legionari gli stavano togliendo le corde causandogli involontariamente un dolore bruciante alle braccia slogate durante gli interrogatori. Sapeva che l’uomo, pur tra smorfie e gemiti, sorrideva d’un sorriso insensato e folle. Sapeva anche che in quel momento la scorta stava conducendo verso i gradini laterali tre uomini con mani legate per portarli sulla strada diretta a occidente, fuori della città, al Calvario. Solo quando fu oltre il palco, dietro ad esso, Pilato aprí gli occhi, sapendo d’essere in salvo: i condannati, ormai, erano nascosti ai suoi occhi.
Al gemito della folla, che cominciava a spegnersi, si aggiunsero, e si poteva distinguerle, le grida penetranti dei banditori, che ripetevano, gli uni in aramaico, gli altri in greco, tutto ciò che il procuratore aveva urlato dal palco. Giunse inoltre al suo udito lo scalpitare ritmico e frusciante di un gruppo di cavalieri che si avvicinava, poi una tromba che annunciò qualcosa con un suono breve e gaio.
A questi suoni risposero i fischi squillanti dei ragazzini sui tetti delle case lungo la via che portava dal mercato alla piazza dell’ippodromo, e grida di «Attenzione!»
Un soldato che stava solo sul lato libero della piazza agitò allarmato l’emblema che aveva in mano, allora il procuratore, il legato della legione, il segretario e la scorta si fermarono.
Con un trotto sempre piú marcato una coorte alaria di cavalleria irruppe nella piazza, l’attraversò di sghembo evitando la calca, passò lungo il vicolo sotto il muro di pietra coperto di vite, e prese la strada piú breve per il Calvario.
Piccolo come un bambino, bruno come un mulatto, il comandante dell’alaria, un siriano, che era lanciato a un forte trotto, quando giunse all’altezza di Pilato gridò qualcosa con voce sottile e sfoderò la spada. Il suo ombroso morello, coperto di sudore, scartò e s’impennò. Ringuainata la spada, il comandante frustò il cavallo sul collo, lo dominò, e si diresse verso il vicolo, passando al galoppo. A tre a tre volarono dietro di lui i cavalieri in una nuvola di polvere, le punte delle leggere lance di bambú ondeggiarono ritmicamente, davanti al procuratore sfilarono in un lampo volti che sembravano particolarmente abbronzati sotto i bianchi turbanti, coi denti allegramente digrignati che luccicavano.
Sollevando polvere fino al cielo, l’alaria irruppe nel vicolo, e davanti a Pilato passò per ultimo un soldato che, dietro la schiena, portava appesa una tromba che riluceva al sole.
Proteggendosi con un braccio dalla polvere e facendo una smorfia di scontento, Pilato proseguí verso il portone del giardino, e dietro a lui si mossero il legato, il segretario e la scorta.
Erano circa le dieci del mattino.
CAPITOLO TERZO La settima prova
— Sí. Erano circa le dieci del mattino, riverito Ivan Nikolaevič, — disse il professore.
Il poeta si passò una mano sul volto, come un uomo che si sia appena svegliato, e vide che era sera. L’acqua nello stagno s’era fatta nera, vi scivolava una barca leggera, si sentivano lo sciabordio del remo e le risatine di una donna sulla barca. Sulle panchine dei viali adesso c’era gente, ma solo su tre lati del quadrato: non su quello dove si trovavano i nostri.
Il cielo sopra Mosca sembrava sbiadito, e con assoluta nitidezza in alto si vedeva la luna piena, che però non era ancora dorata ma bianca. Respirare era diventato molto piú facile, e le voci sotto i tigli adesso risuonavano piú dolci, come accade di sera.
«Come ho fatto a non accorgermi che è riuscito a fabbricare un intero racconto?… — pensò Bezdomnyj meravigliato… — È già sera!… Ma forse non è stato lui a raccontarlo, sono io che mi sono addormentato e mi sono sognato tutto?»
Ma si deve supporre che fosse proprio stato il professore a raccontare, se no bisognerebbe ammettere che anche Berlioz aveva avuto lo stesso sogno. Questi disse infatti guardando con attenzione il volto dello straniero:
— Il suo racconto è estremamente interessante, professore, anche se non corrisponde affatto a quanto raccontano i vangeli.
— Per carità, — ridacchiò con condiscendenza il professore, — lei piú di tutti deve pur sapere che niente di quanto è scritto nei vangeli è mai successo; se cominciamo a considerare il vangelo come una fonte storica… — ridacchiò ancora una volta, e Berlioz restò di sasso perché aveva detto le stesse identiche cose a Bezdomnyj mentre camminavano lungo la Bronnaja diretti verso gli stagni Patriarscie.
— Sono d’accordo, — rispose Berlioz, — ma temo che nessuno ci potrà confermare che quello che lei ci ha raccontato, è avvenuto per davvero.
— Oh no! C’è chi lo può confermare! — rispose con straordinaria sicurezza il professore, cominciando a storpiare le parole, e con un’inaspettata aria di mistero fece segno ai due di avvicinarsi.
Questi si chinarono verso di lui da entrambi i lati, ed egli disse, questa volta con un’ottima pronuncia che (chi sa perché) ora gli veniva e ora spariva:
— Il fatto è… — qui il professore si guardò intorno con fare impaurito, e proseguí in un sussurro: — che ho assistito personalmente a tutto questo. Ero sul balcone con Ponzio Pilato, nel giardino quando parlava con Caifa, e sul palco, ma in segreto, in incognito, per cosí dire; vi prego quindi di non farne parola con nessuno e di serbare il segreto piú assoluto, tsss…
Subentrò il silenzio, e Berlioz impallidí.
— Lei… lei è a Mosca da molto tempo? — chiese con voce tremante.
— Sono appena arrivato, — rispose smarrito il professore; solo allora agli amici venne in mente di guardarlo ben bene negli occhi, e si convinsero che quello verde, sinistro, era completamente dissennato, e il destro era vuoto, nero e spento.
«Adesso si spiega tutto! — pensò Berlioz sconcertato. È arrivato un tedesco pazzo, oppure è ammattito adesso, ai Patriarscie. Che storia!»
Sí, questo spiegava veramente tutto: sia la stranissima colazione col defunto professor Kant, sia gli stupidi discorsi sull’olio di girasole e Annuška, sia la predizione della testa tagliata, sia tutto il resto: il professore era pazzo. Berlioz capí subito quello che conveniva fare. Addossandosi allo schienale della panchina, ammiccò a Bezdomnyj dietro le spalle del professore, come a dire: non contraddirlo; ma il poeta, smarrito, non capí quei segnali.
— Sí, sí, sí, — diceva eccitato Berlioz, — del resto, tutto questo è possibile… anzi, possibilissimo, e Ponzio Pilato e la loggia, eccetera, eccetera… Lei è venuto qui da solo o con la sua signora?
— Solo, solo, sono sempre solo, — rispose amaro il professore.
— Dov’è la sua roba, professore? — indagava con aria insinuante Berlioz. — Al Métropole? Dove alloggia?
— Io?… Da nessuna parte, — rispose il tedesco pazzo mentre il suo occhio verde sorvolava, malinconico e stralunato, l’acqua dello stagno.
— Come?… Ma allora… dove abiterà?
— Nel suo appartamento, — rispose con disinvoltura il pazzo, e ammiccò.
— Io… ne sarò lietissimo… — borbottò Berlioz, — ma veramente, a casa mia non starà comodo… al Métropole, invece, ci sono camere splendide, è un albergo di prim’ordine…
— E neppure il diavolo esiste? — chiese allegramente l’alienato a Ivan Nikolaevič.
— Neppure…
— Non contraddirlo, — disse Berlioz col solo movimento delle labbra, nascondendosi d’impeto dietro le spalle del professore e facendo smorfie.
— Non c’è il diavolo! — esclamò Ivan Nikolaevič, confuso da tutto quel garbuglio. — Proprio a me doveva capitare? La smetta di dare i numeri!
Qui il folle scoppiò in una risata tale che dal tiglio sopra le loro teste si alzò in volo un passero.
— Questa sí che è bella, — proferí il professore, ridendo a crepapelle. — Ma come mai? Di qualunque cosa si parli, non c’è mai niente! — Cessò di ridere all’improvviso e, cosa comprensibilissima in un malato di mente, dopo il riso cadde nell’estremo opposto, si irritò e gridò con severità: — Dunque, non c’è per davvero?
— Si calmi, si calmi, si calmi, professore, — borbottava Berlioz, temendo di agitare il malato. — Stia seduto qui un momentino col compagno Bezdomnyj, corro qui all’angolo, faccio una telefonatina, poi la accompagniamo dove vuole. Lei non conosce la città…
Si deve ammettere che il piano di Berlioz era giusto: occorreva fare una corsa fino al piú vicino telefono pubblico e comunicare all’ufficio stranieri che un consulente arrivato dall’estero si trovava agli stagni Patriarscie in uno stato tutt’altro che normale. Bisognava perciò prendere delle misure, se no sarebbe successo un pasticcio.
— Vuole telefonare? Ma sí, telefoni pure, — acconsentí malinconicamente l’alienato, e ad un tratto disse implorante: — Ma nel salutarci la supplico creda almeno che il diavolo esiste! Non le chiedo nulla di piú. Tenga presente che c’è una settima prova che lo dimostra, ed è la piú sicura! Adesso le sarà sottoposta.
— Bene, bene, — disse con finta affabilità Berlioz, e ammiccando al poeta sconcertato, al quale non sorrideva affatto l’idea di sorvegliare quel pazzo di tedesco, si precipitò verso l’uscita dei Patriarscie che si trova all’angolo della Bronnaja con il vicolo Ermolaevskij.
Subito il professore sembrò ristabilirsi e rasserenarsi.
— Michail Aleksandrovič! — gridò alle spalle di Berlioz.
Questi trasalí, si voltò, ma si tranquillizzò pensando che il professore conosceva il suo nome e patronimico per averli letti in qualche giornale.
Il professore gridò, mettendo le mani a megafono davanti alla bocca:
— Non vuole che mandi subito un telegramma a suo zio a Kiev?
Berlioz sussultò di nuovo. Ma come faceva quel pazzo a conoscere l’esistenza dello zio di Kiev? Questo nessun giornale l’aveva certamente mai pubblicato. Ehi, non aveva allora ragione Bezdomnyj? E se quei documenti fossero stati falsi? Oh, un tipo davvero strano!… Telefonare, telefonare subito! Avrebbero fatto presto a scoprire chi era!
E non ascoltando oltre, Berlioz riprese a correre.
Qui, proprio all’uscita sulla Bronnaja, si alzò da una panchina per venire incontro al direttore quello stesso personaggio che prima, alla luce del sole, si era plasmato dalla densa canicola. Adesso però non era piú fatto d’aria, ma di carne e ossa, e nel crepuscolo incipiente Berlioz vide con chiarezza che aveva un paio di baffetti a forma di penne di gallina, occhietti piccoli, ironici, mezzi brilli, e pantaloni a quadretti tirati su al punto che si vedevano i calzini bianchi sporchi.
Michail Aleksandrovič indietreggiò stupito, ma si confortò pensando che si trattava di una sciocca coincidenza e che comunque non aveva tempo di rifletterci.
— Cerca l’uscita, signore? — s’informò con fessa voce tenorile il tizio a quadretti. — Di qui, prego! Vada diritto, e arriverà a destinazione. Per il consiglio mi dovrebbe pagare un quartino… cosí l’ex maestro di cappella si tira su!… — Facendo mille smorfie quell’individuo si tolse il berretto da fantino con un ampio gesto.
Berlioz non stette ad ascoltare quel vagabondo e buffone che si diceva maestro di cappella, si avvicinò di corsa verso il tornello di uscita e vi appoggiò la mano. Dopo averlo girato, si accingeva già a mettere i piedi sulle rotaie quando gli esplose in viso una luce rossa e bianca: nella cassetta di vetro si era accesa la scritta «Attenti al tram!»
E subito spuntò il tram annunciato, voltando sulla nuova linea che portava dall’Ermolaevskij alla Bronnaja. Dopo che ebbe voltato e imboccato il rettilineo, all’improvviso si illuminò all’interno di luce elettrica, ronzò e accelerò.
Il prudente Berlioz, benché fosse al sicuro, decise di tornare dietro il cancello, spostò la mano sul tornello e arretrò di un passo. In quell’istante la sua mano scivolò e perse l’appoggio, il piede, come se si fosse trovato sul ghiaccio, sdrucciolò inarrestabile sul selciato che scendeva declive verso le rotaie, l’altro piede volò in aria, e Berlioz fu sbalzato sulle rotaie.
Tentando di aggrapparsi a qualcosa, Berlioz cadde riverso, urtando leggermente la nuca sul selciato, e fece in tempo a vedere in alto, se a destra o a sinistra questo ormai non lo capí, la luna dorata. Riuscí a girarsi sul fianco, stringendo con un movimento impetuoso le gambe alla pancia, e, voltatosi, vide slanciarglisi addosso con una forza irrefrenabile il volto, completamente bianco di terrore, della conducente e il suo fazzoletto scarlatto. Berlioz non emise un grido, ma intorno a lui tutta la via strillò in un coro di disperate voci femminili.
La conducente diede uno strappo al freno elettrico, la vettura s’impuntò, poi sobbalzò all’istante, e con uno schianto e un tintinnio i vetri volarono via dai finestrini. Allora nel cervello di Berlioz qualcuno gridò disperatamente: «Possibile?…» Ancora una volta — l’ultima — balenò la luna, ma ormai rovinando in pezzi, poi fu buio.
Il tram coperse Berlioz, e, sotto il cancelletto del viale Patriarscij, sul pendio lastricato fu gettato un oggetto tondo e scuro, che rotolò giú dalla china, saltellando sul selciato.
Era la testa mozzata di Berlioz.
CAPITOLO QUARTO L’inseguimento
Si spensero le isteriche urla femminili, tacquero gli stridenti fischietti dei poliziotti, due ambulanze portarono via: l’una, il corpo decapitato e la testa tagliata all’obitorio e l’altra, la bella conducente ferita dalle schegge di un vetro, alcuni portinai dai bianchi grembiuli spazzarono via i frammenti di vetro e cosparsero di sabbia le pozze di sangue; e Ivan Nikolaevič, che si era lasciato cadere su una panchina senza arrivare fino all’uscita, vi si accasciò. Tentò piú volte di alzarsi, ma le gambe non gli ubbidivano: gli era venuta una specie di paralisi.
Il poeta si era precipitato verso l’uscita non appena aveva sentito il primo urlo, e aveva visto la testa saltellare sul selciato. Era talmente scosso che, lasciatosi cadere sulla panchina, si morse una mano fino a farla sanguinare. Di quel pazzo di tedesco, naturalmente, si era dimenticato e cercava di capire una cosa sola: come era possibile che avesse appena parlato con Berlioz e, un momento dopo, quella testa…
Agitata, la gente correva davanti al poeta lungo il viale, gettando esclamazioni, ma Ivan Nikolaevič non percepiva le loro parole. Inaspettatamente, però, vicino a lui si incontrarono due donne, una, col naso appuntito e la testa scoperta, gridò all’altra queste parole proprio sopra l’orecchio del poeta:
— …Annuška, la nostra Annuška! Quella della Sadovaja! Guarda che ha combinato!… Ha comperato dell’olio di girasole dal droghiere, e, paf! la bottiglia le si rompe contro il cancello del giardino! Si è rovinata tutta la gonna, e tirava certi moccoli!… E lui, poverino, si vede che è scivolato ed è andato a finire sulle rotaie…
Di tutto quello che aveva gridato la donna, il cervello sconvolto di Ivan Nikolaevič aveva afferrato una sola parola: «Annuška»…
— Annuška… Annuška?… — borbottò il poeta guardandosi intorno allarmato, — un momento…
Alla parola «Annuška» si associarono «olio di girasole», e poi, chi sa perché, «Ponzio Pilato». Il poeta respinse Pilato, e cominciò a connettere una serie di associazioni a partire da «Annuška». La catena si formò molto presto e subito lo condusse a quel matto di professore.
«Scusate! L’aveva ben detto, lui, che la riunione non ci sarebbe stata perché Annuška aveva rovesciato l’olio. E difatti la riunione non ci sarà! Non basta, ha detto chiaro e tondo che una donna avrebbe tagliato la testa a Berlioz?!
Sí, sí, sí! Il tram era guidato da una donna! Che cosa significa tutto questo, eh?»
Non rimaneva ombra di dubbio che il misterioso consulente conosceva con esattezza e in anticipo come si sarebbe svolta l’atroce morte di Berlioz. Due pensieri penetrarono allora nel cervello del poeta. Il primo: «Non è affatto pazzo, sono tutte sciocchezze», e il secondo: «Non l’avrà mica tramato lui?»
«Ma, scusate tanto, in che modo?! Eh no, questo lo sapremo!»
Facendo uno sforzo enorme, Ivan Nikolaevič si alzò dalla panchina e tornò a precipizio là dove aveva parlato col professore. Per fortuna, questi non era ancora andato via.
Sulla Bronnaja i lampioni erano già accesi, sopra i Patriarscie splendeva la luna dorata, e nella sua luce sempre ingannevole a Ivan Nikolaevič sembrò che l’uomo stesse in piedi, tenendo sotto il braccio non una canna, ma una spada.
L’ex maestro di cappella furbacchione sedeva al posto dove poco prima si trovava Ivan Nikolaevič. Adesso il vagabondo si era messo sul naso un paio di occhiali a molla chiaramente superfluo, dato che una delle lenti mancava e l’altra era incrinata. Cosí quel tizio a quadretti sembrava ancora piú repellente di quanto non fosse quando aveva indicato la via delle rotaie a Berlioz.
Con il cuore che gli si gelava, Ivan si avvicinò al professore e, guardatolo in faccia, si convinse che non presentava il minimo sintomo di pazzia.
— Confessi: chi è lei? — chiese Ivan con voce sorda.
Il forestiero s’imbronciò, gli diede un’occhiata come se lo vedesse per la prima volta in vita sua, e rispose con ostilità:
— Non capire… non parlare russo…
— Sua eccellenza non capisce il russo, — intervenne dalla panchina il maestro di cappella, benché nessuno gli avesse chiesto di spiegare le parole del forestiero.
— La smetta di fingere! — disse minaccioso Ivan, e si sentí rimescolare la pancia. — Un attimo fa, lei parlava russo alla perfezione. Lei non è tedesco né professore! Lei è un assassino e una spia!… Fuori i documenti! — urlò infuriato Ivan.
L’enigmatico professore torse con un senso di ripugnanza la bocca già storta, e si strinse nelle spalle.
— Signore! — s’intrufolò di nuovo il disgustoso maestro di cappella. — Perché disturba un turista straniero? Ne risponderà di fronte alla legge!
Il sospetto professore assunse un’espressione altera, si voltò e piantò in asso Ivan. Il poeta non sapeva che pesci pigliare. Ansimando, si rivolse al maestro di cappella:
— Ehi, signore, mi aiuti a fermare un criminale! Lei ha l’obbligo di farlo!
Il maestro di cappella si animò al massimo, balzò in piedi e urlo:
— Quale criminale? Dov’è? Un criminale straniero? — i suoi occhietti brillarono di allegria. — Quello? Se è un criminale, per prima cosa bisogna urlare «Aiuto!» Se no, scappa. Dai, insieme! — e spalancò le fauci.
Confuso, Ivan diede retta al maestro di cappella buontempone e gridò: «Aiuto!», ma l’altro lo ingannò e non gridò niente.
L’isolato urlo rauco di Ivan non diede buoni risultati. Due ragazze si scansarono, ed egli udí la parola: «Ubriaco».
— Ah, sei suo complice? — gridò Ivan arrabbiandosi. Mi stai prendendo in giro? Lasciami passare!
Ivan si slanciò a destra, e anche il maestro di cappella si slanciò a destra, Ivan si slanciò a sinistra, e altrettanto fece quel mascalzone.
— Lo fai apposta a starmi tra i piedi? — gridò Ivan infuriandosi. — Consegnerò pure te alla polizia!
Ivan tentò di afferrare quel farabutto per una manica, ma mancò il colpo e non prese un bel nulla: sembrava che la terra lo avesse inghiottito.
Ivan lanciò un’esclamazione, guardò davanti a sé e vide l’odioso sconosciuto. Il professore si trovava già presso l’uscita che dà sul vicolo Patriarscij, e non era solo. Il piú che sospettabile maestro di cappella aveva fatto in tempo a unirsi a lui. Ma non era ancora tutto. Il terzo di quella compagnia era un gatto sbucato da chi sa dove, grosso come un maiale, nero come il carbone o come un corvo, con tremendi baffi da cavalleggero. Il terzetto avanzava verso il Patriarscij, e il gatto camminava sulle zampe posteriori.
Ivan si precipitò dietro ai malfattori e si convinse subito che raggiungerli sarebbe stato difficilissimo.
Il terzetto attraversò fulmineo il vicolo e si ritrovò sulla Spiridonovka. Per quanto Ivan affrettasse il passo, la distanza tra lui e gli inseguiti non diminuiva affatto. Non fece in tempo a riaversi che, dopo la calma Spiridonovka, si ritrovò alle Porte Nikitskie, dove aumentò lo svantaggio a causa della calca. Per di piú, a questo punto la banda dei criminali decise di mettere in atto la classica mossa banditesca di sparpagliarsi in varie direzioni.
Con grande agilità il maestro di cappella si intrufolò in un autobus in corsa che volava verso la piazza dell’Arbat e si dileguò. Avendo perso uno degli inseguiti, Ivan concentrò la sua attenzione sul gatto, e vide quello strano animale avvicinarsi al predellino del vagone di testa del tram A immobile alla fermata, spingere via con insolenza una donna, afferrare la maniglia e tentare perfino di dare una moneta da dieci copeche alla bigliettaia attraverso un finestrino aperto per l’afa.
Il comportamento del gatto sbalordí talmente Ivan da lasciarlo immobile davanti alla drogheria sull’angolo; e subito una seconda volta, ma con molta piú forza, egli fu sbalordito dal comportamento della bigliettaia. Questa, non appena vide il gatto che saliva sul tram, gridò con una rabbia che la scuoteva tutta:
— È vietato ai gatti! È vietato portare gatti! Passa via! Scendi, se no chiamo la polizia!
Né la bigliettaia né i passeggeri furono colpiti dalla cosa principale: non dal fatto che un gatto salisse sul tram, questo poteva ancora passare, ma dal fatto che volesse pagare il biglietto!
Il gatto si dimostrò animale non soltanto solvibile, ma anche disciplinato. Alla prima sgridata della bigliettaia cessò l’attacco, si staccò dal predellino e si sedette alla fermata, soffregandosi i baffi con la monetina. Ma non appena la bigliettaia diede il segnale e il tram si mosse, il gatto si comportò come chiunque sia cacciato da un tram, sul quale deve viaggiare per forza. Dopo essersi lasciato passare davanti tutte e tre le vetture, balzò sulla parte posteriore dell’ultima, si afferrò con la zampa a un tubo che usciva dal veicolo e filò via, economizzando in tal modo il prezzo della corsa.
Per colpa di quello sporco gatto, Ivan per poco non perdeva il principale dei tre, il professore. Ma per fortuna quello non fece in tempo a tagliare la corda: Ivan vide il berretto grigio emergere tra la folla, all’inizio della Bol’saja Nikitskaja, ora via Herzen. In un batter d’occhio vi arrivò anche lui. Ma senza alcun successo. Il poeta affrettò il passo, poi si mise a trottare, urtando i passanti, eppure non riuscí ad avvicinarsi al professore nemmeno di un centimetro.
Per quanto Ivan fosse sconvolto, pure fu colpito dalla velocità soprannaturale con cui si svolgeva l’inseguimento. Non erano ancora passati venti secondi dalle Porte Nikitskie che già lo accecavano le luci dell’Arbat. Ancora qualche secondo, ed ecco un vicolo buio dai marciapiedi sbilenchi, dove Ivan Nikolaevič cadde facendosi male al ginocchio. Di nuovo un viale illuminato: via Kropotkin, poi un vicolo, poi l’Ostozenka, ancora un vicolo, squallido, brutto e male illuminato. Proprio qui Ivan Nikolaevič perse in modo definitivo colui che stava inseguendo. Il professore era scomparso.
Ivan Nikolaevič rimase perplesso, ma non a lungo, perché di colpo capí che il professore doveva per forza trovarsi nella casa numero 13 e, senza fallo, nell’appartamento numero 47.
Ivan Nikolaevič irruppe nell’androne, volò al secondo piano, trovò subito l’appartamento e suonò con impazienza. Non dovette aspettare a lungo. La porta gli fu aperta da una bimbetta sui cinque anni che se ne andò via subito senza chiedergli niente.
L’enorme anticamera, estremamente trascurata, era illuminata debolmente da una minuscola lampadina a filamento di carbone appesa sotto l’alto soffitto nero di sporcizia; al muro era agganciata una bicicletta senza gomme; c’era un’enorme cassapanca rivestita di ferro, e sul palchetto sopra l’attaccapanni si trovava un berretto invernale coi lunghi paraorecchie penzolanti. Dietro una delle porte, una rimbombante voce maschile urlava iraconda dei versi nell’apparecchio radiofonico.
Ivan Nikolaevič non fu per niente imbarazzato da quell’ambiente sconosciuto e si diresse verso il corridoio, ragionando cosí: «Si è certamente nascosto nel bagno». Il corridoio era buio. Dopo aver urtato piú volte contro le pareti, Ivan vide sotto una porta una debole striscia di luce, trovò a tastoni la maniglia e le diede un leggero strappo. Il gancio saltò via, Ivan si ritrovò proprio nel bagno e pensò di aver avuto fortuna.
Però non tanta quanta occorreva! Un’ondata di caldo umido lo investí e, alla luce delle braci accese nello scaldabagno, egli vide grossi tini appesi alle pareti, e la vasca coperta di orrende macchie nere per lo smalto saltato via. Bene, in quella vasca stava in piedi una signora nuda, tutta insaponata e con una spugna in mano. Quando Ivan fece irruzione, essa strizzò gli occhi come fanno i miopi, e scambiandolo per un altro in quell’infernale illuminazione, disse, con voce sommessa e allegra:
— Kiriuscka! Non faccia lo stupido! È impazzito?… Fëdor Ivanovi sta per rientrare. Esca subito! — e minacciò Ivan con la spugna.
Si trattava evidentemente di un equivoco, e la colpa, naturalmente, era di Ivan Nikolaevič. Ma lui non volle riconoscerlo e, dopo aver esclamato con riprovazione: «Svergognata…», si ritrovò d’un tratto in cucina. Non vi era nessuno, e nella penombra stavano silenziosi sulla stufa una decina di fornelli a petrolio spenti. Un unico raggio di luna, filtrando attraverso la finestra polverosa, non lavata da anni, illuminava parcamente l’angolo dove, coperta di ragnatele e polvere, era appesa un’icona dimenticata, dietro la cui cornice spuntavano le estremità di due ceri nuziali. Sotto la grande icona ce n’era un’altra, di carta, attaccata con uno spillo.
Nessuno sa quale pensiero dominasse Ivan in quel momento, fatto sta che, prima di fuggire dall’ingresso di servizio, si appropriò di uno dei due ceri, nonché della piccola icona di carta. Con quegli oggetti, egli abbandonò l’alloggio sconosciuto, borbottando qualcosa, vergognandosi al pensiero di quello che era successo nel bagno, e cercando involontariamente d’indovinare chi potesse essere quell’insolente Kirjuska, e se fosse lui il proprietario di quell’antipatico berretto coi paraorecchie.
Nel vicolo deserto e desolato il poeta si voltò per cercare il fuggiasco, ma non se ne vedeva l’ombra. Ivan disse allora con fermezza a se stesso:
— Ma è naturale, è sulla Moscova! Avanti!
Si sarebbe dovuto, forse, chiedere a Ivan Nikolaevič perché riteneva che il professore fosse proprio sulla Moscova e non in qualche altro luogo. Il guaio è che non c’era nessuno che potesse chiederglielo. L’abominevole vicoletto era completamente deserto.
Dopo pochissimo tempo si poté vedere Ivan Nikolaevič sulla scalinata di granito dell’anfiteatro della Moscova.
Dopo essersi tolto i vestiti, Ivan li affidò a un simpatico uomo barbuto che stava fumando una sigaretta fatta a mano, vicino a un camiciotto bianco strappato e a un paio di scarpe scalcagnate e slacciate. Agitò le braccia per rinfrescarsi e si tuffò ad angelo nell’acqua. Il fiato gli si mozzò, tanto era fredda, e gli balenò perfino l’idea che forse non ce l’avrebbe fatta a risalire a galla. Tuttavia ci riuscí, e soffiando e sbuffando, con gli occhi tondi dall’emozione, Ivan Nikolaevič si mise a nuotare nell’acqua nera che puzzava di petrolio, tra i riflessi zigzaganti dei lampioni del lungofiume.
Quando Ivan, tutto bagnato, saltellò sui gradini diretto al posto dove, sotto la guardia dell’uomo barbuto, erano rimasti i suoi vestiti, scoprí che erano spariti non solo questi ultimi, ma anche il primo, cioè l’uomo barbuto. Nel luogo esatto dove aveva lasciato i suoi vestiti trovò un paio di mutandoni a righe, il camiciotto strappato, il cero, la piccola icona e una scatola di fiammiferi. Dopo aver minacciato non si sa chi, Ivan, pieno d’ira impotente, si mise addosso ciò che era rimasto. A questo punto due considerazioni cominciarono a angustiarlo: la prima, che la tessera del MASSOLIT, dalla quale egli non si staccava mai, era scomparsa, e la seconda, come avrebbe fatto ad attraversare Mosca in quello stato senza incontrare ostacoli? Dopo tutto, era in mutande… È vero che ognuno si dovrebbe occupare dei fatti suoi, ma se avessero fatto delle storie o l’avessero trattenuto…
Ivan strappò via i bottoni dalle mutande all’altezza delle caviglie, sperando che in tal modo le avrebbero forse scambiate per pantaloni estivi, raccattò l’icona, i fiammiferi e il cero, e s’incamminò, dicendo a se stesso:
— Da Griboedov! Non c’è dubbio, lui è lí!
La città viveva già la sua vita notturna. Nella polvere filavano autocarri sferraglianti, e nei cassoni, sopra dei sacchi, c’erano uomini sdraiati a pancia all’aria. Tutte le finestre erano spalancate. In ognuna era accesa la luce sotto un paralume arancione, e da tutte le finestre, da tutte le porte, da tutti gli androni, dai tetti e dai solai, dalle cantine e dai cortili prorompeva l’urlo arrochito della Polonaise dall’Evgenij Onegin.
Le preoccupazioni di Ivan Nikolaevič si rivelarono pienamente giustificate: i passanti gli rivolgevano attenzione e si voltavano a guardarlo. Prese quindi la decisione di abbandonare le vie principali e di passare nei vicoli, dove la gente è meno indiscreta e vi sono minori probabilità che importunino un uomo scalzo, esasperandolo con delle battute a proposito di quelle mutande che rifiutavano ostinatamente di assomigliare a dei calzoni.
Ivan fece cosí, si addentrò nella rete misteriosa dei vicoli dell’Arbat e cominciò a rasentare i muri, gettando occhiate spaventate, voltandosi ad ogni istante, nascondendosi a volte sotto i portoni ed evitando gli incroci coi semafori e i lussuosi ingressi delle palazzine delle ambasciate.
Per tutto il difficile percorso, fu tormentato in modo indicibile dall’onnipresente orchestra, col cui accompagnamento un basso cantava gravemente il suo amore per Tat’jana.
CAPITOLO QUINTO Quel che successe al Griboedov
L’antica casa a un piano, color crema, si trovava sul viale della circonvallazione, in fondo a un anemico giardino separato dal marciapiede da una cancellata di ghisa lavorata. Il piccolo spiazzo davanti alla casa era asfaltato: d’inverno vi sorgeva un mucchio di neve in cui era infilata una pala, d’estate si trasformava in un meraviglioso ristorante all’aperto, riparato da un tendone.
La casa si chiamava Casa di Griboedov perché si diceva che fosse appartenuta alla zia del celebre scrittore Aleksandr Sergeevič Griboedov. Be’, le fosse o no appartenuta, non lo sappiamo con certezza. Anzi, a quanto pare, Griboedov non ebbe mai una zia padrona di immobili… Comunque, la casa si chiamava cosí. Anzi, un conta frottole moscovita affermava che al primo piano, nella sala rotonda con le colonne, il celebre scrittore aveva letto dei brani di Che disgrazia l’ingegno! a questa sua zia, che se ne stava sdraiata sul sofà. Del resto, chi lo sa, forse li aveva letti per davvero, non è questo che conta!
Ciò che conta è che in quel tempo la casa apparteneva a quello stesso MASSOLIT, a capo del quale era stato il povero Michail Aleksandrovič Berlioz prima della sua apparizione agli stagni Patriarscie.
Seguendo l’esempio dei membri del MASSOLIT, nessuno la chiamava la Casa di Griboedov, tutti dicevano semplicemente Griboedov: «Ieri ho brigato due ore al Griboedov». «E allora?» — «Vado a Jalta per un mese». «Sei proprio in gamba!», oppure: «Va’ da Berlioz, oggi riceve dalle quattro alle cinque al Griboedov»… e cosí via.
Il MASSOLIT si era sistemato in quella casa nel modo piú confortevole che si possa immaginare. Chiunque vi entrasse, prima di tutto senza volerlo vedeva i comunicati dei vari circoli sportivi, nonché i ritratti, di gruppo e singoli, dei membri del MASSOLIT, appesi (i ritratti) ai muri della scala che portava al primo piano.
Sulla porta della prima stanza del piano superiore un cartello annunciava a caratteri cubitali: «Sezione di pesca e villeggiatura», e vi era raffigurata una carpa presa all’amo.
Sulla porta della stanza n. 2 c’era una scritta non del tutto comprensibile: «Missioni creative di ventiquattro ore. Rivolgersi a M. V. Podložnaja».
La porta successiva aveva un’iscrizione breve, ma completamente incomprensibile: «Perelygino». Poi lo sguardo del visitatore fortuito si perdeva tra tutte quelle scritte sparse sulle porte di noce della zia: «Le iscrizioni per la distribuzione della carta si accettano dalla Poklevkina», «Cassa», «Conti personali degli autori di sketches»…
Se si fendeva una lunghissima fila che cominciava già in basso, alla portineria, su una porta assediata dalla folla si poteva leggere: «Problema degli alloggi».
Dopo il problema degli alloggi, appariva uno splendido manifesto sul quale era raffigurata una roccia e in cima ad essa si vedeva un cavaliere con un mantello caucasico e un fucile a tracolla. Piú in basso c’erano delle palme e un balcone, sul balcone un giovanotto dal ciuffetto a cresta guardava in alto con occhi furbeschi e teneva in mano una stilografica. La didascalia: «Ferie creative complete da due settimane (racconto-novella) fino a un anno (romanzo, trilogia) per Jalta, Suuk-Su, Borovoe, Cichidziri, Machindžauri, Leningrado (Palazzo d’Inverno)». Anche davanti a questa porta c’era una fila, ma non molto lunga, di circa centocinquanta persone.
Poi seguivano — obbedendo alle capricciose curve, salite e discese della casa di Griboedov — «Direzione del MASSOLIT», «Casse n. 2, 3, 4 e 5», «Redazione», «Presidente del MASSOLIT», «Sala da biliardo», vari uffici ausiliari, e finalmente la sala con le colonne dove la zia si era goduta la commedia del geniale nipote.
Ogni visitatore — che non fosse naturalmente del tutto ottuso — capiva subito come se la passavano bene i beati membri del MASSOLIT, e un’oscura invidia cominciava immediatamente a straziarlo. Rivolgeva al cielo amari rimproveri per non averlo dotato, alla nascita, di ingegno letterario, senza il quale, s’intende, non si poteva neppure sognare di avere una tessera di membro del MASSOLIT, quella tessera bruna con un largo bordo dorato, che odorava di pelle pregiata, ed era nota a tutta Mosca.
Chi spenderà una parola a difesa dell’invidia? È un sentimento catalogabile fra i piú abietti, ma bisogna mettersi nei panni del visitatore. Infatti, quello che egli aveva visto al piano superiore, era ben lungi dall’essere tutto! L’intero pianterreno della casa della zia era adibito a ristorante, che ristorante! A ragione era considerato il migliore di Mosca E non solo perché occupava due grandi sale coi soffitti a volta sui quali erano dipinti cavalli color lilla dalle criniere assire, non solo perché su ogni tavolino c’era una lampada coperta da uno scialle, non solo perché lí non poteva intrufolarsi il primo venuto, ma soprattutto perché per la qualità dei piatti, il Griboedov batteva e strabatteva qualsiasi ristorante di Mosca, e questi piatti venivano serviti a prezzi piú che convenienti, per nulla onerosi.
Perciò non vi è nulla di sorprendente, ad esempio, in questa conversazione sentita un giorno dall’autore di queste veridicissime righe presso la cancellata di ghisa del Griboedov:
— Dove ceni stasera, Amvrosij?
— Che domanda! Qui, naturalmente, caro Foka! Arčibal’d Arčibal’dovič mi ha sussurrato che stasera sulla lista ci sarà del pesce persico au naturel. Una cosettina da maestro!
— Eh, sai vivere, tu, Amvrosij! — rispose con un sospiro Foka, trasandato e magro, con un foruncolo sul collo, a un gigante dalle labbra vermiglie, capelli dorati, e guance paffute: Amvrosij il poeta.
— Non posseggo alcuna sapienza particolare, — replicò Amvrosij, — ma il comune desiderio di vivere umanamente. Tu vuoi dire, Foka, che si può trovare pesce persico anche al Colosseo. Ma al Colosseo una porzione di pesce persico costa tredici rubli e quindici copeche, mentre da noi, cinque e cinquanta! Inoltre, al Colosseo il pesce persico è di tre giorni e, inoltre, nessuno ti garantisce che al Colosseo non sarai preso a grappoli d’uva in faccia dal primo giovincello capitato lí dal Passaggio teatrale. No, sono categoricamente contrario al Colosseo, — tuonava per tutto il viale Amvrosij il gastronomo. — Non cercare di convincermi, Foka!
— Non sto cercando di convincerti, Amvrosij! — pigolava Foka. — Si può cenare a casa!
— Grazie tante, — strombettava Amvrosij. — Me la vedo, tua moglie che cerca di preparare in un pentolino, nella cucina comune, il pesce persico au naturel! Hi-hi-hi!… Au revoir, Foka, — e canterellando Amvrosij si diresse verso la veranda sotto il tendone.
Eh sí… Cose di una volta!… I vecchi moscoviti si ricordano del celebre Griboedov! Pesce persico lesso! Robetta da niente, caro Amvrosij! Pensi invece allo sterleto, allo sterleto in un pentolino argenteo, allo sterleto a pezzetti alternati con code di gamberi e caviale fresco! E le uova-in-cocotte con una purée di funghi in tazza? E i filettini di tordo, non le piacevano? Coi tartufi? E le quaglie alla genovese? Nove e cinquanta! E il jazz, e il servizio cortese! E a luglio, quando tutta la famiglia è in campagna, mentre lei è trattenuto in città da affari letterari improrogabili, sulla veranda all’ombra della vite rampicante, il piatto di soupe printanière in una dorata chiazza sulla lindissima tovaglia? Ricorda, Amvrosij? Ma c’è bisogno di chiederlo? Vedo dalle sue labbra che ricorda. E lei parla di murene e di pesce persico! E le beccacce, i beccaccini, i tordi, le starne, a seconda della stagione, le pernici, le accegge? L’acqua minerale che pizzica in gola?! Ma fermiamoci qui, ti stai distraendo, lettore! Seguimi!…
Alle dieci e mezzo della sera in cui Berlioz era perito ai Patriarscie, al piano superiore del Griboedov era illuminata una sola stanza, e in essa languivano dodici letterati giunti per la riunione e in attesa di Michail Aleksandrovič.
Seduti nella stanza della direzione, sulle sedie, sui tavoli, e perfino su due davanzali, soffrivano molto per l’afa. Non un soffio d’aria fresca entrava dalle finestre spalancate. Mosca restituiva la calura accumulatasi nell’asfalto durante il giorno, ed era chiaro che la notte non avrebbe portato sollievo. Un odore di cipolla saliva dalla cantina, dove si trovava la cucina del ristorante, e tutti avevano voglia di bere ed erano nervosi e irritati.
Il letterato Beskudnikov — un uomo quieto, ben vestito, con gli occhi attenti e insieme sfuggenti — tirò fuori l’orologio. La lancetta avanzava verso le undici. Beskudnikov batté il dito sul quadrante, lo mostrò al suo vicino, il poeta Dvubratskij che stava seduto su un tavolo, dondolando per la noia le gambe calzate di un paio di scarpe gialle dalla suola di gomma.
— Però, — borbottò Dvubratskij.
— L’amico sarà rimasto sulla Kljaz’ma, — commentò con voce densa Nastas’ja Lukinišna Nepremenova, orfana di una famiglia di mercanti moscoviti che, diventata scrittrice, componeva racconti di battaglie navali, firmandosi con lo pseudonimo Capitano Georges.
— Scusate! — disse arditamente Zagrivov autore di sketches di successo. — Anch’io me ne starei con piacere sul balcone a prendere il tè invece di cuocere qui dentro. La riunione, se ben ricordo, era fissata per le dieci.
— Si sta bene, adesso, sulla Kljaz’ma, — disse malignamente il Capitano Georges, sapendo che, Perelygino sulla Kljazima, luogo di villeggiatura dei letterati, era un punto debole per tutti. — A quest’ora staranno già cantando gli usignoli. Non so, io lavoro sempre meglio fuori città, soprattutto in primavera.
— È il terzo anno che verso la quota per mandare in quel paradiso mia moglie che ha il morbo di Basedow, ma non si vede nulla all’orizzonte, — disse velenoso e amaro il novelliere Ieronim Poprichin.
— C’è chi ha fortuna e c’è chi non l’ha, — tuonò dal davanzale il critico Ababkov.
La gioia si accese nei piccoli occhi del Capitano Georges, ed ella disse, addolcendo la sua voce da contralto:
— Non bisogna essere invidiosi, compagni. Ci sono solo ventidue villini, ne stanno costruendo appena altri sette, e noi al MASSOLIT siamo in tremila.
— Tremilacentoundici, — intercalò qualcuno dall’angolo.
— Vedete, — continuò il Capitano, — che si può fare? È naturale che i villini vengano assegnati a quelli di noi che hanno piú ingegno…
— Ai generali! — S’inserí nella discussione lo sceneggiatore Glucharëv.
Beskudnikov, con uno sbadiglio affettato, uscí dalla stanza.
— Lui da solo ha cinque stanze a Perelygino! — gli disse alle spalle Glucharëv.
— E Lavrovič che ne ha addirittura sei! — esclamò Deniskin. — E la sala da pranzo coi pannelli di quercia!
— Oh, questo adesso non c’entra! — tuonò Ababkov. Il fatto è che sono le undici e mezzo.
Cominciarono a rumoreggiare e stava per maturare una specie di sedizione. Si misero a telefonare all’odiata Perelygino, ebbero la comunicazione con un altro villino, con quello di Lavrovič, appresero che Lavrovič era andato al fiume, e questo guastò in modo definitivo l’umore generale. Telefonarono a casaccio alla Commissione per le belle lettere, interno 930, e naturalmente non vi trovarono nessuno.
— Poteva anche telefonare! — gridavano Deniskin, Glucharëv e Kvant.
Ohimè, gridavano invano: non poteva telefonare, Michail Aleksandrovič. Lontano, molto lontano dal Griboedov, in una sala enorme illuminata con lampadine da mille candele, giaceva su tre tavoli zincati ciò che ancora poco prima era stato Michail Aleksandrovič.
Sul primo tavolo, un corpo nudo, col sangue raggrumato, un braccio fracassato, la gabbia toracica schiacciata; sul secondo, la testa con gli incisivi spezzati e gli occhi torbidi aperti che non reagivano piú alla luce violenta; sul terzo, un mucchio di stracci induriti.
Attorno al cadavere decapitato si trovavano: il professore di medicina legale, l’anatomo-patologo e il suo preparatore, rappresentanti delle autorità inquirenti, e il letterato eldybin, sostituto di Michail Aleksandrovič Berlioz al MASSOLIT, chiamato telefonicamente dal capezzale della moglie ammalata.
Una macchina era andata a prelevare Želdybin, e per prima cosa, insieme alla polizia, lo portò (verso mezzanotte) nell’alloggio dell’ucciso, dove furono messi i sigilli su tutti i documenti, e solo dopo raggiunsero l’obitorio.
Adesso, raccolti attorno ai resti del defunto, stavano conferendo sul modo migliore di procedere: cucire la testa tagliata al corpo, oppure esporre il corpo nel salone del Griboedov coprendo semplicemente fino al mento la vittima con un drappo nero?
Sí, Michail Aleksandrovič non poteva proprio telefonare, e Deniskin, Glucharëv, Kvant e Beskudnikov gridavano e si indignavano invano. A mezzanotte in punto tutti e dodici i letterati lasciarono il piano superiore e scesero al ristorante. Anche qui imprecarono sottovoce contro Michail Aleksandrovič: i tavolini sulla veranda, naturalmente, erano già occupati, ed essi furono costretti a cenare nelle belle ma afose sale interne.
A mezzanotte in punto, nella prima sala qualcosa si schiantò, tintinnò, si riversò, tamburellò. E subito una sottile voce maschile urlò con accanimento, accompagnata dalla musica: «Alleluja!» Aveva attaccato la celebre orchestra jazz del Griboedov. I volti coperti di sudore sembrarono schiarirsi, i cavalli dipinti sul soffitto parvero animarsi si sarebbe detto che le lampadine erano diventate piú luminose, e di colpo, come scatenati, i clienti delle sale cominciarono a ballare, e poi si misero a ballare anche sulla veranda.
Ballò Glucharëv con la poetessa Tamara Polumesjac ballò Kvant, ballò il romanziere Zukopov con un’attrice cinematografica vestita di giallo. Ballavano: Dragunskij, Čerdakči, il piccolo Deniskin con la gigantesca Capitano Georges, ballava il bellissimo architetto Semejkina-Gall stretta ad uno sconosciuto coi pantaloni di tela bianca. Ballavano i membri e gli ospiti, i moscoviti e i forestieri, lo scrittore Johann di Kronstadt, un certo Vitja Kuftik di Rostov, probabilmente un regista, con una psoriasi violacea su tutta la guancia, ballavano i piú noti rappresentanti della sezione poetica del MASSOLIT, cioè Pavianov Bogochul’skij, Sladkij, scpikin, e Adel’fina Buzdjak ballavano dei giovincelli di professione ignota, coi capelli tagliati a spazzola e le spalle della giacca imbottite, ballava un tipo assai anziano con la barba in cui si era impigliato un pezzo verde di cipollina, con lui ballava una gracile fanciulla divorata dall’anemia, con un vestitino di seta arancione spiegazzato.
Grondando sudore, i camerieri portavano sopra le teste boccali di birra appannati, e urlavano arrochiti e pieni d’odio: «Scusi, signore!» Da qualche parte una voce ordinava al megafono: «Un karskij! Due zubrik! Fljaki gospodarskie!!».[4] La voce sottile non cantava piú, ma ululava: «Alleluja!» Il fracasso dei piatti dorati del jazz copriva a volte quello delle stoviglie, che le lavapiatti facevano scivolare in cucina lungo un piano inclinato. Insomma, un inferno.
E a mezzanotte in quell’inferno ci fu una visione. Uscí sulla veranda un bell’uomo in frac, gli occhi neri, la barba aguzza come un pugnale, e con uno sguardo maestoso guardò i suoi possedimenti. Dicevano, dicevano i mistici che vi era stato un tempo in cui il bell’uomo non portava il frac, ma era fasciato da un largo cinturone di cuoio da cui sporgevano le impugnature delle pistole, e i suoi capelli corvini erano stretti da un fazzoletto di seta rossa, e ai suoi ordini navigava nel Mar dei Caraibi un brigantino battente bandiera nera con un teschio.
Ma no, no! Mentono i mistici con le loro lusinghe, non esiste nessun Mar dei Caraibi, non vi navigano filibustieri temerari, non li insegue una corvetta, sui flutti non si stende il fumo dei cannoni. Non c’è niente, e non c’è mai stato niente! C’è un tiglio anemico, c’è un cancello di ghisa e dietro, un viale… Il ghiaccio si scioglie nel secchiello, al tavolino accanto si vedono occhi bovini iniettati di sangue, e ti prende la paura, la paura… Oh numi, numi, voglio del veleno, del veleno!…
A un tratto da un tavolo si levò la parola «Berlioz!!» Di colpo il jazz si sfece e tacque, come se qualcuno l’avesse colpito con un pugno. «Cosa, cosa, cosa, cosa?!!!» «Berlioz!!!» E si misero a dar balzi, e si misero a gettar gridi…
Sí, un’ondata di dolore si slanciò in alto alla terribile notizia della fine di Michail Aleksandrovič. Qualcuno si agitava, gridava che bisognava subito, all’istante, lí per lí scrivere un telegramma collettivo e spedirlo immediatamente.
Ma quale telegramma, chiediamo noi, e a chi? E perché spedirlo? Infatti, a chi spedirlo? A che serve un telegramma, quale che esso sia, all’uomo la cui nuca schiacciata è stretta ora dalle mani di gomma del preparatore e il cui collo è cucito dagli aghi curvi del professore? È morto, e non gli serve alcun telegramma. Tutto è finito, non sovraccarichiamo il telegrafo.
Sí, è morto morto… Ma noi siamo vivi!
Sí, si levò in alto un’ondata di dolore, rimase per un po’, e poi cominciò a decrescere: qualcuno era già tornato al suo tavolino e — prima di nascosto, poi apertamente — bevve un po’ di vodka e mandò giú qualcosa. Infatti non era proprio il caso di lasciare nel piatto le cotolette di volaille! Di che aiuto possiamo essere a Michail Aleksandrovič? Perché rimanere digiuni? Siamo vivi, noi!
Naturalmente il pianoforte fu chiuso a chiave, i suonatori del jazz se ne andarono, alcuni giornalisti tornarono nelle loro redazioni a scrivere il necrologio. Si venne a sapere che Želdybin era arrivato dall’obitorio. Si era installato nell’ufficio del defunto, al piano superiore, e subito si sparse la voce che avrebbe sostituito Berlioz. Želdybin convocò dal ristorante tutti e dodici i membri della direzione, e nel corso della seduta che iniziò immediatamente nell’ufficio di Berlioz, presero a discutere questioni improrogabili circa l’addobbo della sala con le colonne del Griboedov, il trasporto della salma dall’obitorio nella sala, l’ammissione dei visitatori e altri argomenti riguardanti il luttuoso avvenimento.
Il ristorante, intanto, riprese la sua solita vita notturna, e l’avrebbe vissuta fino alle quattro del mattino, ora di chiusura, se non fosse successo qualcosa di assolutamente straordinario, che colpí gli ospiti del ristorante molto piú che la notizia della morte di Berlioz. I primi ad agitarsi furono i vetturini in fila davanti al portone del Griboedov. Si udí uno di loro che, sollevandosi a cassetta, esclamò:
— Toh! Guarda che roba!
Poi presso la cancellata di ghisa si accese una fiammella venuta da chi sa dove, e si diresse verso la veranda. Quelli che sedevano ai tavolini cominciarono ad alzarsi per guardare meglio, e videro che con la fiammella verso il ristorante avanzava un bianco fantasma. Quando raggiunse l’inferriata della veranda, tutti ai tavolini restarono di ghiaccio coi pezzi di sterleto infilzati sulle forchette, e sbarrarono gli occhi. Il portiere, che in quel momento era uscito dal guardaroba per farsi una fumatina, spense la sigaretta col tacco e si avviò verso il fantasma con l’evidente intenzione di sbarrargli la strada, ma non lo fece, e si fermò con un sorriso stupido.
Il fantasma attraversò l’apertura dell’inferriata e arrivò senza ostacoli sulla veranda. Solo allora i presenti videro che non si trattava affatto di un fantasma, ma di Ivan Nikolaevič Bezdomnyj, il noto poeta.
Era scalzo, aveva un paio di mutandone bianche a righe e indossava un camiciotto bianco stracciato, sul cui petto con uno spillo da balia era attaccata un’icona di carta raffigurante un santo sconosciuto. In mano Ivan Nikolaevič reggeva un cero nuziale acceso. La sua guancia destra presentava un’escoriazione di fresca data. Era addirittura impossibile valutare la profondità del silenzio che si fece sulla veranda. Si vedeva un cameriere che lasciava scorrere la birra dal boccale inclinato.
Il poeta alzò il cero sopra la testa e disse forte:
— Salve, amici! — Dopo di che guardò sotto il tavolo piú vicino ed esclamò con afflizione: — No, non è qui!
Si udirono due voci. Una, bassa, disse spietata:
— E spacciato. Delirium tremens.
L’altra femminile, spaventata, pronunciò le parole:
— Come mai la polizia l’ha lasciato andare in giro in quello stato?
Questo, Ivan Nikolaevič lo udí, e rispose:
— Hanno tentato due volte di fermarmi, allo Skaternyj e qui, alla Bronnaja, ma ho scavalcato uno steccato e, vedete, mi sono graffiato la guancia — . Poi Ivan Nikolaevič alzò il cero e gridò: — Fratelli in letteratura! — (la sua voce, dapprima fioca, si rafforzò e divenne piú calda). — Ascoltatemi tutti! È comparso! Acchiappatelo subito, se no combinerà guai inenarrabili!
— Come? Cosa? Che ha detto? Chi è comparso? — piovvero voci da tutte le parti.
— Il consulente, — rispose Ivan. — Il consulente che ha ucciso Miša Berlioz ai Patriarscie.
Dalla sala interna la gente si riversò sulla veranda e si strinse intorno al cero di Ivan.
— Scusi, scusi, sia piú preciso, — risuonò all’orecchio di Ivan Nikolaevič una voce sommessa e cortese, — come sarebbe a dire «ha ucciso»? Chi ha ucciso?
— Il consulente straniero, professore e spia, — rispose Ivan voltandosi.
— Come si chiama? — gli chiesero piano all’orecchio.
— Come si chiama! — gridò afflitto Ivan. — Magari lo sapessi! Non ho fatto in tempo a leggere il nome sul biglietto da visita… Mi ricordo soltanto la prima lettera, un «vu doppio», il nome comincia con un «vu doppio»! Che nome può essere col «vu doppio»? — chiese Ivan a se stesso, stringendosi la fronte tra le mani, e a un tratto cominciò a borbottare: — We, We, We, Wa… Wo… Waschner? Wagner? Weiner? Wegner? Winter? — i capelli sulla sua testa cominciarono a muoversi avanti e indietro dallo sforzo.
— Wulf? — esclamò impietosita una donna.
Ivan si arrabbiò.
— Scema! — gridò, cercando la donna con lo sguardo. che c’entra Wulf? Wulf non ha nessuna colpa! Wo, Wa… No, cosí non ci arriverò mai! Be’, signori, ecco che cosa vi dico: telefonate subito alla polizia perché mandino cinque moto con mitra per prendere il professore. E non dimenticate di dire che con lui ce ne sono altri due: uno lungo, a quadretti, con gli occhiali a molla incrinati, e un gatto nero, grasso… Io intanto faccio una perquisizione al Griboedov: sento che è qui!
Ivan fu preso dall’inquietudine, si fece largo a spintoni tra quelli che lo circondavano, cominciò ad agitare il cero facendosi gocciolare la cera addosso, e guardò sotto i tavolini. Si sentí dire: «Un dottore!» e un’affabile faccia carnosa, rasata e pasciuta, con gli occhiali cerchiati di corno, apparve davanti a Ivan.
— Compagno Bezdomnyj, — disse la faccia con una voce da comizio, — si calmi! Lei è sconvolto dalla morte di colui che noi tutti amavamo tanto, Michail Aleksandrovič… no semplicemente Miša Berlioz. Noi tutti lo capiamo benissimo. Lei ha bisogno di riposo. Adesso i compagni la metteranno a letto, e lei prenderà sonno…
— Tu, — lo interruppe Ivan digrignando i denti, — lo capisci che bisogna prendere il professore? E mi vieni a scocciare con le tue scemenze! Cretino!
— Compagno Bezdomnyj, la prego!… — rispose la faccia arrossendo, arretrando, e rimpiangendo di essersi cacciata in quel pasticcio.
— No, tu non la passi mica liscia, sai!… — disse con un odio intenso Ivan Nikolaevič.
Uno spasimo distorse i suoi lineamenti, si passò rapidamente il cero dalla mano destra in quella sinistra, prese lo slancio e mollò una sventola sull’orecchio alla faccia compassionevole.
Allora ebbero l’idea di gettarsi addosso a Ivan, e lo fecero. Il cero si spense, gli occhiali, caduti dal naso, furono immediatamente calpestati. Ivan lanciò un terribile urlo di guerra che si udí, provocando la curiosità generale, fin sul viale, e cominciò a difendersi. Tintinnò il vasellame cadendo dai tavoli, cominciarono a gridare le donne.
Mentre i camerieri legavano il poeta con degli asciugamani, nel guardaroba si svolgeva una conversazione tra il comandante del brigantino e il portiere.
— Avevi visto che era in mutande? — chiedeva freddo il pirata.
— Ma, Arčibal’d Arčibal’dovic, — rispondeva il portiere, tremando — come facevo a non lasciar entrare il signore, se è membro del MASSOLIT?
— Avevi visto che era in mutande? — ripeté il pirata.
— Mi scusi, Arčibal’d Arčibal’dovic, — diceva il portiere, diventando purpureo, — che potevo fare? Capisco anch’io, sulla veranda ci sono delle signore…
— Qui le signore non c’entrano, alle signore non importa niente, — rispose il pirata, incenerendo il portiere con gli occhi. — Invece alla polizia importa! Un uomo che indossa soltanto la biancheria intima può girare per le vie di Mosca in un unico caso: se è accompagnato dalla polizia, e in un’unica direzione: al commissariato! E tu, se sei portiere, devi sapere che, vedendo un uomo del genere, il tuo dovere è di fischiare senza perdere un secondo. Senti? Senti che cosa sta succedendo sulla veranda?
Qui il portiere, quasi fuori di senno, udí arrivare dalla veranda un rombo, un fracasso di piatti rotti e grida femminili.
— Che cosa ti meriteresti? — chiese il filibustiere.
La pelle del volto del portiere assunse il colore di un malato di tifo e i suoi occhi s’intorpidirono. Gli sembrò che i capelli neri divisi dalla scriminatura si coprissero di un fazzoletto di seta scarlatta. Scomparvero lo sparato e il frac, e dal cinturone di cuoio spuntò la pistola. Il portiere s’immaginò impiccato al pennone di coffa. Con i suoi occhi vide la propria lingua penzolare, e la testa, priva di vita, reclinata su una spalla; udí perfino lo sciacquio dell’acqua fuori bordo. Le ginocchia del portiere si piegarono. Allora il filibustiere ebbe pietà di lui e smorzò il suo sguardo tagliente.
— Sta’ attento, Nikolaj, è l’ultima volta! Di portieri cosí, al ristorante, non li vogliamo neanche gratis! Vai a fare il sagrestano! — Dopo aver detto questo, il comandante ordinò preciso chiaro e veloce: — Chiama Pantelej dal buffet. Un poliziotto. Verbale. Una macchina. Alla clinica psichiatrica — E aggiunse: — Fischia!
Un quarto d’ora dopo, lo stupefatto pubblico, non solo del ristorante ma anche quello sul viale e alle finestre delle case che davano sul giardino del ristorante, vedeva questa scena: dal portone del Griboedov, Pantelej, il portiere, un poliziotto, un cameriere e il poeta Rjuchin portavano fuori un giovane fasciato come un bambolotto, che, piangendo a calde lacrime, sputava e cercava di colpire proprio Rjuchin, e urlava in modo da essere sentito per tutto il viale:
— Canaglia!… Canaglia!…
L’autista del camion, col volto adirato, avviava il motore. Vicino, un vetturino incitava il suo cavallo picchiandolo sulla groppa con le redini color lilla, e gridava:
— Guardate che cavallo da corsa! Ho già portato gente al manicomio, io!
Intorno rombava la folla, commentando l’inaudito avvenimento. Insomma, uno schifoso, lurido, allettante, immondo scandalo, che finí solo quando il camion portò via, dal portone del Griboedov, il povero Ivan Nikolaevič, il poliziotto, Pantelej e Rjuchin.
CAPITOLO SESTO La schizofrenia, come era stato detto
Quando nella sala di accettazione della celebre clinica psichiatrica costruita da poco presso Mosca, sulle rive del fiume, entrò un uomo con la barba a punta e con indosso un camice bianco, era l’una e mezza di notte. Tre infermieri non distoglievano gli occhi da Ivan Nikolaevič, che era seduto su un divano. Si trovava lí anche il poeta Rjuchin, estremamente emozionato. Gli asciugamani, con i quali era stato legato Ivan Nikolaevič, giacevano in un mucchio sullo stesso divano. Le braccia e le gambe di Ivan Nikolaevič erano libere.
Vedendo il nuovo venuto, Rjuchin impallidí, tossicchiò e disse con timidezza:
— Buon giorno, dottore.
Il dottore salutò Rjuchin, ma intanto guardava non lui bensí Ivan Nikolaevič. Questi sedeva del tutto immobile, col volto cattivo, le sopracciglia aggrottate, e non si mosse neppure all’ingresso del medico.
— Ecco, dottore, — cominciò Rjuchin, chi sa perché in un sussurro misterioso, voltandosi impaurito verso Ivan Nikolaevič, — il noto poeta Ivan Bezdomnyj… Ecco, vede… Temiamo che si tratti di delirium tremens…
— Beveva molto? — chiese il dottore tra i denti.
— No. A volte beveva, ma non tanto da…
— Ha mai cercato di acchiappare scarafaggi, topi, diavoletti, o cani che corrono qua e là?
— No, — rispose Rjuchin trasalendo, — l’ho visto ieri e stamane… era perfettamente a posto.
— Perché ha solo le mutande? L’avete tirato giú dal letto?
— Vede, dottore, è venuto cosí al ristorante…
— Aha, aha, — disse il medico con aria profondamente soddisfatta, — e perché questi graffi? Ha litigato con qualcuno?
— E caduto da uno steccato, e poi al ristorante ha picchiato uno… e poi qualche altro…
— Bene, bene, bene, — disse il dottore, e voltandosi verso Ivan Nikolaevič, aggiunse:
— Buon giorno!
— Salve, sabotatore! — rispose Ivan con voce forte e rabbiosa.
Rjuchin si vergognò al punto da non osare alzare gli occhi sul medico cortese. Ma questi non si offese affatto, e con gesto agile, abituale, si tolse gli occhiali, sollevò la falda del camice, li ripose nella tasca posteriore dei pantaloni, e chiese a Ivan:
— Quanti anni ha?
— Ma andate un po’ tutti al diavolo! — gridò villanamente Ivan, e gli voltò la schiena.
— Perché si arrabbia? Le ho forse detto qualcosa di spiacevole?
— Ho ventitré anni, — disse eccitato Ivan, — e vi darò querela a tutti. E in particolare a te, verme! — disse, rivolto personalmente a Rjuchin.
— Perché vuole querelarci?
— Perché hanno preso me, che sono sano, e mi hanno portato di forza in un manicomio! — rispose Ivan pieno d’ira.
A questo punto Rjuchin fissò Ivan e si sentí gelare: nei suoi occhi non c’era neppure un’ombra di pazzia. Da torbidi che erano al Griboedov erano di nuovo tornati limpidi come sempre.
«Mamma mia! — pensò spaventato Rjuchin. — Ma è proprio normale! Che sciocchezza! Ma allora, perché lo abbiamo portato qui di peso? È normale, normalissimo solo la faccia è piena di graffi…»
— Lei, — disse con calma il dottore, sedendosi su uno sgabello bianco fissato su un lucido sostegno, — non è in un manicomio, ma in una clinica, dove nessuno la tratterrà senza bisogno.
Ivan Nikolaevič lo sbirciò incredulo, però borbottò:
— Dio sia lodato! Finalmente trovo una persona normale tra tanti idioti, il primo dei quali è quel babbeo e quella nullità di Saška!
— Chi sarebbe, Saška il babbeo? — s’informò il medico.
— Eccolo qui, è Rjuchin, — rispose Ivan, e puntò il dito sporco in direzione di Rjuchin.
Quello arse di sdegno. «Che bella riconoscenza, — pensò con amarezza, — per la mia premura! È proprio un tipaccio!»
— Ha la psicologia del classico kulak,[5] — disse Ivan Nikolaevič al quale, si vede, era saltato in mente di smascherare Rjuchin, — anzi del kulak che fa di tutto per camuffarsi da proletario. Guardate quella sua faccia ipocrita e confrontatela con le poesie altisonanti che ha scritto per il primo maggio. He-he-he… «Garrite, vessilli!» e «Sprofondate, nemici!», ma guardategli dentro che cosa pensa… e resterete di sasso! — e Ivan Nikolaevič scoppiò in una risata sinistra.
Rjuchin aveva il respiro pesante, era rosso, e pensava solo che si era scaldato una serpe in seno e che era stato premuroso con uno che, alla prova dei fatti, si era rivelato un nemico acerrimo. Il peggio è che non si poteva farci nulla: mica si discute con un malato di mente!
— E perché mai l’hanno portato qui? — chiese il medico dopo aver ascoltato con attenzione l’invettiva di Bezdomnyj.
— Il diavolo se li prenda, quegli scimuniti! Mi hanno preso, legato con degli stracci, e portato qui su un camion!
— Posso chiederle come mai è andato al ristorante con la sola biancheria intima addosso?
— Niente di strano, — rispose Ivan, — sono andato a fare un bagno nella Moscova, e mi hanno fregato i vestiti, lasciandomi questa robaccia. Non potevo mica girare per Mosca nudo! Mi sono infilato quello che c’era, perché avevo premura di arrivare al Griboedov.
Il medico guardò con espressione interrogativa Rjuchin, che borbottò tetro:
— Si chiama cosí il ristorante.
— Aha, — disse il medico, — e perché aveva tanta premura? Un appuntamento d’affari?
— Devo acciuffare il consulente, — rispose Ivan Nikolaevič, e si guardò intorno preoccupato.
— Che consulente?
— Lei conosce Berlioz? — chiese Ivan con fare significativo.
— Chi… il compositore?
Ivan perse la calma.
— Ma che compositore d’Egitto! Ah sí… No, no. Il compositore è un omonimo di Miša Berlioz.
Rjuchin non aveva voglia di parlare, ma fu costretto a spiegare:
— Il segretario del MASSOLIT, Berlioz, è stato schiacciato da un tram, questa sera ai Patriarscie.
— Non inventare quello che non sai! — inveí Ivan contro Rjuchin. — Lí c’ero io, non tu! L’ha fatto andare apposta sotto il tram!
— Gli ha dato una spinta?
— Che c’entra la «spinta»? — esclamò Ivan, infuriandosi per la stupidità generale. — Uno come lui non ha bisogno di spingere! Può giocarti certi tiri, quello, che ti lasciano a bocca aperta! Sapeva in anticipo che Berlioz sarebbe finito sotto il tram!
— Oltre a lei, qualcuno ha visto questo consulente?
— È lí il guaio, solo io e Berlioz.
— Capito. Che misure ha preso per catturare l’assassino? — il medico si voltò e lanciò un’occhiata a una donna in camice bianco, seduta a un tavolino appartato. Quella prese un foglio di carta e cominciò a riempire le parti in bianco delle varie voci.
— Che misure? Ho preso un cero in cucina
— Questo? — chiese il medico indicando il cero rotto che giaceva sul tavolino davanti alla donna, insieme con l’icona.
— Proprio questo, e…
— E l’icona a che serve?
— Già, l’icona… — Ivan arrossí. — E stata proprio l’icona a spaventarli piú di tutto — . Puntò di nuovo il dito verso Rjuchin. — Ma il fatto è che lui, il consulente… be’, parliamoci chiaro… ha legami con il diavolo… e non sarà tanto facile prenderlo.
Gli infermieri, chi sa perché, si misero sull’attenti e non distolsero piú gli occhi da Ivan.
— Già, — proseguí Ivan, — ha dei legami! È un fatto sicuro. Ha parlato personalmente con Ponzio Pilato. Non è proprio il caso di guardarmi cosí, dico la pura verità! Ha visto tutto, e il balcone, e le palme. Insomma, è stato da Ponzio Pilato, ve lo garantisco io.
— Già, già…
— Allora io mi sono attaccato l’icona sul petto, e sono corso via…
L’orologio batté due colpi.
— Ohè! — esclamò Ivan e si alzò dal divano. — Sono le
due, e io sto a perdere tempo con lei! Scusi, dov’è il telefono?
— Lasciatelo telefonare, — disse il dottore agli infermieri.
Ivan afferrò il ricevitore, mentre la donna chiedeva con voce sommessa a Rjuchin:
— È sposato?
— Scapolo, — rispose Rjuchin impaurito.
— Iscritto al sindacato?
— Sí.
— Polizia? — gridò Ivan al telefono. — Polizia? Compagno poliziotto, disponga subito che mandino cinque moto con mitra per prendere il consulente straniero. Come? Mi passino a prendere, li accompagnerò io stesso… Parla il poeta Bezdomnyj, dal manicomio… Qual è il vostro indirizzo? — sussurrò al medico, coprendo il ricevitore con la mano; poi gridò di nuovo: — Mi sentite? Pronto!… È una vergogna! — urlò di colpo e sbatté il ricevitore contro il muro. Poi si voltò verso il medico, gli tese la mano, disse seccamente: «Arrivederci», e si accinse ad andarsene.
— Per carità, ma dove vuole andare? — disse il medico fissando Ivan negli occhi. — È notte inoltrata. Con addosso solo la biancheria… Lei non sta bene, resti da noi.
— Fatemi passare, — disse Ivan agli infermieri che si erano messi in fila serrata vicino alla porta. — Mi fate passare, sí o no? — urlò il poeta con voce terribile.
Rjuchin cominciò a tremare, mentre la donna premette un pulsante sul tavolino, dalla cui superficie di vetro balzò fuori una lucida scatoletta e una fiala sigillata.
— Ah, è cosí? — proferí Ivan sbalordito, guardandosi in giro come un animale braccato. — Ah sí, eh… Tanti saluti! — e si buttò a capofitto verso la tenda della finestra.
Vi fu un rumore piuttosto forte, ma il vetro dietro la tenda non s’incrinò nemmeno, e un attimo dopo, Ivan Nikolaevič si dibatteva nelle braccia degli infermieri. Rantolava, cercava di mordere, gridava:
— Vi siete messi dei bei vetri, eh! Lasciatemi! Lasciatemi!
Una siringa luccicò in mano al medico. La donna squarciò con un sol colpo la logora manica del camiciotto, e gli afferrò il braccio con una forza tutt’altro che femminile. Si sparse un odore d’etere. Ivan perse le forze nella stretta di quei quattro, e agile il medico ne approfittò per infilargli l’ago nel braccio. Lo tennero fermo ancora per qualche secondo poi lo adagiarono sul divano.
— Banditi! — urlò Ivan e balzò su dal divano, ma vi fu riposto. Non appena lo lasciarono balzò in piedi di nuovo, ma si risedette da solo. Tacque, guardandosi intorno con un certo stupore, poi sbadigliò all’improvviso, poi sorrise con rabbia.
— Ce l’avete fatta a rinchiudermi, — disse, sbadigliò ancora, si distese di colpo, poggiò la testa sul cuscino, infilò il pugno sotto la guancia come un bambino, e borbottò con voce insonnolita, senza piú rabbia: — Tanto meglio… La pagherete voi… Io vi ho avvertiti, adesso arrangiatevi… quanto a me, quello che m’interessa di piú adesso è Ponzio Pilato… Pilato… — e chiuse gli occhi.
— Un bagno, la 117 singola, sotto sorveglianza, — ordinò il dottore mettendosi gli occhiali. Qui Rjuchin sussultò di nuovo: silenziosamente si era aperta una porta bianca oltre la quale si vedeva un corridoio illuminato dalle azzurre lampadine notturne. Dal corridoio giunse una lettiga su ruote di gomma, vi deposero Ivan che, addormentato, partí verso il corridoio, e la porta si chiuse dietro di lui.
— Dottore, — sussurrò Rjuchin sconvolto, — è proprio malato?
— Oh, sí, — rispose il medico.
— Che cos’ha? — chiese Rjuchin timidamente.
Stanco, il medico guardò Rjuchin e rispose fiacco:
— Ipereccitabilità motoria e logorrea… interpretazioni deliranti… Sembra un caso difficile. Schizofrenia, immagino. E per di piú l’etilismo…
Rjuchin non capí nulla di quel che diceva il medico salvo che le cose per Ivan Nikolaevič si mettevano piuttosto male, sospirò e chiese:
— Perché parla sempre di un consulente?
— Deve aver visto qualcuno che ha colpito la sua immaginazione sconvolta. O forse si tratta di un’allucinazione…
Alcuni minuti dopo, il camion riportava Rjuchin a Mosca. Albeggiava, e la luce dei lampioni ancora accesi lungo le strade non era piú necessaria e dava fastidio. L’autista, arrabbiato per aver perso la nottata, andava a tutta velocità e la macchina sbandava in curva.
Superarono il bosco, che rimase alle loro spalle, e il fiume scomparve in un’altra direzione. Incontro al camion si riversavano le cose piú diverse: steccati con garitte e cataste di legna, pali altissimi e antenne coronate di bobine, mucchi di pietrisco, campi solcati da canali, insomma, si sentiva che Mosca era lí, subito dopo la curva, e che ti sarebbe subito venuta addosso per inghiottirti.
Rjuchin era scosso e sballottato in ogni direzione, e il tronco, sul quale si era seduto, tentava a ogni istante di scivolar via. Gli asciugamani del ristorante, che erano stati buttati sul camion dai poliziotti e da Pantelej — già partiti col filobus — correvano per tutto il cassone. Rjuchin voleva raccoglierli, ma, dopo aver detto tra i denti: «Vadano alla malora! Perché devo affannarmi come un cretino!…», li respinse con un calcio e smise di guardarli.
Il suo stato d’animo era spaventoso. Era chiaro che la visita a quel tristo asilo aveva lasciato in lui una traccia profondissima. Rjuchin cercò di capire che cosa lo tormentasse. Il corridoio con le lampadine azzurre che non gli usciva di mente? O forse il pensiero che non esiste al mondo disgrazia peggiore che perdere la ragione? Sí, sí, naturalmente, c’entrava anche questo. Ma era pur sempre un pensiero troppo generico. C’era dell’altro. Che cosa? L’offesa, ecco che cos’era. Sí, sí, le parole offensive lanciategli in faccia da Bezdomnyj. Il guaio non era che fossero offensive, ma che in esse vi fosse una parte di verità.
Ora il poeta non si guardava piú intorno ma, fissando il fondo sporco del cassone sconquassato, cominciò a borbottare, a lagnarsi, a rodersi.
Sí, le poesie… Aveva trentadue anni! Davvero, che futuro aveva? Anche in futuro avrebbe scritto qualche poesia all’anno. Fino alla vecchiaia? — Sí, fino alla vecchiaia. Che gli avrebbero fruttato quelle poesie? La gloria? «Che assurdità! Non ingannare almeno te stesso! La gloria non verrà mai a chi scrive brutte poesie. Perché sono brutte? Ha proprio detto la verità! — si diceva spietato Rjuchin, non credo in nulla di quello che scrivo!…»
Avvelenato da un attacco di nevrastenia, il poeta fu sbalzato in avanti: il cassone sotto di lui non vibrava piú. Rjuchin alzò la testa e vide che da tempo era già a Mosca, anzi che a Mosca era spuntata l’alba, che una nuvola aveva riflessi dorati, che il suo camion era fermo, bloccato in una colonna di automezzi alla svolta nel viale, che a due passi da lui su un piedistallo c’era un uomo metallico,[6] che, con la testa leggermente reclinata, guardava indifferente il viale.
Strani pensieri si riversarono nella testa dolente del poeta. «Ecco un esempio di vera fortuna… — Rjuchin si alzò in piedi nel cassone del camion e alzò il braccio, prendendosela, chi sa perché, con quell’uomo di bronzo che non infastidiva nessuno, — qualsiasi azione facesse in vita qualsiasi cosa gli succedesse, tutto volgeva a suo vantaggio, tutto contribuiva alla sua gloria! Ma che cos’ha fatto? Non me ne rendo ragione… C’è forse qualcosa di speciale nelle parole: "La bufera copre con la bruma. ",[7] Non capisco!… Fortuna aveva, fortuna! — concluse a un tratto, invelenito, Rjuchin, e sentí che il camion si era rimesso in moto. — Quel reazionario[8] gli ha sparato addosso, gli ha rotto un femore e gli ha assicurato l’immortalità…»
La colonna si mosse. Veramente ammalato e addirittura invecchiato, il poeta entrò due minuti dopo nella veranda del Griboedov, ormai spopolata. In un angolo, un gruppo finiva di bere, e al centro si dimenava un noto presentatore con una papalina orientale in testa e una coppa di spumante in mano.
Rjuchin, carico di asciugamani fu accolto con affabilità da Arčibal’d Arčibal’dovic, e subito liberato dai maledetti stracci. Se non si fosse cosí tormentato nella clinica e sul camion, avrebbe certamente provato piacere a raccontare tutto quello che era avvenuto all’ospedale, infiorando la narrazione di dettagli inventati. Ma adesso aveva ben altro in testa, e, per quanto fosse poco osservatore, ora, dopo la tortura del camion, per la prima volta fissò attentamente il pirata e comprese che quello, pur chiedendo di Bezdomnyj ed esclamando perfino «ahi-ahi-ahi», in realtà provava una totale indifferenza per il destino del poeta e non sentiva per lui la minima compassione. «Bravo! Ha ragione!», pensò Rjuchin con una cinica rabbia autodistruttrice, e, interrompendo il racconto sulla schizofrenia, chiese:
— Arčibal’d Arčibal’dovic, mi ci vorrebbe un po’ di vodka…
Il pirata atteggiò il volto a comprensione, sussurrò:
— Capisco… subito… — e fece segno a un cameriere.
Un quarto d’ora dopo Rjuchin se ne stava solo solo, rattrappito sopra un piatto di pesce, e beveva un bicchierino dopo l’altro, comprendendo e riconoscendo che nella sua vita ormai non si poteva correggere nulla, e altro non restava che dimenticare.
Mentre gli altri facevano baldoria, il poeta aveva sprecato la sua notte, e adesso capiva che recuperarla era impossibile. Bastava alzare la testa dalla lampadina e guardare il cielo per capire che la notte era irrevocabilmente perduta. Con gesti veloci, i camerieri strappavano le tovaglie dai tavoli. I gatti, che scorrazzavano presso la veranda, avevano un’aria mattutina. Sul poeta cadeva irrefrenabilmente il giorno.
CAPITOLO SETTIMO Un appartamento poco simpatico
Se, al mattino dopo, avessero detto a Stepa Lichodeev:
«Stepa! Sarai fucilato se non ti alzi subito!», Stepa avrebbe risposto con voce fievole e languida: «Fucilatemi, fate di me quel che volete, ma non mi alzo!»
Altro che alzarsi! Gli sembrava di non poter neppure aprire gli occhi: se lo avesse fatto, un fulmine sarebbe esploso e gli avrebbe mandato in pezzi la testa. In essa rimbombava una pesante campana, tra i globi oculari e le palpebre chiuse fluttuavano macchie brune orlate di un verde fiammeggiante, e per di piú sentiva una nausea che sembrava collegata ai suoni di un ossessivo grammofono.
Stepa tentava di ricordare qualcosa, ma ricordava soltanto che, forse ieri e non sapeva dove, se ne stava in piedi con un tovagliolo in mano e cercava di baciare una signora, e le prometteva che sarebbe andato a trovarla l’indomani a mezzogiorno in punto. La signora si schermiva, dicendo: «No, no, non sarò in casa!», ma Stepa insisteva con tenacia: «Invece io vengo!»
Chi fosse la signora, che ora fosse, che giorno, che mese, Stepa non lo sapeva assolutamente, e il peggio era che non riusciva a capire dove si trovasse. Tentò di chiarire almeno quest’ultimo punto e a questo scopo disserrò la palpebra appiccicata dell’occhio sinistro. Nella penombra qualcosa mandava un fioco riflesso. Finalmente Stepa riconobbe la specchiera, e capí che giaceva riverso sul suo letto, cioè sull’ex letto della gioielliera, nella propria camera. A questo punto sentí un tale colpo alla testa che chiuse gli occhi e lanciò un gemito.
Spieghiamoci: Stepa Lichodeev, direttore del Teatro di Varietà, si svegliò al mattino nell’appartamento che condivideva con il defunto Berlioz, in una casa a cinque piani che dava sulla Sadovaja.
Si deve dire che quell’appartamento — il n. 50 — godeva da tempo di una reputazione che, se non cattiva, era in ogni modo ambigua. Sino a due anni prima, esso apparteneva alla vedova del gioielliere de Fougeret. Anna Francevna de Fougeret, rispettabile signora cinquantenne molto attiva, affittava tre camere su cinque: uno degli inquilini si chiamava, pare, Belomut, l’altro non aveva piú il cognome.
Ed ecco che circa due anni fa, nell’appartamento erano cominciati avvenimenti inspiegabili: gli inquilini cominciarono a sparire senza lasciare traccia.
In un giorno festivo venne nell’appartamento un poliziotto, chiamò in anticamera il secondo inquilino (quello che non aveva piú il cognome) e disse che egli era pregato di passare per un attimo al commissariato per una firma. L’inquilino ordinò ad Anfisa, antica e fedele domestica di Anna Francevna, di dire — se qualcuno avesse telefonato che sarebbe ritornato di lí a dieci minuti, e andò via con il cortese poliziotto dai guanti bianchi. Però, non solo non tornò di lí a dieci minuti, ma non tornò piú del tutto. La cosa piú strana era che con lui, a quanto sembra, scomparve anche il poliziotto.
La religiosa o, per dirla schietta, la superstiziosa Anfisa dichiarò apertamente alla sconvolta Anna Francevna che si trattava di stregoneria e che lei sapeva perfettamente chi aveva rapito l’inquilino e il poliziotto, ma, poiché la notte si avvicinava, non lo voleva dire.
Si sa che la stregoneria basta che cominci e non c’è piú mezzo per fermarla. Il secondo inquilino scomparve, se ben ricordiamo, un lunedí, e al mercoledí sparí Belomut. Sia pure in circostanze differenti. Al mattino la macchina era passata a prenderlo, come sempre, per portarlo in ufficio, e ve lo portò, ma non riportò indietro nessuno e non si fece piú vedere.
Il dolore e il terrore della signora Belomut erano indescrivibili. Ma, ohimè, sia l’uno che l’altro durarono poco. Nella stessa notte, tornata con Anfisa da una dacia dove, chi sa perché, Anna Francevna si era recata in tutta fretta, essa non trovò piú la signora Belomut nell’appartamento.
Ma non basta: le porte delle due camere occupate dai coniugi Belomut avevano i sigilli.
Due giorni passarono alla bell’e meglio. Al terzo, Anna Francevna, che in tutto quel periodo soffriva d’insonnia, ripartí di nuovo in gran fretta per la dacia… Occorre dire che non ritornò?
Rimasta sola, Anfisa, dopo aver pianto a volontà, andò a dormire che era l’una passata. Che cosa le succedesse in seguito non si sa, ma gli inquilini degli altri appartamenti raccontavano che nell’appartamento n. 50 si udirono per tutta la notte dei colpi, e le finestre rimasero illuminate fino al mattino. Al mattino si scoprí che neppure Anfisa c’era piú!
Sugli scomparsi e sull’appartamento maledetto per lungo tempo nella casa si raccontarono leggende d’ogni sorta: ad esempio, che la gracile e religiosa Anfisa avrebbe portato sul seno inaridito in un sacchetto di camoscio venticinque grossi brillanti di proprietà di Anna Francevna. Che nella legnaia della dacia, dove si era recata in gran fretta Anna Francevna, sarebbero saltati fuori da soli tesori inestimabili consistenti sempre in brillanti nonché in monete d’oro di conio zarista… E altre cose del genere. Ma quello che non sappiamo non lo possiamo garantire.
Comunque stessero le cose, l’appartamento rimase vuoto e sigillato soltanto per una settimana, poi vi si stabilirono il defunto Berlioz con la moglie, e Stepa con la consorte. È del tutto naturale che, non appena si trovarono nell’appartamento maledetto, anche a loro cominciò a succedere il diavolo sa cosa. E precisamente: prima che fosse trascorso un mese le due consorti erano scomparse. Però non senza lasciare traccia. Della consorte di Berlioz si diceva che fosse stata vista a Char’kov con un coreografo, mentre quella di Stepa sarebbe stata individuata sulla Bozedomka dove, secondo le dicerie, il direttore del Varietà approfittando delle innumerevoli aderenze, era riuscito a procurarle una stanza, alla condizione che non mostrasse mai il naso sulla Sadovaja…
Dunque Stepa lanciò un gemito. Voleva chiamare la donna di servizio, Grunja, per chiederle del piramidone, ma riuscí a rendersi conto che sarebbe stato inutile perché naturalmente Grunja il piramidone non l’aveva. Tentò di chiamare in suo aiuto Berlioz, e gemette due volte: «Miša… Miša…», ma, come voi potete ben capire, non ebbe risposta. Nell’appartamento regnava il silenzio piú assoluto.
Stepa mosse le dita dei piedi e intuí che era a letto con i calzini, si passò poi una mano tremante lungo le cosce per sapere se aveva addosso o no i pantaloni, ma non riuscí a stabilirlo Quando finalmente vide che era solo e abbandonato e che non c’era nessuno che l’aiutasse, decise di alzarsi, benché sapesse quali sforzi sovrumani questo gli sarebbe costato.
Stepa disserrò le palpebre incollate e si vide riflesso nello specchio sotto forma di un uomo coi capelli rizzati in ogni direzione, la faccia gonfia coperta di peli neri, gli occhi enfiati, la camicia sporca col colletto e la cravatta, in mutandoni e calzini.
Si vide cosí nella specchiera, vicino alla quale scorse uno sconosciuto vestito di nero, con un berretto nero.
Stepa si sedette sul letto, e spalancò sullo sconosciuto, per quanto gli era possibile, gli occhi iniettati di sangue. Fu lo sconosciuto a rompere il silenzio, pronunciando, con una voce bassa e grave dall’accento straniero, le seguenti parole:
— Buon giorno, simpaticissimo Stepan Bogdanovič!
Vi fu una pausa, dopo la quale, facendo uno sforzo enorme, Stepa farfugliò:
— Che cosa desidera? — e rimase stupito, non riconoscendo la propria voce. Il «che», l’aveva pronunciato con timbro da soprano, il «cosa» con voce di basso, e «desidera» non gli era venuto fuori affatto.
Lo sconosciuto fece un sorriso amichevole, trasse di tasca un grosso orologio d’oro con un triangolo di diamanti sulla calotta, lo fece suonare undici volte e disse:
— Le undici. E esattamente un’ora che aspetto il suo risveglio. Lei infatti mi aveva fissato un appuntamento per le dieci. Ed eccomi qua!
Stepa trovò a tastoni i pantaloni su una sedia vicino al letto e sussurrò:
— Mi scusi… — li infilò e chiese rauco: — Mi vorrebbe dire il suo cognome?
Gli riusciva difficile parlare. Ad ogni parola, qualcuno gli ficcava un ago nel cervello, causandogli un dolore infernale.
— Come! Ha dimenticato il mio cognome? — e lo sconosciuto sorrise.
— Mi perdoni… — rantolò Stepa, sentendo che, fra i postumi della sbornia, era gratificato di un nuovo sintomo: gli sembrava che il pavimento vicino al letto fosse scomparso e che in quell’istante egli sarebbe precipitato a capofitto nel centro dell’inferno.
— Caro Stepan Bogdanovič, — disse il visitatore con un sorriso sagace, — nessun piramidone le sarà d’aiuto. Dia retta a una vecchia e saggia regola: curare il simile col simile. L’unica cosa che le ridarà vita, sono due bicchierini di vodka accompagnati da uno spuntino caldo e piccante.
Stepa era un uomo furbo e, per quanto stesse male, capí che, dal momento che l’avevano trovato in quello stato, doveva confessare tutto.
A dire il vero, — cominciò muovendo a stento la lingua, — ieri sera io ho un pochino…
— Non una parola di piú! — rispose il visitatore e si spostò con la sua poltrona.
Stepa, sbarrando gli occhi, vide sul tavolino un vassoio su cui si trovava del pane bianco affettato, del caviale pressato in un vasetto, funghi porcini marinati su un piattino, un tegame, e, infine, della vodka in una voluminosa caraffa della gioielliera. Ciò che lo sorprese soprattutto era che la caraffa fosse appannata dal freddo. Del resto, la cosa era comprensibile: la caraffa infatti si trovava in una bacinella piena di ghiaccio. Insomma, il tavolo era apparecchiato con lindezza e abilità.
Lo sconosciuto non aspettò che lo sbalordimento di Stepa raggiungesse un’intensità morbosa, e con destrezza gli versò un mezzo bicchiere di vodka.
— E lei? — pigolò Stepa.
— Con piacere!
Con mano tremante Stepa portò il bicchiere alle labbra, mentre lo sconosciuto tracannò d’un fiato il contenuto del suo. Mentre masticava un boccone di caviale, Stepa riuscí a dire:
— Ma… non mangia?
— Grazie, non mangio mai quando bevo, — rispose lo sconosciuto, e riempí i bicchieri per la seconda volta. Aprirono il tegame e dentro trovarono dei würsteln in un intingolo di pomodoro.
Ed ecco che le maledette macchie verdi davanti agli occhi si disciolsero, cominciarono a uscire le parole, e, quel che piú importa, Stepa cominciò a ricordare qualcosa. Cioè, che il giorno innanzi tutto era successo a Schodnja,[9] nella dacia di Chustov, autore di sketches, dove lo stesso Chustov aveva portato Stepa col tassí. Rammentò perfino come avevano preso il tassí vicino al Métropole, c’era anche uno, chi sa, forse un attore… con un grammofono in una valigetta. Sí, sí, tutto era successo nella dacia! Ricordò anche che i cani ululavano sentendo il grammofono. Soltanto la signora che Stepa voleva baciare restò inspiegata… lo sa il diavolo chi era… forse lavora alla radio, ma forse anche no…
Cosí la giornata precedente si schiariva a poco a poco ma ora Stepa era molto piú interessato al giorno in corso e in particolare all’apparizione nella sua camera da letto d’uno sconosciuto, per di piú provvisto di vodka e di vivande. Questo sí che sarebbe stato bello chiarire!
— Ebbene, spero che adesso lei ricordi il mio cognome.
Ma Stepa fece un sorriso confuso e allargò le braccia — Però! Scommetto che dopo la vodka lei ha bevuto del porto. Scusi, ma è una cosa da fare?!
— La pregherei… che questo resti fra di noi, — disse Stepa insinuante.
— Oh, naturalmente, naturalmente! Però per Chustov s’intende, non posso garantire.
— Perché, lei conosce Chustov?
— Ieri, nel suo ufficio, ho visto di sfuggita quell’individuo, ma è bastata una sola occhiata fugace alla sua faccia per capire che è un mascalzone, un intrigante, un conformista e un leccapiedi.
«Giustissimo!», pensò Stepa colpito da questa giusta esatta e laconica definizione di Chustov. Sí, la giornata di ieri si ricuciva dai vari pezzetti, eppure un senso di inquietudine non abbandonava il direttore del Varietà. Il fatto è che in quella giornata era spalancato un enorme buco nero. Quello sconosciuto col berretto, pensate quel che volete, Stepa il giorno prima non l’aveva proprio visto nel suo ufficio.
— Sono il professore di magia nera Woland, — disse con gravità il visitatore, vedendo le difficoltà in cui Stepa si dibatteva, e raccontò tutto per ordine.
Il giorno prima era giunto a Mosca dall’estero e si era presentato subito da Stepa per proporgli una tournée al Varietà. Stepa aveva telefonato alla Commissione regionale moscovita per gli spettacoli, aveva avuto il benestare (Stepa impallidí e batté le palpebre) e aveva firmato col professor Woland un contratto per sette rappresentazioni (Stepa spalancò la bocca), erano rimasti intesi che il professore sarebbe venuto a trovarlo stamane alle dieci per mettere a punto i particolari… Cosí Woland era venuto. Al suo arrivo, lo aveva accolto la domestica Grunja la quale gli aveva spiegato che era appena venuta anche lei, che lei veniva solo a ore, che Berlioz non era in casa, e che se il visitatore voleva vedere Stepan Bogdanovič, andasse pure in camera da letto: Stepan Bogdanovič dormiva cosí sodo che lei a svegliarlo non ce l’avrebbe fatta. Quando aveva visto lo stato di Stepan Bogdanovič, il mago aveva mandato Grunja nella piú vicina rosticceria a prendere la vodka e qualcosa da mangiare, quindi in farmacia per il ghiaccio e…
— Mi permetta allora di regolare il conto, — piagnucolò Stepa, annientato, e si mise a cercare il portafoglio.
— Ma non dica sciocchezze! — esclamò l’artista, e non ne volle piú sentire parlare.
E cosí la vodka e lo spuntino erano diventati comprensibili, eppure Stepa faceva pena a vedersi: non ricordava proprio nulla del contratto, e, lo avessero anche ammazzato, avrebbe giurato di non aver visto quel Woland alla vigilia. Sí, Chustov c’era stato, ma non Woland.
— Posso vedere il contratto? — chiese Stepa sottovoce.
— Prego, prego…
Stepa guardò il documento e impietrí. Tutto era a posto: per prima cosa, la sua firma autografa baldanzosa… a margine, la scritta sghemba, di pugno del direttore finanziario Rimskij, con l’autorizzazione a versare a Woland un anticipo di diecimila rubli a valere sui trentacinquemila allo stesso spettanti per sette rappresentazioni. E non basta: c’era anche la ricevuta di Woland per i diecimila rubli da lui già riscossi!
«Ma che succede?!», pensò il povero Stepa, e la testa gli girò. Cominciavano infauste amnesie? Comunque, dopo aver preso visione del contratto, qualsiasi ulteriore espressione di sbigottimento sarebbe stata semplicemente indecorosa. Stepa chiese al visitatore il permesso di allontanarsi un minuto, e cosí com’era, in calzini, corse in anticamera verso il telefono. Strada facendo, gridò in direzione della cucina: — Grunja!
Ma nessuno rispose. Diede un’occhiata alla porta dello studio di Berlioz, vicino all’anticamera, e rimase di stucco, come si suol dire. Sulla maniglia vide uno spago con un enorme sigillo di ceralacca.
«Caspita! — esclamò qualcuno nel cervello di Stepa. Ci mancava anche questa!» E qui i suoi pensieri corsero ormai lungo un doppio binario, ma, come sempre succede in caso di catastrofe, in una sola direzione, e il diavolo sa quale. È difficile perfino descrivere il guazzabuglio che regnava nella testa di Stepa. C’entrava anche tutta quella diavoleria del berretto nero, della vodka gelata e del contratto incredibile… E oltre tutto questo, come se non bastasse, il sigillo sulla porta! Cioè, dite a chi volete che Berlioz ha combinato un pasticcio, e non vi crederà, non vi crederà neanche ad ammazzarlo! Eppure, ecco lí il sigillo! Giaaaà…
Poi formicolarono nel cervello di Stepa certi sgradevolissimi pensieruzzi a proposito di un articolo che, quasi a farlo apposta, egli aveva consegnato a Michail Aleksandrovič poco tempo prima per la pubblicazione sulla sua rivista. Un articolo cretino, sia detto fra di noi! Robetta, e in tasca ne veniva ben poco…
Subito dopo il ricordo dell’articolo gli venne quello di una conversazione ambigua che, rammentava, si era svolta la sera del ventiquattro aprile in sala da pranzo, mentre stava cenando con Michail Aleksandrovič. Cioè, ambigua nel vero senso della parola chiamarla non si poteva (Stepa non l’avrebbe mai accettata, una conversazione cosí), però si era parlato di certe cose superflue. Si sarebbe proprio potuto fare a meno, signori miei, di avviare quella conversazione. Prima dei sigilli, la si poteva considerare, senza alcun dubbio, una cosettina da niente, ma dopo i sigilli…
«Oh, Berlioz, Berlioz! — turbinava nel cervello di Stepa. Non mi entra in testa!»
Tuttavia non c’era tempo per affliggersi a lungo, e Stepa formò il numero dell’ufficio di Rimskij, il direttore finanziario del Varietà. La posizione di Stepa era delicata: anzitutto lo straniero poteva offendersi perché egli procedeva a un controllo dopo aver visto il contratto, e poi parlare col direttore finanziario era estremamente difficile. Infatti, non gli poteva mica chiedere: «Mi dica un po’, ieri non ho forse concluso un contratto di trentacinquemila rubli con un professore di magia nera?» Non si possono fare domande del genere!
— Sí! — udí nel ricevitore la voce brusca e sgradevole di Rimskij.
— Buon giorno, Grigorij Danilovič, — disse Stepa sottovoce. — Parla Lichodeev. Ecco di che si tratta… hm… hm… C’è qui da me quel… eh… l’artista Woland… Bene… le volevo chiedere, che si fa per questa sera?
— Ah, quello della magia nera? — rispose Rimskij. — I manifesti sono quasi pronti.
— Aha… — disse Stepa con voce debole, — be’, ci vediamo…
— Lei viene tra poco? — chiese Rimskij.
— Tra mezz’ora, — rispose Stepa e, appeso il ricevitore, si strinse tra le mani la testa che scottava. Che brutta storia era quella! Che cos’era successo alla sua memoria, signori miei, eh?
Però non stava bene trattenersi oltre in anticamera, e Stepa stabilí subito un piano: nascondere con ogni mezzo la sua incredibile smemoratezza, e adesso, per prima cosa, farsi dire con l’astuzia dallo straniero che cosa intendeva mostrare quella sera al Teatro di Varietà di cui Stepa era il direttore.
Stepa volse le spalle all’apparecchio e, nello specchio dell’anticamera che la pigra Grunja non aveva spolverato da tempo, vide distintamente uno strano tipo, lungo come una stanga, con gli occhiali a molla (oh, se ci fosse stato Ivan Nikolaevič! L’avrebbe riconosciuto subito!) L’immagine balenò nello specchio e scomparve. Allarmato, Stepa scrutò piú a fondo l’anticamera, e barcollò una seconda volta perché, riflesso nello specchio, passò un robusto gatto nero, e anch’esso scomparve.
Il cuore di Stepa smise di battere ed egli vacillò.
«Che succede? — pensò. — Non starò mica diventando matto? Da dove vengono queste immagini?!» Scrutò l’anticamera e gridò spaventato:
— Grunja! Cos’è quel gatto che gira per casa?! Di dove viene? E c’è qualcun altro ancora!
— Non si preoccupi, Stepan Bogdanovič, — rispose una voce; non quella di Grunja però, bensí quella del visitatore in camera da letto. — Quel gatto è mio. Non sia nervoso. Grunja non c’è, l’ho mandata a Voronez. Si lamentava che lei le aveva soffiato le ferie.
Queste parole erano talmente inattese e assurde che Stepa pensò di aver capito male. Totalmente confuso, ritornò di trotto in camera da letto, e sulla soglia rimase di sasso. I suoi capelli si mossero, e la fronte gli si imperlò di sudore.
Nella camera da letto, l’ospite non era piú solo: nella seconda poltrona stava seduto quel tipo che gli era parso di intravedere in anticamera. Adesso lo si vedeva distintamente: baffi a penna, un vetro degli occhiali luccicava, l’altro non c’era. Ma scoprí cose anche peggiori: sul pouf della gioielliera stava sdraiato in una posa disinvolta un terzo essere, e precisamente un gatto nero di dimensioni paurose, con un bicchierino di vodka in una zampa, e, nell’altra, una forchetta, su cui aveva già infilato un fungo marinato.
La luce già debole della camera da letto si offuscò ancora di piú negli occhi di Stepa. «Ah, è cosí che si impazzisce…», pensò, e si afferrò allo stipite della porta.
— Vedo che lei è un poco sorpreso, carissimo Stepan Bogdanovič, — si rivolse Woland a Stepa, che batteva i denti. — Ma non è proprio il caso di stupirsi. Questo è il mio seguito.
In quel mentre il gatto bevve la vodka, e la mano di Stepa scivolò lungo lo stipite.
— Anche il seguito ha bisogno di spazio, — continuava Woland, — perciò uno di noi in questo appartamento è di troppo. A me pare che questa persona di troppo sia proprio lei.
— Loro, proprio loro, — canticchiò il lungo personaggio a quadretti con voce da caprone, parlando di Stepa al plurale. — Del resto, in questi ultimi tempi hanno fatto porcherie spaventose. Si sbronzano, allacciano relazioni con donne approfittando della propria posizione, non fanno un accidente, e non fanno niente per il semplice motivo che non capiscono niente del lavoro che è stato loro affidato. Dànno ad intendere lucciole per lanterne ai loro superiori!
— Usano senza una ragione le automobili dell’ufficio, spiattellò il gatto, masticando un fungo.
A questo punto nell’appartamento successe il quarto e ultimo avvenimento strano, mentre Stepa, che ormai era scivolato fino a terra, graffiava lo stipite con mano svigorita.
Proprio dal vetro della specchiera uscí un tale, piccolo, ma straordinariamente largo di spalle, con un tubino in testa, e una zanna che spuntava dalla bocca, rendendo ancora piú orrendo un ceffo che era già oltremodo repellente. Come se non bastasse, aveva i capelli di un rosso acceso.
— Io, — entrò nella conversazione il nuovo venuto, non capisco proprio come abbia fatto a diventare direttore — il rosso parlava con voce sempre piú nasale, — lui è direttore come io sono vescovo — Tu non assomigli a un vescovo, Azazello, — osservò il gatto, riempiendosi il piatto di würsteln.
— È quello che sto dicendo, — ribadí il rosso con la sua voce nasale voltandosi verso Woland, aggiunse con deferenza: — Mi permette, Messere, di mandarlo al diavolo, lontano da Mosca?
— Pscttt! — ringhiò all’improvviso il gatto, rizzando il pelo.
La camera da letto vorticò intorno a Stepa; egli urtò con la testa lo stipite della porta, e pensò, mentre perdeva conoscenza: «Sto morendo…»
Ma non morí. Socchiudendo gli occhi, si accorse di sedere su delle pietre. Intorno a sé udiva un rumore. Quando aprí ben bene gli occhi, capí che era il mare, e che, anzi un’onda fluttuava proprio ai suoi piedi, e che, insomma, stava seduto all’estremità di un molo, e sopra di lui c’era un azzurro cielo rilucente; e dietro, una bianca città adagiata sui monti.
Non sapendo come si reagisce in casi simili, Stepa si erse sulle gambe tremanti e, lungo il molo, si diresse alla volta della spiaggia.
Sul molo, un tale fumava e sputava in mare. Guardò Stepa con occhi attoniti e smise di sputare.
Allora Stepa la fece bella: si inginocchiò davanti al fumatore sconosciuto e disse:
— La supplico, mi dica, che città è questa?
— Però! — disse con indifferenza il fumatore.
— Non sono ubriaco, — rispose rauco Stepa, — mi è successo qualcosa… sono ammalato… Dove sono? Che città è questa?
— Be’, Jalta…
Stepa sospirò lievemente, si rovesciò su un fianco, batté la testa sui caldi massi del molo. Aveva perso i sensi.
CAPITOLO OTTAVO Il duello tra il professore e il poeta
Verso le undici e mezzo del mattino, cioè nel preciso
istante in cui Stepa, a Jalta, perdeva i sensi, questi tornavano a Ivan Nikolaevič Bezdomnyj, che si risvegliò dopo un lungo e profondo sonno. Per qualche tempo cercò di capire come fosse finito in una stanza sconosciuta, con le pareti bianche, lo stupefacente tavolino da notte di metallo chiaro e la tapparella bianca, dietro la quale si percepiva la presenza del sole.
Ivan scosse la testa, si convinse che non gli doleva, e si ricordò che si trovava in una clinica. Questo ricordo si trascinò dietro quello della fine di Berlioz, ma adesso quel pensiero non provocò in lui un forte turbamento. Dopo aver ben dormito, era diventato piú calmo e cominciava a ragionare con piú chiarezza. Rimase qualche tempo immobile nel pulitissimo, morbido e comodo letto a molle, poi scoprí un campanello vicino. Con la sua abitudine di toccare tutti gli oggetti senza necessità, Ivan lo premette. Si aspettava un suono o un avvenimento conseguente all’aver premuto il pulsante, ma successe qualcosa di completamente diverso.
Ai piedi del suo letto si accese un cilindro smerigliato, su cui era scritto: «Bere». Dopo qualche istante, il cilindro cominciò a ruotare finché non emerse la scritta: «Infermiera» S’intende che l’ingegnoso cilindro sorprese Ivan.
La scritta «Infermiera» fu sostituita da quella «Chiamate il dottore».
— Hm… — proferí Ivan, non sapendo che fare con quel cilindro. Ma lí il caso lo aiutò. Ivan premette il pulsante per la seconda volta alla parola «Medico assistente». Il cilindro risuonò piano come per rispondergli, si fermò, si spense, e nella stanza entrò una donna pienotta, simpatica, dal camice immacolato, che disse a Ivan:
— Buon giorno!
Ivan non rispose, perché riteneva quel saluto fuori posto nelle condizioni date. Infatti, avevano rinchiuso un uomo sano in un ospedale, e facevano anche finta che si trattasse di una cosa normalissima!
Nel frattempo la donna, senza perdere la placida espressione del volto, premendo un pulsante, aveva alzato la tapparella, e attraverso un’inferriata leggera dai larghi interstizi, che arrivava fino a terra, nella stanza si riversò il sole. Dietro l’inferriata si vide un balcone, dietro ad esso la riva di un fiume tortuoso, e sull’altra sponda una gaia pineta.
— Prego, venga a fare il bagno, — lo invitò la donna, e sotto le sue mani si spalancò la parete interna, dietro la quale apparve un bagno e un gabinetto magnificamente attrezzato.
Benché avesse deciso di non parlare con la donna, Ivan non si trattenne e, vedendo che l’acqua sgorgava di getto nella vasca da un luccicante rubinetto, disse con ironia:
— Ma guarda! Come al Métropole!…
— Oh no, — rispose con orgoglio la donna, — molto meglio! Un’attrezzatura cosí non esiste neppure all’estero. Scienziati e dottori vengono appositamente a visitare la nostra clinica. Da noi ogni giorno ci sono dei turisti stranieri.
Alle parole «turisti stranieri», Ivan ricordò subito il consulente del giorno prima. Si incupí, diede un’occhiata di traverso e disse:
— Turisti stranieri… Come li adorate tutti, questi turisti stranieri! Eppure, tra di loro, ce ne sono di tutte le risme. Io, per esempio, ieri ne ho conosciuto uno che te lo raccomando!
Ci mancò poco che si mettesse a raccontare di Ponzio Pilato, ma si trattenne, comprendendo che la donna di quei racconti se ne infischiava e non gli poteva essere di alcun aiuto.
A Ivan Nikolaevič, quando si fu lavato, fu dato lí per lí tutto quello che è necessario a un uomo dopo il bagno: una camicia stirata, mutande, calzini. Ma non basta: aprendo la porta di un armadietto, la donna ne indicò l’interno, e chiese:
— Che cosa preferisce? Pigiama o vestaglia?
Ospite forzato di quella dimora, Ivan per poco non batté le mani davanti alla disinvoltura della donna e puntò il dito verso un pigiama di flanella ponsò.
Indi fu condotto per un corridoio deserto e silenzioso, e introdotto in uno studio di enormi dimensioni. Ivan, che aveva deciso di considerare con ironia tutto quello che c’era in quell’edificio mirabilmente attrezzato, battezzò subito, tra sé, quello studio «reparto culinario».
C’erano motivi per farlo. Vi erano armadi e armadietti di vetro pieni di lucidi strumenti nichelati. Vi erano poltrone di foggia straordinariamente complessa, lampade panciute con paralumi splendenti, una quantità di vasetti, becchi di gas, fili elettrici, e apparecchi assolutamente sconosciuti a tutti.
Nello studio si occuparono in tre di Ivan: due donne e un uomo, tutti vestiti di bianco. Per prima cosa, lo condussero in un angolo, a un tavolo, con l’evidente scopo di farlo cantare.
Ivan studiò la situazione. Tre vie gli si aprivano davanti. La prima gli sembrava particolarmente seducente: gettarsi contro quelle lampade e quegli oggettini bizzarri, spaccare tutto ed esprimere cosí la sua protesta per essere stato trattenuto ingiustamente. Ma l’Ivan odierno era ormai molto diverso dall’Ivan del giorno innanzi, e la prima via gli sembrò dubbia: magari in loro si sarebbe radicata l’idea che lui era un pazzo furioso. Perciò la respinse. Ce n’era una seconda: cominciare subito a parlare del consulente e di Ponzio Pilato. Però l’esperienza passata dimostrava che a quel racconto non prestavano fede, oppure lo interpretavano in modo svisato. Perciò Ivan rinunciò anche a questa via, e scelse la terza: chiudersi in un orgoglioso silenzio.
Non riuscí ad attuare appieno questo proposito, e, volente o nolente, dovette rispondere a tutta una serie di domande, sia pure con brevi e tetre parole. Gli chiesero proprio tutto quello che riguardava la sua vita passata, fino alla scarlattina che aveva fatto una quindicina d’anni prima. Dopo aver riempito un’intera pagina su Ivan, voltarono il foglio, e la donna in bianco passò a fargli domande sui parenti. Cominciò una litania: chi era morto, quando e di che, se beveva, se aveva avuto malattie veneree, e via di questo passo. A conclusione, gli chiesero di raccontare gli avvenimenti che si erano svolti alla vigilia agli stagni Patriarscie, ma senza insistere molto, e non si stupirono della faccenda di Ponzio Pilato.
A questo punto, la donna cedette Ivan all’uomo, che si occupò di lui in modo diverso, senza piú fargli domande. Gli misurò la temperatura, gli sentí il polso, lo guardò negli occhi illuminandoli con una lampada. Poi in aiuto all’uomo venne l’altra donna, e Ivan fu punto alla schiena, ma non in modo doloroso, col manico di un martelletto gli tracciarono certi segni sulla pelle del petto, gli picchiettarono con dei martelletti le ginocchia, facendogli sobbalzare le gambe, gli punsero il dito per prelevarne del sangue, lo punsero alla piega del gomito, gli infilarono alle braccia strani braccialetti di gomma…
Ivan sogghignava amaramente tra sé e pensava che tutto si era risolto in modo sciocco e strano. Ma pensate! Voleva avvertire tutti del pericolo rappresentato dal misterioso consulente, si preparava a catturarlo ed era riuscito soltanto a finire in un misterioso studio medico per raccontare sciocchezze sullo zio Fëdor che si sbronzava a Vologda. Che situazione intollerabilmente stupida!
Finalmente lo lasciarono andare. Fu ricondotto nella sua stanza, dove gli diedero una tazza di caffè, due uova alla coque e pane bianco col burro. Dopo aver mangiato e bevuto tutto, Ivan decise di aspettare qualche capo della clinica e ottenerne attenzione e giustizia.
Non ebbe da aspettare a lungo. All’improvviso la porta si aprí, ed entrò molta gente in camice bianco. Davanti a tutti procedeva un uomo sui quarantacinque anni, rasato alla perfezione come un attore, dagli occhi simpatici ma assai penetranti, e dai modi cortesi. Tutto il seguito gli tributava segni di attenzione e rispetto, per cui il suo ingresso risultò molto solenne. «Come Ponzio Pilato!», venne fatto di pensare a Ivan.
Sí, questo era certamente il capo. Egli sedette su uno sgabello, mentre tutti gli altri rimasero in piedi.
— Dottor Stravinskij, — si presentò, e guardò Ivan con espressione amichevole.
— Ecco, Aleksandr Nikolaevič, — disse con voce sommessa uno dalla linda barbetta, e porse al capo la cartella, piena di dati, di Ivan.
«Hanno imbastito un intero dossier», pensò Ivan. Con occhi che denotavano abitudine il capo scorse il foglio, borbottando «Uhu, uhu…», e scambiò con gli altri qualche frase in una lingua poco nota. «Parla pure latino, come Pilato», pensò mestamente Ivan. Ma una parola lo fece sussultare: era la parola «schizofrenia», quella, ohimè, pronunciata ieri dal maledetto sconosciuto agli stagni Patriarscie, e ripetuta adesso dal professore Stravinskij. «Anche questo sapeva!», pensò allarmato Ivan.
Il capo, evidentemente, si era posto la regola di essere d’accordo su tutto e di rallegrarsi per tutto quello che gli dicevano gli astanti e di esprimere questo con la parola: «bravo».
— Bravi! — disse Stravinskij, restituendo il foglio a qualcuno, e si rivolse a Ivan.
— Lei è poeta?
— Sí, — rispose tetro Ivan, e per la prima volta sentí un’inspiegabile ripugnanza per la poesia, e i suoi versi, che subito gli vennero in mente, gli riuscirono sgradevoli.
Con una smorfia, egli chiese a sua volta a Stravinskij: — Lei è professore?
Stravinskij chinò la testa con premurosa cortesia.
— Lei è il capo qui dentro? — continuò Ivan. Anche a questa domanda Stravinskij rispose con un cenno affermativo.
— Ho bisogno di parlarle, — disse in modo significativo Ivan Nikolaevič.
— Sono venuto apposta per questo, — replicò Stravinskij.
— Ecco di che si tratta, — cominciò Ivan, sentendo che era giunta la sua ora. — Mi fanno passare per pazzo, nessuno mi vuole ascoltare!…
— Oh no, l’ascolteremo con la massima attenzione, — rispose Stravinskij, serio e tranquillizzante, — e non permetteremo a nessuno di farla passare per pazzo.
— Allora ascolti: ieri sera, agli stagni Patriaršie, ho incontrato un personaggio misterioso, magari straniero, che sapeva in anticipo della morte di Berlioz e aveva visto personalmente Ponzio Pilato.
Il seguito ascoltava il poeta senza fiatare e senza muoversi.
— Pilato? Quello che è vissuto al tempo di Gesú Cristo? — chiese Stravinskij, socchiudendo gli occhi in direzione di Ivan.
— Proprio quello.
— Aha, — disse Stravinskij, — e quel Berlioz è morto sotto un tram?
— Ma sí, proprio ieri sera, quando c’ero anch’io, è stato maciullato da un tram ai Patriaršie; mentre quel tipo equivoco…
— Il conoscente di Ponzio Pilato? — chiese Stravinskij, che evidentemente si distingueva per il gran comprendonio.
— Proprio lui, — confermò Ivan, studiando Stravinskij. Ebbene, aveva detto in anticipo che Annuška avrebbe rovesciato l’olio di girasole… E lui è scivolato proprio in quel punto! Non è una bella storia? — chiese Ivan con fare significativo, sperando che le sue parole avrebbero prodotto un’impressione profonda.
Ma l’impressione non ci fu, e Stravinskij con molta semplicità pose la seguente domanda:
— E chi è questa Annuška?
La domanda imbarazzò un poco Ivan, e il suo volto si contrasse.
— Qui Annuška non ha nessuna importanza, — disse innervosito. — Lo sa il diavolo chi è. Una scema della Sadovaja. L’importante è che lui sapeva in anticipo, capisce, in anticipo, dell’olio di girasole. Mi capisce?
— La capisco benissimo, — rispose serio Stravinskij, e toccando il ginocchio del poeta con la mano, soggiunse — Non si inquieti e continui.
— Continuo, — disse Ivan, cercando di rispondere al professore nel suo stesso tono, e sapendo già, per amara esperienza, che solo la calma l’avrebbe potuto aiutare. Bene, quel tipo spaventoso (non è mica vero che sia un consulente!) ha una forza sovrannaturale!… Per esempio, lo insegui, e non riesci a raggiungerlo… E con lui ce ne sono altri due, buoni anche quelli, ma a modo loro: uno lungo, con le lenti spaccate, e poi un gatto di dimensioni incredibili, che viaggia da solo in tram. E poi, — Ivan, che nessuno interrompeva, parlava con sempre maggior calore e convinzione, — è stato personalmente sul balcone di Ponzio Pilato, e su questo non c’è nessun dubbio. Che roba, eh? Bisogna arrestarlo subito, se no combinerà guai indescrivibili.
— E lei cerca di farlo arrestare? L’ho capito bene? chiese Stravinskij.
«È intelligente, — pensò Ivan, — bisogna ammettere che anche tra gli intellettuali si trovano persone d’intelligenza non comune, non lo si può negare», e rispose:
— Giustissimo! Mi dica lei, come potrei non farlo? Intanto mi trattengono qui con la forza, mi puntano una lampadina negli occhi, mi fanno il bagno, mi fanno domande su mio zio Fedja!… È un pezzo che non è piú al mondo! Esigo di essere immediatamente rilasciato!
— Ma sí, bravo, bravo, — commentò Stravinskij. — Adesso tutto è chiaro. Infatti, che senso ha trattenere in clinica una persona sana? Bene, la dimetterò subito, se lei mi dirà che è normale. Non se me lo dimostrerà, ma se me lo dirà soltanto. Dunque lei è normale?
A questo punto subentrò un silenzio assoluto, e la donna grassa che al mattino si era occupata di Ivan, guardò con venerazione il professore, mentre Ivan pensò di nuovo: «È decisamente intelligente!»
La proposta del professore gli piacque molto, però prima di rispondere pensò e ripensò, aggrottando la fronte, e disse infine con voce sicura:
— Sono normale.
— Bravo, — esclamò con sollievo Stravinskij, — se è cosí, ragioniamo in modo logico. Prendiamo la sua giornata di ieri — . Si voltò, e gli porsero immediatamente la cartella di Ivan. — Cercando un uomo sconosciuto, che si è presentato come un conoscente di Ponzio Pilato, lei ieri ha eseguito le seguenti azioni — . E Stravinskij cominciò a contare sulle lunghe dita, guardando ora la cartella, ora Ivan. — Si è appuntato al petto un’icona. Giusto?
— Sí, — ammise cupo Ivan.
— È caduto da uno steccato, graffiandosi la faccia. D’accordo? E giunto al ristorante con in mano un cero acceso con la sola biancheria intima addosso, e al ristorante ha picchiato qualcuno. È stato portato qui legato. Di qui lei ha telefonato alla polizia perché mandassero dei mitra. Poi ha tentato di buttarsi dalla finestra. Giusto? Domanda: è possibile, agendo in questo modo, catturare o arrestare qualcuno? Se lei è un uomo normale, deve rispondere: no di certo. Lei vuole andare via? Faccia pure, ma mi permetta di chiederle: dove andrà?
— Alla polizia naturalmente, — rispose Ivan con minor fermezza, un po’ sgomento sotto lo sguardo del professore.
— Direttamente di qui?
— Uhu…
— A casa sua non farà un salto? — chiese rapidamente Stravinskij.
— Non ne ho il tempo! Mentre io passo da casa, quello se la svigna!
— Capito. Di che cosa parlerà prima di tutto alla polizia?
— Di Ponzio Pilato, — rispose Ivan Nikolaevič, e i suoi occhi si copersero di un velo buio.
— Bravo! — esclamò Stravinskij, conquistato, e rivolgendosi a quello della barba, ordinò: — Fëdor Vasil’evic, dimetta, per favore, il signor Bezdomnyj. Ma tenga libera questa stanza e non faccia cambiare le lenzuola. Tra due ore, il signor Bezdomnyj sarà di nuovo qui. Ebbene, — si rivolse al poeta, — non le auguro successo perché non credo minimamente che lei possa averne. Arrivederci a presto! — E si alzò, mentre il suo seguito si mosse.
— Perché dovrei tornare qui? — chiese inquieto Ivan.
Sembrava che Stravinskij si aspettasse questa domanda, si risedette subito e cominciò a dire:
— Perché non appena lei arriverà in mutande alla polizia e dichiarerà che ha incontrato un uomo che ha conosciuto di persona Ponzio Pilato, la porteranno immediatamente qui, e lei si ritroverà in questa stessa stanza.
— Che c’entrano le mutande? — chiese Ivan con espressione meravigliata.
— Soprattutto Ponzio Pilato. Ma anche le mutande. La biancheria dell’ospedale ce la dovrà restituire, e le daremo i suoi indumenti. Lei è stato portato qui in mutande. D’altro canto, lei non aveva intenzione di passare da casa sua, nonostante la mia allusione. Poi arriverà Pilato… e la frittata sarà fatta.
A queste parole, qualcosa di strano successe a Ivan Nikolaevič Sembrò che la sua volontà si fosse spezzata, si sentí debole e bisognoso di un consiglio.
— Ma allora che dovrei fare? — chiese, questa volta con timidezza.
— Oh, bravo! — replicò Stravinskij. — Questa è una domanda ragionevolissima. Adesso le dirò io che cosa le è successo esattamente. Ieri lei è stato spaventato e scosso da qualcuno che le ha parlato di Ponzio Pilato e di altre cose. Lei, persona nervosa ed esaurita, ha cominciato a girare la città parlando di Ponzio Pilato. È piú che naturale che l’abbiano creduto pazzo. La sua salvezza sta in una cosa soltanto: il riposo assoluto. Lei deve assolutamente restare qui.
— Ma è indispensabile catturarlo! — esclamò Ivan, questa volta però con voce supplichevole.
— D’accordo, ma perché deve correre in giro proprio lei? Esponga per iscritto tutti i suoi sospetti e le sue accuse contro quest’uomo. Non c’è nulla di piú semplice che inoltrare la sua dichiarazione alle autorità competenti. Se come lei crede, abbiamo a che fare con un criminale, lo si verrà a sapere in fretta. Ma le porrei un’unica condizione: non si scervelli troppo, e cerchi di pensare a Ponzio Pilato il meno possibile. Si possono raccontare tante cose! Non bisogna credere a tutto.
— Ho capito! — dichiarò Ivan con voce decisa. — Favorisca farmi dare carta e penna.
— Dategli della carta e una matita corta, — ordinò Stravinskij alla donna grassa, e a Ivan disse: — Per oggi almeno le consiglierei di non scrivere.
— No, no, devo scrivere oggi stesso, subito! — esclamò Ivan preoccupato.
— Va bene, allora, ma non si stanchi troppo la testa. Se non le riesce oggi, le riuscirà domani.
— Scapperà!
— Oh no, — replicò con voce sicura Stravinskij, — le garantisco che non scapperà affatto. E si ricordi che qui lei avrà ogni aiuto possibile, senza il quale non concluderà nulla. Mi sente? — chiese a un tratto il professore con voce carica di significato, e s’impadroní di entrambe le mani di Ivan Nikolaevič. Tenendole fra le sue, lo fissò a lungo negli occhi, ripetendo: — Qui lei sarà aiutato… mi sente?… Qui lei sarà aiutato… troverà sollievo… qui c’è calma, tranquillità… qui lei sarà aiutato…
All’improvviso Ivan Nikolaevič sbadigliò, l’espressione del suo viso si addolcí.
— Sí, sí, — disse sommesso.
— Bravo! — concluse Stravinskij com’era sua abitudine, e si alzò: — Arrivederci! — Strinse la mano a Ivan, e, già sulla soglia, si voltò verso quello della barbetta dicendo: Sí, provi pure l’ossigeno… e bagni.
Alcuni istanti dopo, Ivan non vedeva piú né Stravinskij né il seguito. Oltre l’inferriata, sotto il sole di mezzogiorno, si scorgeva sull’altra sponda la pineta primaverile e gaia, e, piú vicino, scintillava il fiume.
CAPITOLO NONO I trucchi di Korov’ev
Nikanor Ivanovič Bosoj, presidente della cooperativa degli inquilini della casa n. 302 bis sulla via Sadovaja a Mosca, dove era vissuto il defunto Berlioz, fin dalla notte precedente, tra mercoledí e giovedí, aveva avuto un gran daffare.
A mezzanotte, come già sappiamo, era giunta nella casa una commissione di cui faceva parte Želdybin, avevano convocato Nikanor Ivanovič, lo avevano informato della morte di Berlioz, e con lui si erano recati nell’appartamentino n. 50.
Là furono apposti i sigilli sui manoscritti e sugli oggetti di proprietà del defunto. In quel momento nell’appartamento non c’erano né Grunja, la donna a ore, né lo spensierato Stepan Bogdanovič. La commissione dichiarò a Nikanor Ivanovič che avrebbe ritirato i manoscritti del defunto per sistemarli, che le tre stanze da lui occupate (l’ex studio, salotto e sala da pranzo della gioielliera) tornavano a disposizione della cooperativa, mentre gli oggetti appartenenti al defunto sarebbero rimasti in loco fino a che non si fossero presentati gli eredi.
La notizia della morte di Berlioz si diffuse nella casa con una rapidità prodigiosa, e dalle sette del mattino di giovedí a Bosoj cominciarono a telefonare, e poi da lui cominciarono a venire di persona con domande scritte che rivendicavano i locali del defunto. Nel corso di due ore, Nikanor Ivanovič ricevette trentadue domande del genere.
Esse contenevano suppliche, minacce, cavilli, delazioni, promesse di eseguire a proprie spese le riparazioni necessarie, lagnanze per l’insopportabile mancanza di spazio e l’impossibilità di coabitare in uno stesso appartamento con dei banditi. Tra l’altro c’era anche la descrizione, stupefacente per vigore poetico, del furto di certi agnolotti alla siberiana con immediata sistemazione degli stessi nella tasca della giacca, il tutto avvenuto nell’appartamento n. 31, e poi due promesse di por fine alla propria vita con un suicidio e una confessione di gravidanza clandestina.
I visitatori chiamavano Nikanor Ivanovič nell’anticamera del suo appartamento, lo afferravano per una manica, gli sussurravano qualcosa, gli ammiccavano e promettevano che non sarebbero rimasti in debito.
Questa tortura continuò fino a mezzogiorno passato, quando Nikanor Ivanovič scappò di casa e si rifugiò nell’ufficio dell’amministrazione vicino al portone, ma quando vide che anche lí stavano già in agguato, fuggí di nuovo. Riuscí in qualche modo a sbarazzarsi di quelli che lo tallonavano attraverso il cortile asfaltato, scomparve nell’interno n. 6 e salí al quinto piano, dove si trovava quello schifoso appartamento.
Ripreso fiato sul pianerottolo, il pingue Nikanor Ivanovič suonò ma nessuno gli aprí. Suonò una seconda volta poi una terza, e cominciò a brontolare e imprecare a bassa voce Ma neanche allora gli fu aperto. La pazienza di Nikanor Ivanovič andò a farsi benedire, ed egli tirò fuori dalla tasca un mazzo di duplicati di chiavi appartenenti all’amministrazione della casa, aprí la porta con mano imperiosa ed entrò.
— Ehi, cameriera! — gridò Nikanor Ivanovič nell’anticamera semibuia. — Come ti chiami, Grunja, no?… Non ci sei?
Nessuno rispose.
Allora Nikanor Ivanovič trasse dalla borsa un metro pieghevole poi tolse il sigillo dalla porta dello studio e fece un passo in avanti. Il passo lo fece, ma si fermò sulla soglia sbalordito e ebbe perfino un sussulto.
Al tavolo del defunto stava seduto uno sconosciuto magro, lungo, con un giacchettino a quadretti, un berretto da fantino e occhiali a molla… insomma, quel tale.
— Lei chi sarebbe, signore? — chiese spaventato Nikanor Ivanovič.
— To’! Nikanor Ivanovič! — urlò l’ospite inatteso con tremolante voce tenorile, e, balzando in piedi, salutò il presidente con una stretta di mano forzata e repentina.
Questo saluto non rallegrò affatto Nikanor Ivanovič.
— Mi scusi, — disse con sospetto, — lei chi sarebbe? Un funzionario?
— Eh, Nikanor Ivanovič! — esclamò lo sconosciuto con voce cordiale. — Che importanza ha, funzionario o non funzionario? Tutto dipende dal punto di vista da cui si guarda l’oggetto. Tutto, Nikanor Ivanovič, è convenzionale e incerto. Oggi non sono un funzionario, ma domani, quando meno te lo aspetti, lo divento! Capita anche il contrario, e come!
Questa disquisizione non soddisfece minimamente il presidente dell’amministrazione della casa. Essendo già per natura una persona sospettosa, concluse che quel tipo che gli sermoneggiava davanti, non solo non era un funzionario, ma magari era anche un perdigiorno.
— Ma insomma, lei chi sarebbe? Come si chiama? chiedeva il presidente con modi sempre piú severi, cominciando perfino ad avanzare verso lo sconosciuto.
— Il mio cognome, — replicò quello, per nulla turbato da quella severità, — è, be’, diciamo, Korov’ev. Vuol prendere qualcosa, Nikanor Ivanovič? Senza complimenti, sa?
— Le chiedo scusa, — disse Nikanor Ivanovič, ormai sdegnato, — che c’entra «prendere qualcosa»? — (Si deve riconoscere, benché sia spiacevole, che Nikanor Ivanovič era per natura alquanto villano). — Non è permesso stare nei locali del defunto! Che fa lei qui?
— Ma si accomodi, Nikanor Ivanovič, — urlava quello senza il minimo imbarazzo, offrendogli, strisciante, una poltrona. Completamente infuriato, Nikanor Ivanovič la rifiutò, e gridò:
— Ma lei chi è?
— Io, col suo permesso, sono l’interprete addetto a uno straniero residente in questo appartamento, — si presentò colui che aveva detto di chiamarsi Korov’ev, e sbatté i tacchi delle scarpe rossicce non pulite.
Nikanor Ivanovič spalancò la bocca. La presenza, in quell’appartamento, di uno straniero, per di piú provvisto di un interprete, era per lui una totale sorpresa. Volle spiegazioni.
L’interprete gliele diede di buon grado. L’artista straniero signor Woland era stato gentilmente invitato dal direttore del Varietà Stepan Bogdanovič Lichodeev a trascorrere il periodo della sua tournée, una settimana circa, nel proprio appartamento, del che aveva già scritto ieri a Nikanor Ivanovič, pregandolo di registrare temporaneamente lo straniero, mentre lo stesso Lichodeev avrebbe fatto un viaggetto a Jalta.
— Non mi ha scritto niente, — disse il presidente meravigliato.
— Guardi bene nella sua cartella, Nikanor Ivanovič, propose Korov’ev soavemente.
Stringendosi nelle spalle, Nikanor Ivanovič aprí la cartella e vi scoprí la lettera di Lichodeev.
— Come ho fatto a dimenticarmene? — borbottò, fissando la busta aperta con espressione ottusa.
— Eh, sono cose che capitano, Nikanor Ivanovič! — cicalò Korov’ev. — Distrazione, distrazione, esaurimento e pressione troppo alta, caro il mio Nikanor Ivanovič! Anch’io sono terribilmente distratto! Un giorno o l’altro, davanti a un bicchierino, le racconterò qualche fatterello della mia vita: lei creperà dal ridere!
— Quand’è che Lichodeev va a Jalta?!
— Ma è già andato, è già andato! — gridò l’interprete. Eh, sta già viaggiando! Chi diavolo sa dove si trova a quest’ora! — e l’interprete agitò le braccia come le pale di un mulino a vento.
Nikanor Ivanovič dichiarò che doveva vedere personalmente lo straniero, ma l’interprete rifiutò: assolutamente impossibile. Era occupato. Stava addestrando il gatto.
— Il gatto, se vuole, glielo posso far vedere, — propose Korov’ev.
Nikanor Ivanovič, a sua volta, rifiutò, e l’interprete fece subito al presidente una proposta inattesa, ma assai interessante: considerando che il signor Woland rifiutava nel modo piú assoluto di vivere in albergo, e d’altro canto era abituato a disporre di molto spazio, non poteva la cooperativa affittargli per una settimana — durata della tournée di Woland a Mosca — l’intero appartamento, cioè anche i locali del defunto?
— A lui, al defunto, non importa niente, — sussurrava con voce rauca Korov’ev. — Ne convenga, Nikanor Ivanovič, quest’appartamento a che gli serve adesso?
Nikanor Ivanovič replicò con una certa perplessità che gli stranieri dovrebbero risiedere al Métropole, non in appartamenti privati…
— Ma se le sto dicendo che è capriccioso come il diavolo sa chi! — sussurrò Korov’ev. — Non vuole! Non gli piacciono gli alberghi! Mi stanno qui, i turisti stranieri, — si lagnò confidenzialmente Korov’ev, battendo il dito sul collo magro. — Mi creda, mi hanno scocciato! Arriva uno e fa lo spione come l’ultimo dei figli di un cane, o rompe l’anima coi suoi capricci: una cosa non gli va, un’altra neppure!… E per la sua cooperativa, Nikanor Ivanovič, è tanto di guadagnato. Lui non bada a spese, — Korov’ev si voltò poi bisbigliò all’orecchio del presidente: — È un milionario!
La proposta dell’interprete aveva un chiaro senso pratico, ed era assai seria, ma qualcosa di straordinariamente poco serio c’era sia nella maniera di parlare dell’interprete, sia nel suo abbigliamento, sia in quegli abominevoli occhiali a molla che non valevano un soldo. Di conseguenza, qualcosa di poco chiaro gravava sul cuore del presidente eppure decise di accogliere la proposta. Il fatto è che la cooperativa, ohimè, soffriva di un forte deficit. In autunno sarebbe stato necessario comprare la nafta per il riscaldamento, ma con quali quattrini non si sapeva. Adesso, coi soldi del turista straniero, si sarebbe forse potuto cavare d’impaccio. Ma Nikanor Ivanovič, persona pratica e prudente, dichiarò che in primo luogo doveva avere l’autorizzazione dell’Ufficio turisti stranieri.
— Capisco! — esclamò Korov’ev. — Come no! Senz’altro! Eccole il telefono, Nikanor Ivanovič, si faccia subito dare l’autorizzazione! E per i soldi, non faccia complimenti, aggiunse in un sussurro, trascinando in anticamera il presidente, verso il telefono. — A chi chiederne se non a lui! Se vedesse che villa possiede a Nizza! L’estate prossima, quando andrà all’estero, vada appositamente a guardarsela, vedrà che roba!
La questione con l’Ufficio turisti stranieri fu risolta per telefono con una celerità straordinaria, che sbalordí il presidente. Apprese che erano già informati dell’intenzione del signor Woland di abitare nell’appartamento privato di Lichodeev, e non facevano obiezioni.
— Benissimo, allora! — gridava Korov’ev.
Alquanto intronato dal suo cicaleccio, il presidente dichiarò che la cooperativa era pronta ad affittare per una settimana l’appartamento n. 50 all’artista Woland dietro corresponsione di… Nikanor Ivanovič esitò, e disse:
— Cinquecento rubli al giorno.
Qui Korov’ev lo sbalordí definitivamente. Ammiccando con aria furbesca in direzione della camera da letto, da dove giungeva il rumore degli agili salti del pesante gatto, disse rauco:
— Per una settimana, quindi, farebbe tremilacinquecento rubli?
Nikanor Ivanovič pensò che l’altro avrebbe soggiunto:
«Mica stupido, il nostro Nikanor Ivanovič», ma Korov’ev disse una cosa completamente diversa.
— Per lui è niente. Gliene chieda cinquemila, glieli darà.
Con un sorrisino confuso, Nikanor Ivanovič non si accorse neppure come si ritrovò accanto alla scrivania del defunto, dove, con rapidità e abilità grandissime, Korov’ev redasse un contratto in due copie. Poi volò in camera da letto e ne ritornò con le due copie munite della firma svolazzante dello straniero. Anche il presidente firmò il contratto. Poi Korov’ev chiese una ricevutina per cinque…
— Scriva in lettere, in lettere, Nikanor Ivanovič!… mila rubli… — e aggiunse parole che non sembravano intonarsi alla serietà dell’affare: — Ein, zwei, drei! — e pose davanti al presidente cinque pacchettini nuovi di banconote.
Venne fatto il conteggio, condito da battute e facezie di Korov’ev come «conti chiari, amici cari», «l’occhio del padrone…» e cosí via.
Dopo aver contato il denaro, il presidente ricevette da Korov’ev il passaporto dello straniero per la registrazione lo ripose nella cartella insieme al contratto e al denaro, e, non riuscendo a trattenersi, chiese timidamente un biglietto di favore…
— Ma figuriamoci! — ululò Korov’ev. — Quanti ne vuole Nikanor Ivanovič? Dodici? Quindici?
Sbalordito, il presidente spiegò che gliene bastava un paio, per lui e Pelageja Antonovna, sua moglie. Korov’ev tirò subito fuori un’agenda e con un ampio gesto scrisse che consegnassero a Nikanor Ivanovič due biglietti di favore per la prima fila. Con la sinistra, l’interprete ficcò destramente il biglietto in mano a Nikanor Ivanovič, mentre con la destra gli poneva nell’altra mano uno spesso plico scricchiolante. Nikanor Ivanovič gli gettò un’occhiata, arrossí e cercò di respingerlo.
— Questo non è lecito, — borbottava.
— Non voglio sentire scuse!… — sussurrò al suo orecchio Korov’ev. — Da noi non è lecito, ma dagli stranieri è lecito. Lei lo offende, Nikanor Ivanovič, e questo non sta bene. Lei si è dato da fare…
— È punito dalla legge, — sussurrò pianissimo il presidente e si guardò intorno.
— E dove sono i testimoni? — sussurrò nell’altro orecchio Korov’ev. — Le chiedo: dove sono? Ma si figuri!…
Qui, come ebbe ad affermare in seguito il presidente avvenne un miracolo: il pacchetto s’infilò da solo nella sua cartella. Poi il presidente si ritrovò sulla scala, infiacchito e addirittura esausto. Un turbine di pensieri gli si agitava nella testa dove vorticavano la villa di Nizza, il gatto ammaestrato, il pensiero che effettivamente non vi erano stati testimoni, e che Pelageja Antonovna si sarebbe rallegrata per i biglietti di favore. Erano pensieri sconnessi, ma in complesso gradevoli. Eppure, nel piú profondo dell’animo, una spina punzecchiava il presidente. Era la spina dell’inquietudine. Inoltre, mentre era sulla scala, il presidente come da un colpo, fu colto da un pensiero: «Come ha fatto l’interprete ad entrare nello studio, dal momento che la porta era sigillata?!» E come mai lui, Nikanor Ivanovič non glielo aveva chiesto? Per qualche minuto, il presidente fissò i gradini come un asino, poi decise di infischiarsene e di non tormentarsi piú con pensieri complicati…
Non appena il presidente ebbe lasciato l’appartamento dalla camera da letto giunse una voce bassa:
— A me questo Nikanor Ivanovič non è piaciuto. È uno scroccone e un imbroglione. Non si può fare in modo che non venga piú qui?
— Messere, basta che lei ordini… — replicò Korov’ev, con una voce non piú tremolante ma limpida e sonora.
E subito il maledetto interprete fu in anticamera, fece un numero e disse nel ricevitore con voce piagnucolosa:
— Pronto! Considero mio dovere comunicare che il presidente della nostra cooperativa inquilini della casa n. 302 bis sulla Sadovaja, Nikanor Ivanovič Bosoj, traffica valuta estera. In questo momento, nel suo appartamento n. 35 nel condotto di aerazione del gabinetto, si trovano, avvolti in carta da giornale, quattrocento dollari. Parla l’inquilino della stessa casa, dell’appartamento n. 11, Timofej Kvascov. Ma vi supplico di mantenere segreto il mio nome. Temo la vendetta del suddetto presidente.
E riattaccò il ricevitore, quel mascalzone!
Che avvenisse poi nell’appartamento n. 50 non si sa, ma si sa quello che avvenne da Nikanor Ivanovič. Chiusosi nel gabinetto, trasse dalla cartella il pacchetto che l’interprete lo aveva costretto a prendere, e constatò che conteneva quattrocento rubli. Nikanor Ivanovič avvolse il pacchetto in un pezzo di giornale e lo cacciò nel condotto di aerazione.
Cinque minuti dopo, il presidente era a tavola nella sua piccola sala da pranzo. Sua moglie portò dalla cucina un’aringa accuratamente tagliata e ben cosparsa di cipolla verde. Nikanor Ivanovič si versò un bicchierino di vodka, lo tracannò, ne versò un altro, lo tracannò, infilzò con la forchetta tre pezzetti d’aringa… e in quel momento suonarono. Pelageja Antonovna mise in tavola una pentola fumante, una sola occhiata alla quale bastava a far capire che, in mezzo alla minestra bollente, si trovava il piú saporito cibo del mondo: un osso col midollo.
Con l’acquolina in bocca, Nikanor Ivanovič ringhiò come un cane:
— Vadano all’inferno! Non mi lasciano neanche mangiare!… Non far entrare nessuno, non ci sono, sono via… Per l’appartamento, digli che la smettano di agitarsi, tra una settimana ci sarà la riunione.
La moglie corse in anticamera, mentre Nikanor Ivanovič pescava col mestolo, da quell’ignivomo lago lui, l’osso appunto, incrinato longitudinalmente. In quel momento nella sala da pranzo entrarono due persone, accompagnate da Pelageja Antonovna, pallidissima. Vedendoli, si sbiancò anche Nikanor Ivanovič e si alzò.
— Dov’è il cesso? — chiese preoccupato il primo, che indossava un camiciotto bianco alla russa.
Qualcosa batté sul tavolo (Nikanor Ivanovič aveva lasciato cadere il mestolo sulla tela cerata).
— Qui, qui, — rispose in fretta Pelageja Antonovna.
I nuovi venuti si diressero subito in corridoio.
— Che succede? — chiese piano Nikanor Ivanovič, seguendo i due. — Nel nostro appartamento non c’è niente di proibito… Ma lei ha dei documenti… mi scusi…
Il primo, camminando, mostrò i documenti a Nikanor Ivanovič, mentre il secondo era già in piedi su uno sgabello nel gabinetto, con il braccio infilato nel condotto di aerazione. A Nikanor Ivanovič si annebbiò la vista. Tolsero il giornale, ma il pacchetto, invece dei rubli, risultò contenere denaro sconosciuto, fra il verde e l’azzurro, con l’immagine di un vecchio. Del resto, Nikanor Ivanovič vedeva tutto molto confusamente, davanti agli occhi gli ballavano delle macchie.
— Dollari nel condotto di aerazione, — disse pensieroso il primo, e chiese con dolcezza e urbanità a Nikanor Ivanovič: — È suo, questo pacchetto?
— No! — rispose Nikanor Ivanovič con voce terribile. Lo hanno messo lí i miei nemici!
— Capita, — acconsentí il primo, e aggiunse con la stessa dolcezza: — Be’, bisogna consegnare gli altri.
— Non ne ho! Giuro davanti a Dio che non ne ho mai avuti! — gridò disperato il presidente.
Si gettò verso il comò aprí con fracasso un cassetto, e ne estrasse la cartella, gridando frasi sconnesse:
— Ecco il contratto… quel verme di interprete mi ha rifilato… Korov’ev… con gli occhiali a molla…
Aprí la cartella, vi guardò dentro, vi infilò la mano, illividí e lasciò cadere la cartella nella minestra. Non c’era niente: né la lettera di Stepa, né il contratto, né il passaporto dello straniero, né il denaro, né il biglietto di favore. Insomma niente, tranne il metro pieghevole.
— Compagni! — urlò frenetico il presidente. — Pigliateli! In questa casa c’è lo spirito maligno!
Qui non si sa che cosa saltasse in testa a Pelageja Antonovna fatto sta che, alzando le braccia al cielo, esclamò:
— Confessa, Ivanyc! Ti ridurranno la pena!
Con gli occhi iniettati di sangue, Nikanor Ivanovič alzò i pugni sulla testa della moglie, rantolando:
— Oh, cretina maledetta!
Poi le forze gli mancarono, e si sedette, avendo evidentemente deciso di rassegnarsi all’inevitabile.
In quel frattempo, Timofej Kondrat’evič Kvascov, sul pianerottolo, appoggiava ora l’occhio ora l’orecchio al buco della serratura della porta del presidente, struggendosi di curiosità.
Cinque minuti dopo, gli inquilini della casa che si trovavano in cortile, videro il presidente dirigersi difilato verso il portone, accompagnato da due persone. Dicevano che Nikanor Ivanovič aveva cambiato faccia, che barcollava come un ubriaco, e che borbottava qualcosa.
Un’ora dopo, nell’appartamento n. 11, nel momento in cui Timofej Kondrat’evič raccontava agli altri, andando in sollucchero, come avessero messo in gattabuia il presidente, entrò uno sconosciuto il quale chiamò in anticamera Timofej con un movimento del dito, gli disse qualcosa e scomparve con lui.
CAPITOLO DECIMO Notizie da Jalta
Mentre a Nikanor Ivanovič succedeva questa disgrazia sempre sulla Sadovaja, a poca distanza dal 302 bis, nell’ufficio di Rimskij, direttore finanziario del Varietà, si trovavano due persone: Rimskij stesso e Varenucha, amministratore del teatro.
Il grande ufficio, sito al primo piano del teatro, aveva due finestre sulla Sadovaja, e una terza, proprio alle spalle del direttore seduto alla sua scrivania, che dava sul giardino estivo del Varietà, dove si trovavano il bar, il tirassegno, e un palcoscenico all’aperto. L’arredamento dell’ufficio comprendeva, oltre alla scrivania, dei vecchi manifesti appesi al muro, un tavolino con una caraffa d’acqua, quattro poltrone e, in un angolo, un supporto su cui stava l’antico bozzetto impolverato di uno spettacolo. S’intende che c’era anche una vecchia cassaforte scrostata di piccole dimensioni, sulla sinistra di Rimskij, vicino alla scrivania.
Sin dal mattino, Rimskij era di cattivo umore, mentre Varenucha era, al contrario, animatissimo e attivo in modo particolarmente irrequieto. Però la sua energia non trovava sfogo.
Varenucha si era nascosto nell’ufficio del direttore finanziario per sfuggire ai postulanti di biglietti di favore che gli avvelenavano l’esistenza, soprattutto quando il programma cambiava. Oggi era proprio una di quelle giornate. Non appena squillava il telefono, Varenucha prendeva il ricevitore e mentiva:
— Chi? Varenucha? Non c’è. È fuori teatro.
— Per favore, telefona ancora una volta a Lichodeev, disse con irritazione Rimskij.
— Ma se non è in casa. Ho già mandato Karpov, nell’appartamento non c’è nessuno.
— Il diavolo se lo porti! — sibilava Rimskij facendo scorrere le dita sulla calcolatrice.
La porta si aprí, e un inserviente trascinò dentro un grosso pacco di manifesti supplementari appena stampati; sui fogli verdi era impresso a grosse lettere rosse
Ogni giorno da oggi al Teatro di Varietà
fuori programma
IL PROFESSOR WOLAND
Sedute di magia nera e totale smascheramento della medesima
Allontanandosi dal manifesto che aveva buttato sul bozzetto, Varenucha lo ammirò e ordinò all’inserviente di farli immediatamente affiggere tutti.
— Bene… dà nell’occhio… — osservò Varenucha quando l’inserviente si fu allontanato.
— A me invece questa fantasia non piace per niente, brontolò Rimskij, guardando con malanimo il manifesto attraverso gli occhiali cerchiati di corno, — e mi stupisco che gli abbiano dato il permesso per queste rappresentazioni.
— No, Grigorij Danilovič, non dirlo! È una mossa molto sottile. Tutto il sugo sta nello smascheramento.
— Non so, non so, io non ci vedo alcun sugo… ne inventa sempre una!… Almeno ci avesse fatto vedere questo mago! Tu almeno l’hai visto? Dove l’avrà pescato, il diavolo lo sa!
Si scoprí che neppure Varenucha aveva mai visto il mago. Ieri, Stepa («sembrava pazzo», secondo Rimskij) era arrivato di corsa dal direttore finanziario con una bozza di contratto già redatta, aveva dato ordine di copiarlo immediatamente e di pagare Woland. Il mago poi era scomparso, e nessuno l’aveva visto, tranne Stepa.
Rimskij tirò fuori l’orologio, vide che segnava le due e cinque, e andò su tutte le furie. C’era di che! Lichodeev aveva telefonato verso le undici, dicendo che sarebbe giunto di li a mezz’ora, e non solo non era arrivato, ma era pure scomparso da casa.
— Ho tutto bloccato! — ruggiva Rimskij, puntando il dito verso il mucchio di documenti che aspettavano la firma.
— Non sarà mica andato a finire sotto un tram, come Berlioz? — diceva Varenucha tenendo incollato l’orecchio al ricevitore, in cui si sentivano lunghi, inutili squilli.
— Non sarebbe male… — disse Rimskij a denti stretti con voce che a stento si poteva sentire.
In quell’istante entrò nell’ufficio una donna in divisa, col berretto a visiera, la gonna nera e scarpette basse. Dalla piccola borsa attaccata alla cintura, la donna trasse un quadratino bianco e un quaderno, e disse:
— È qui il Varietà? C’è un telegramma lampo per voi. Firmi qui.
Varenucha fece uno scarabocchio nel quaderno della donna, e non appena la porta le si chiuse dietro, aprí la busta. Dopo aver letto il telegramma, cominciò a sbattere le palpebre e passò il foglio a Rimskij.
Il contenuto del telegramma era il seguente: «DA JALTA A MOSCA — VARIETÀ — OGGI ORE UNDICI E MEZZO PRESENTATOSI A PUBBLICA SICUREZZA ALIENATO CASTANO CAMICIA NOTTE PANTALONI SENZA SCARPE DICHIARANDOSI LICHODEEV DIRETTORE VARIETÀ STOP TELEGRAFATE PUBBLICA SICUREZZA JALTA DOVE TROVASI DIRETTORE LICHODEEV».
— Cose dell’altro mondo! — esclamò Rimskij, e soggiunse: — Altra sorpresa!
— Uno Pseudodemetrio![10] — esclamò Varenucha e disse nel ricevitore: — Telegrammi? Addebitare al Varietà. Telegramma lampo. Pronti? «PUBBLICA SICUREZZA JALTA — ’ DIRETTORE LICHODEEV TROVASI MOSCA — Firmato: DIRETTORE FINANZIARIO RIMSKIJ»…
Senza tener conto della comunicazione sull’impostore di Jalta, Varenucha si rimise al telefono per cercare Stepa a casaccio, senza naturalmente trovarlo.
Nel preciso momento in cui Varenucha, col ricevitore in mano, rifletteva dove avrebbe ancora potuto telefonare, entrò la stessa donna che aveva portato il primo telegramma, e consegnò a Varenucha un’altra busta. Varenucha si affrettò ad aprirla, lesse lo scritto e fischiò.
— Che c’è ancora? — chiese Rimskij, con una smorfia nervosa.
Varenucha gli porse in silenzio il telegramma, e il direttore finanziario vi lesse: «SUPPLICO CREDERE STOP CAPITATO JALTA CAUSA IPNOTISMO WOLAND STOP TELEGRAFATE PUBBLICA SICUREZZA CONFERMA IDENTITÀ — Firmato: LICHODEEV».
Rimskij e Varenucha, con le teste che si toccavano, rilessero il telegramma, e, dopo averlo letto, si fissarono in silenzio.
— Cittadini! — si arrabbiò la donna. — Prima firmate, poi potrete tacere finché vorrete! Ho dei telegrammi lampo da distribuire, io!
Varenucha, senza distogliere gli occhi dal foglio, appose una firma storta nel quaderno, e la donna scomparve.
— Tu gli hai parlato al telefono poco dopo le undici? prese a dire l’amministratore in preda a una perplessità assoluta.
— Non farmi ridere! — urlò Rimskij con voce penetrante. — Che gli abbia parlato o no, non può essere a Jalta in questo momento! È ridicolo!
— È sbronzo… — disse Varenucha.
— Chi? — chiese Rimskij, e di nuovo si fissarono.
Che da Jalta avesse telegrafato qualche pazzo o impostore, non c’erano dubbi. Ma ecco la cosa strana: come faceva il mistificatore di Jalta a conoscere Woland, giunto a Mosca solo ieri? Come faceva a sapere del rapporto tra Lichodeev e Woland?
— «Ipnotismo…», — rileggeva Varenucha. — Ma come fa a sapere di Woland? — Sbatté le palpebre, e di colpo esclamò con voce decisa: — No! Fandonie!… Fandonie, fandonie!
— Dove abita questo Woland, il diavolo se lo porti? chiese Rimskij.
Varenucha si mise subito in contatto con l’Ufficio turisti stranieri, che, con sommo stupore di Rimskij, dichiarò che Woland risiedeva nell’appartamento di Lichodeev.
Dopo aver rifatto il numero dell’appartamento di Lichodeev, Varenucha ascoltò a lungo gli squilli frequenti.
Tra essi, si sentí di lontano una voce densa e tetra cantare: «… rocce, mio rifugio…» e Varenucha pensò che fosse l’interferenza della voce di una stazione radiofonica.
— Non risponde, — disse, rimettendo il ricevitore sulla forcella, — proviamo a telefonare a…
Non terminò la frase. Sulla porta ricomparve la stessa donna, ed entrambi — tanto Rimskij quanto Varenucha le mossero incontro, e quella tolse dalla borsa un foglio questa volta non piú bianco, ma scuro.
— Sta diventando interessante, — borbottò tra i denti Varenucha, accompagnando con lo sguardo la donna che si allontanava in fretta. Il primo a impadronirsi del foglio fu Rimskij.
Sullo sfondo scuro di una carta per stampa fotografica risaltavano chiaramente alcune righe scritte in nero:
«PROVA MIA CALLIGRAFIA MIA FIRMA TELEGRAFATE CONFERMA ORGANIZZATE SORVEGLIANZA SEGRETA WOLAND. LICHODEEV».
In vent’anni di attività nei teatri, Varenucha ne aveva viste di tutti i colori, ma qui sentí che era come se la sua ragione gli si ricoprisse di un velo, e non seppe pronunciare altro che la frase banale e totalmente assurda:
— Questo non è possibile!
Rimskij invece reagí in modo diverso. Si alzò, aprí la porta, gridò all’inserviente seduta su uno sgabello:
— Non faccia entrare nessuno tranne il postino! — e chiuse la porta a chiave.
Poi prese dalla scrivania un mucchio di carte e cominciò a confrontare con cura le lettere grasse, pendenti verso sinistra, del telegramma con quelle degli ordini emanati da Stepa e con le sue firme, munite di uno svolazzo a viticcio.
Varenucha, ripiegato sul tavolo, soffiava il suo alito ardente sulla guancia di Rimskij.
— È la sua calligrafia, — disse infine con voce sicura il direttore finanziario, e Varenucha ripeté come un’eco:
— È la sua.
Fissando Rimskij, l’amministratore si sorprese del cambiamento avvenuto sul suo volto. Il direttore finanziario, già magro, sembrava essere ancora piú dimagrito e persino invecchiato, e i suoi occhi, nella montatura di corno, avevano perso l’abituale mordacità, in essi si leggeva non solo l’inquietudine, ma anche la tristezza.
Varenucha fece quello che si usa fare nei momenti di grande sbalordimento. Corse avanti e indietro per l’ufficio, alzò due volte le braccia al cielo come un crocefisso tracannò un bicchiere dell’acqua giallastra della caraffa, ed esclamò:
— Non capisco! Non capisco! Non ca-pi-sco!
Rimskij invece guardava dalla finestra e pensava a qualcosa con concentrazione. La posizione del direttore finanziario era molto difficile. Era necessario inventare immediatamente, su due piedi, spiegazioni ordinarie per fenomeni straordinari.
Con gli occhi socchiusi, egli si raffigurava Stepa, in camicia da notte e senza scarpe, che saliva verso le undici e mezzo di quel giorno in un fantastico aereo superveloce, e poi sempre lui, Stepa, sempre alle undici e mezzo, coi soli calzini ai piedi, all’aeroporto di Jalta… chi diavolo ci capiva qualcosa?!
Forse non era stato Stepa a parlargli, quella mattina, al telefono dal proprio appartamento? No, chi parlava era proprio lui! Figuriamoci se lui, Rimskij, non conosceva la voce di Stepa! Ma anche se gli avesse telefonato qualcun altro, non piú tardi di ieri, verso sera, Stépa in persona era venuto dal suo ufficio in questo con quello stupido contratto, irritando il direttore finanziario con la sua sventatezza. Come era potuto partire senza dire niente in teatro?
Ma anche se avesse preso l’aereo la sera prima, non poteva essere già sul posto a mezzogiorno del giorno successivo! Oppure poteva?
— Quanti chilometri ci sono fino a Jalta? — chiese.
Varenucha smise di correre avanti e indietro e urlò:
— Ci ho pensato! Ci ho già pensato! Fino a Sebastopoli per ferrovia ci sono circa millecinquecento chilometri, poi fino a Jalta aggiungine ancora un’ottantina! Be’, con l’aereo sono meno, naturalmente.
Hm… già… Ai treni non c’era neanche da pensare. Ma allora? Un caccia? Chi avrebbe fatto salire Stepa senza scarpe su un caccia? Perché? Forse si era tolto le scarpe quand’era arrivato a Jalta? Di nuovo: perché? Ma anche con le scarpe, non lo avrebbero lasciato salire su un caccia! E poi il caccia non c’entrava. Avevano pur scritto che era arrivato negli uffici della Pubblica sicurezza di Jalta alle undici e mezzo, e aveva telefonato da Mosca… un momento… (davanti a Rimskij apparve l’immagine del quadrante del suo orologio).
Rimskij cercava di ricordare dove fossero le lancette… Orrore! Segnavano le undici e venti!
Ma come poteva essere? Supponendo che, subito dopo la conversazione, Stepa si fosse precipitato all’aeroporto, e vi fosse giunto, diciamo, cinque minuti dopo (cosa, del resto, impensabile), vorrebbe dire che l’aereo — se fosse decollato subito — avrebbe dovuto percorrere in cinque minuti oltre mille chilometri. Di conseguenza, in un’ora percorrere oltre dodicimila chilometri! Il che era impossibile, quindi non era a Jalta!
Che restava? L’ipnosi? Non c’è al mondo un’ipnosi capace di scaraventare un uomo a mille chilometri di distanza! Allora s’immaginava soltanto di essere a Jalta? Lui magari s’immaginava, ma s’immaginava anche la Pubblica sicurezza?! No, no, scusate, sono cose che non succedono!… Eppure avevano telegrafato di laggiú!
Il volto del direttore finanziario faceva letteralmente paura. Nel frattempo la maniglia della porta veniva girata e scrollata dall’esterno, e si sentiva l’inserviente gridare istericamente dietro la porta:
— Non si può! Non vi lascio passare! Anche se mi ammazzate! Sono in riunione!
Rimskij si padroneggiò quanto poté, prese il ricevitore e disse:
— Voglio una comunicazione urgentissima con Jalta.
«Un’idea intelligente», esclamò Varenucha tra sé.
Ma la conversazione telefonica con Jalta non ebbe luogo. Rimskij depose il ricevitore dicendo:
— Sembra lo facciano apposta: la linea è guasta.
Si vedeva che il guasto alla linea lo indisponeva in modo particolare e lo rendeva perfino pensieroso. Dopo aver riflettuto un po’, prese di nuovo il ricevitore in una mano, mentre con l’altra trascriveva ciò che andava dicendo al telefono:
— Telegramma lampo. Varietà. Sí. Pubblica sicurezza Jalta. Sí. «OGGI CIRCA UNDICI TRENTA LICHODEEV TELEFONOMMI IN MOSCA STOP POI NON VENNE UFFICIO ET IMPOSSIBILE RINTRACCIARLO TELEFONICAMENTE STOP CONFERMO CALLIGRAFIA STOP PRENDO MISURE SCOPO SORVEGLIANZA ARTISTA SEGNALATO — Firmato: DIRETTORE FINANZIARIO RIMSKIJ».
«Un’idea intelligentissima!», pensò Varenucha, ma non fece in tempo di pensarci a dovere che nella sua mente già erano passate le parole: «Che scemenza! Non può essere a Jalta!»
Nel frattempo, Rimskij fece quanto segue: raccolse con cura tutti i telegrammi, compresa la copia del suo, in un pacchetto, mise il pacchetto in una busta, la incollò, vi scrisse sopra alcune parole e la consegnò a Varenucha, dicendo:
— Portala subito tu stesso, Ivan Savel’evic. Se la vedano loro.
«Questa sí che è un’idea intelligente!», pensò Varenucha, e ripose il plico nella sua cartella. Poi, per ogni evenienza, fece ancora una volta il numero dell’appartamento di Stepa e stette in ascolto, facendo ammicchi e smorfie con aria allegra e misteriosa. Rimskij allungò il collo.
— Potrei parlare con l’artista Woland? — chiese soavemente Varenucha.
— Il signore è occupato, — rispose il ricevitore con voce tremolante, — chi parla?
— Varenucha, amministratore del Varietà.
— Ivan Savel’evic? — gridò il ricevitore con gioia. — Come sono contento di sentire la sua voce! Come sta?
— Merci, — rispose sorpreso Varenucha. — Con chi sto parlando?
— Con l’aiutante, il suo aiutante e interprete Korov’ev! — strepitava il ricevitore. — Interamente ai suoi ordini, carissimo Ivan Savel’evic! Disponga di me come crede! Dica pure.
— Mi scusi… dica, è in casa Stepan Bogdanovič Lichodeev?
— Ohimè, no! Non c’è! — gridava il ricevitore. — È partito!
— Per dove?
— È andato in macchina a fare una gita fuori città.
— C… come? Una gi… gita?… Quando torna?
— Ha detto che andava a respirare una boccata d’aria fresca e che sarebbe tornato.
— Ah, cosí… — disse sconcertato Varenucha, — merci… Abbia la cortesia di riferire a monsieur Woland che il suo spettacolo avrà luogo oggi nella terza parte.
— Certo. Come no. Senz’altro. Subito. Assolutamente. Riferirò, — ticchettava il ricevitore.
— Tante cose, — disse Varenucha sorpreso.
— La prego di gradire, — diceva il ricevitore, — i miei saluti piú fervidi e piú cordiali! Le auguro successo! Fortuna! Felicità! Tutto!
— Ma naturalmente! Lo dicevo, io! — gridava l’amministratore eccitato. — Altro che Jalta, è andato a fare una gita!
— Be’, se è cosí, — disse il direttore finanziario, impallidendo dalla rabbia, — è una sconcezza tale che non si sa nemmeno come chiamarla!
A questo punto l’amministratore diede un balzo e urlò in modo tale che Rimskij sussultò.
— Adesso mi ricordo! A Puškino hanno inaugurato la rosticceria Jalta! Si capisce tutto! E andato lí, si è sbronzato e adesso manda telegrammi!
— Questo è troppo, — rispose Rimskij con un tic alla guancia, e nei suoi occhi ardeva una collera autentica, greve. — Gli verrà a costare cara, questa passeggiata!… — Si arrestò e soggiunse con voce indecisa: — Ma come, e la Pubblica sicurezza…
— Fandonie! Sono scherzetti suoi! — lo interruppe l’espansivo amministratore, e chiese: — Devo portare il plico?
— Senz’altro, — rispose Rimskij.
Di nuovo si aprí la porta ed entrò di nuovo quella dama… «Lei!», pensò con tristezza Rimskij. E si alzarono entrambi incontro alla postina.
Questa volta nel telegramma c’erano le parole:
«GRAZIE CONFERMA MANDATEMI URGENTEMENTE PRESSO PUBBLICA SICUREZZA CINQUECENTO PARTO MOSCA AEREO
DOMANI — Firmato: LICHODEEV».
— È impazzito… — disse fievolmente Varenucha.
Rimskij, invece, fece tintinnare la chiave, trasse dal cassetto della cassaforte il denaro, contò cinquecento rubli, suonò, consegnò i soldi al fattorino e lo mandò al telegrafo.
— Ma, Grigorij Danilovič, — disse Varenucha, che non credeva ai suoi occhi, — secondo me fai male a inviare quei soldi.
— Torneranno indietro, — replicò Rimskij sottovoce, ma lui, per questo picnic la pagherà cara — . E soggiunse, indicando la cartella: — Vai, Ivan Savel’evic, non perdere tempo.
Varenucha corse fuori dallo studio con la cartella.
Scese al piano sottostante, vide una lunghissima fila davanti allo sportello, apprese dalla cassiera che prevedeva il tutto esaurito entro un’ora perché il pubblico arrivava a frotte da quando era stato affisso il manifesto supplementare, ordinò alla cassiera di mettere da parte e non vendere trenta tra i posti migliori nei palchi e in platea, balzò fuori della biglietteria, sempre correndo respinse quelli che aspettavano i biglietti di favore, e si tuffò nel suo piccolo ufficio per prendere il berretto. In quell’attimo squillò il telefono.
— Sí! — gridò Varenucha.
— Ivan Savel’evic? — s’informò il ricevitore con un’antipaticissima voce nasale.
— Non è in teatro! — gridò Varenucha, ma il ricevitore lo interruppe subito:
— Non faccia lo stupido, Ivan Savel’evic, e ascolti. Non porti in nessun posto quei telegrammi, e non li faccia vedere a nessuno.
— Chi parla? — esplose Varenucha. — La pianti di scherzare! La scopriranno subito! Da che numero parla?
— Varenucha, — riprese la stessa voce ributtante, — lo capisci il russo, sí o no? Non portare i telegrammi da nessuna parte.
— Ah, non la vuole smettere! — urlò l’amministratore infuriato. — Be’, stia attento! La pagherà! — Lanciò ancora una minaccia, ma poi stette zitto perché sentí che nessuno lo ascoltava piú.
Allora nell’ufficio cominciò rapidamente a farsi buio. Varenucha corse fuori, sbatté la porta e attraverso l’uscita laterale si slanciò nel giardino estivo.
L’amministratore era eccitato e pieno di energia. Dopo quell’impudente telefonata non dubitava piú che una banda di teppisti stesse macchinando qualche brutto tiro, e che questo fosse collegato con la sparizione di Lichodeev. Il desiderio di smascherare i malfattori soffocava l’amministratore e, per quanto strano, nasceva in lui il presentimento di qualcosa di piacevole. Questo accade quando un uomo cerca di diventare il centro dell’attenzione e di recare una notizia sensazionale.
In giardino il vento soffiò in faccia all’amministratore riempiendo gli occhi di polvere, quasi a ostacolarlo, ad ammonirlo. Al primo piano, una finestra sbatté con tanta forza che per poco non saltarono i vetri, tra le cime dei tigli e degli aceri passò un fruscio inquieto. Si fece piú buio e piú fresco. L’amministratore si soffregò gli occhi e vide che su Mosca strisciava bassa una nuvola temporalesca dal ventre giallo. In lontananza si udí un fitto brontolio.
Per quanta fretta avesse Varenucha, un desiderio irresistibile lo spinse a passare per un attimo nel gabinetto estivo per controllare se l’elettricista aveva messo la rete intorno a una lampadina.
Dopo aver sorpassato di corsa il tirassegno, Varenucha finí in una folta macchia di lillà, dove sorgeva l’edificio azzurrognolo del gabinetto. L’elettricista si dimostrò una persona precisa: la lampadina sotto il soffitto nel reparto uomini era già avvolta in una rete metallica, ma l’amministratore fu addolorato dal fatto che perfino in quella penombra pretemporalesca si potevano vedere le pareti coperte di scritte a matita e a carbone.
— Ma che razza di… — stava per dire l’amministratore quando sentí alle spalle una voce gnaulante:
— È lei, Ivan Savel’evic?
Varenucha sussultò, si voltò, e vide davanti a sé un individuo piccolo e grassottello dalla faccia somigliante a quella d’un gatto.
— Sí, sono io, — rispose Varenucha con voce ostile.
— Piacere, molto piacere, — rispose con voce piagnucolosa il gattesco individuo e all’improvviso, preso lo slancio, appioppò a Varenucha una sventola tale sull’orecchio che il berretto volò via dalla testa dell’amministratore e scomparve senza lasciare tracce nel buco del gabinetto.
Il colpo del grassone illuminò per un attimo l’intero gabinetto con una luce palpitante e nel cielo echeggiò un colpo di tuono. Poi lampeggiò ancora, e davanti all’amministratore comparve un secondo individuo, piccolo, ma dalle spalle atletiche, con capelli rossi come il fuoco… un occhio con l’albugine, la bocca con una zanna… Questo secondo individuo, essendo evidentemente mancino, pestò l’amministratore sull’altro orecchio. In risposta tuonò di nuovo, e sul tetto di legno del gabinetto si rovesciò una pioggia torrenziale.
— Ma che vi piglia, compa… — sussurrò l’amministratore rincretinito, e resosi subito conto che la parola «compagni» non si addiceva di certo a dei banditi che assalivano un uomo in un gabinetto pubblico, rantolò: — Citta… capí che non meritavano neppure questo appellativo, e si pigliò un terzo tremendo colpo, senza sapere chi dei due glielo avesse tirato, sí che, dal naso, il sangue gli zampillò sul camiciotto.
— Che cos’hai nella cartella, parassita? — urlò con voce penetrante quello che somigliava a un gatto. — I telegrammi? Ti hanno pur avvertito per telefono di non portarli? Ti hanno avvertito, sí o no?
— Mi hanno avver… ver… vertito… — rispose l’amministratore boccheggiando.
— E ti sei precipitato lo stesso? Dammi qui la cartella verme! — gridò il secondo con la stessa voce nasale già sentita al telefono, e strappò la cartella dalle mani tremanti di Varenucha.
Entrambi presero l’amministratore sottobraccio, lo trascinarono fuori dal giardino e se lo portarono dietro lungo la Sadovaja. Il temporale imperversava a tutto spiano, l’acqua, con fragore e ululando, precipitava nei tombini, dovunque si gonfiavano, coprendosi di bolle, le onde, dai tetti l’acqua si riversava oltre le grondaie, dagli androni uscivano in corsa torrenti schiumosi. Tutto ciò che era vivo si era eclissato dalla Sadovaja, e non c’era nessuno che potesse salvare Ivan Savel’evic. Saltando tra i fiumi torbidi e illuminandosi coi lampi, i banditi trascinarono in un batter d’occhio l’amministratore mezzo morto fino al 302 bis, balzarono nell’androne dove si stringevano al muro due donne scalze che tenevano in mano le scarpe e le calze fradice. Poi si precipitarono verso l’interno 6, e Varenucha, prossimo alla pazzia, fu portato al quinto piano e gettato sul pavimento nella semibuia anticamera, a lui ben nota, dell’appartamento di Stepa Lichodeev.
Qui i due briganti scomparvero, e al loro posto comparve nell’anticamera una ragazza completamente nuda, rossa di capelli, con gli occhi che ardevano di un bagliore fosforescente.
Varenucha capí che quella era la cosa piú terribile tra tutto quello che gli era capitato e, con un gemito, indietreggiò verso la parete. La ragazza si avvicinò all’amministratore e gli mise le mani sulle spalle. I capelli di Varenucha si rizzarono perché anche attraverso la stoffa fredda, imbevuta d’acqua, del camiciotto sentí che quelle mani erano ancora piú fredde, fredde di un freddo di ghiaccio.
— Toh, ti voglio dare un bacio, — disse la ragazza con tenerezza, e gli occhi lucenti si avvicinarono ai suoi. Varenucha perse i sensi e non percepí il bacio.
CAPITOLO UNDICESIMO Lo sdoppiamento di Ivan
Sull’altra sponda del fiume, il boschetto che un’ora prima era illuminato dal sole di maggio, s’intorbidí, si stemperò e si dissolse.
Dietro la finestra, l’acqua scendeva a formare un velo ininterrotto… In alto a ogni istante si accendevano filamenti, il cielo scoppiava, la camera del malato si riempiva di una luce palpitante e minacciosa.
Ivan piangeva sommesso, seduto sul letto, guardando il fiume torbido coperto di bolle. A ogni tuono gemeva lamentosamente e si copriva il volto con le mani. I foglietti da lui scritti erano sparsi sul pavimento. Li aveva soffiati via il vento che era volato nella stanza prima dell’inizio del temporale.
I tentativi del poeta di stendere una dichiarazione a proposito del terribile consulente non erano approdati a nulla. Non appena la grassa assistente, che si chiamava Praskov’ja Fëdorovna, gli aveva dato un mozzicone di matita e della carta, si era fregato soddisfatto le mani e si era messo in fretta al tavolino. L’inizio gli venne abbastanza facile.
«Alla polizia. Dichiarazione di Ivan Nikolaevič Bezdomnyj, membro del MASSOLIT. Ieri sera andai col defunto M. A. Berlioz agli stagni Patriaršie…»
E subito il poeta s’ingarbugliò, soprattutto per via della parola «defunto». Fin dalle prime righe veniva fuori un’incongruenza come si faceva a dire: «Andai col defunto»? I defunti non camminano! Cosí magari lo avrebbero preso sul serio per un matto.
Dopo questi pensieri, Ivan Nikolaevič cominciò a correggere quanto aveva scritto. Col seguente risultato: «con M. A. Berlioz, in seguito defunto…» Ma neppure questa forma soddisfece l’autore. Si dovette ricorrere a una terza variante, ma questa risultò ancora peggiore delle precedenti: «Berlioz che andò a finire sotto un tram…» Qui saltò fuori l’altro Berlioz, l’omonimo compositore che nessuno conosce, e si dovette aggiungere: «non il compositore…»
Dopo essersi tormentato con questi due Berlioz, Ivan cancellò tutto e decise di cominciare subito con qualcosa di forte per attirare immediatamente l’attenzione del lettore, e scrisse che il gatto era salito sul tram, poi tornò all’episodio della testa mozzata. La testa e la predizione del consulente lo fecero pensare a Ponzio Pilato, e per riuscire piú convincente, decise di esporre l’intero racconto sul procuratore e cominciare dal momento in cui egli, col mantello bianco foderato di rosso, era entrato nel porticato del palazzo di Erode.
Ivan lavorava di buona lena, cancellava, inseriva parole nuove, e tentò perfino di disegnare Ponzio Pilato, poi il gatto ritto sulle zampe posteriori. Ma neanche i disegni furono d’aiuto: piú andava avanti, piú la dichiarazione del poeta diventava ingarbugliata e incomprensibile.
Quando da lontano apparve la nuvola minacciosa dai bordi fumiganti, e coprí la pineta, e il vento cominciò a soffiare, Ivan si sentí esausto, capí che non ce l’avrebbe fatta a stendere la dichiarazione, non stette a raccogliere i foglietti volati via e scoppiò a piangere sommessamente e amaramente. La bonaria assistente Praskov’ja Fëdorovna venne a visitare il poeta durante il temporale, si preoccupò vedendolo singhiozzare, abbassò la tapparella perché i fulmini non spaventassero l’ammalato, raccolse i foglietti e corse a chiamare il medico.
Questo venne, fece un’iniezione nel braccio a Ivan e gli assicurò che non avrebbe piú pianto, che adesso tutto sarebbe passato, cambiato, dimenticato.
Il medico ebbe ragione. Ben presto il bosco oltre il fiume ridiventò quello di prima. Ogni suo albero si stagliava nel cielo tornato sereno e azzurro come prima, e il fiume si era calmato. L’angoscia aveva cominciato a lasciare Ivan subito dopo l’iniezione, e ora il poeta se ne stava tranquillo e guardava l’arcobaleno che attraversava il cielo.
Cosí continuò fino a sera. Non si accorse nemmeno che l’arcobaleno si era disciolto, che il cielo era diventato triste e sbiadito, che la pineta si era fatta nera.
Dopo aver bevuto del latte caldo, Ivan tornò a letto e si stupí di come fossero cambiati i suoi pensieri. Il ricordo del maledetto, diabolico gatto si era placato, non lo spaventava piú la testa tagliata, e, senza pensarci piú, Ivan cominciò a riflettere che, in sostanza, in quella clinica non si stava male, che Stravinskij era una testa fina e una celebrità e che avere a che fare con lui era estremamente piacevole. L’aria della sera, inoltre, era soave e fresca dopo il temporale.
Quel tristo asilo si stava addormentando. Nei silenziosi corridoi si spensero le lampade bianche smerigliate, e al loro posto si accesero, secondo il regolamento, deboli luci azzurre e sempre piú raramente dietro le porte si sentivano i passi cauti delle assistenti sulle stuoie di gomma del corridoio.
Disteso in un dolce languore, Ivan guardava ora la lampadina sotto il paralume, che gettava dal soffitto una luce attenuata ora la luna che spuntava da dietro il bosco, e conversava con se stesso.
— Perché poi me la sono presa tanto quando Berlioz è finito sotto il tram? — ragionava il poeta. — In fin dei conti, vada all’inferno! Chi sono per lui? Un parente? Un amico? Se la questione venisse adeguatamente ventilata, verrebbe fuori che in fondo non lo conoscevo neanche bene.
Infatti, che cosa sapevo di lui? Solo che era calvo e terribilmente eloquente. Per di piú, signori miei, — continuava il suo discorso Ivan, rivolgendosi a chi sa chi, — esaminiamo un po’ la questione: perché me la sono presa tanto con quel misterioso consulente, mago e professore dall’occhio nero e vuoto? Che senso ha quell’assurdo inseguimento in mutande e con il cero in mano, e poi quel pasticcio al ristorante?
— Un momento! — disse a un tratto con severità il vecchio Ivan al nuovo, parlando non si capiva se dentro di lui o vicino al suo orecchio. Che a Berlioz sarebbe stata mozzata la testa, lui lo sapeva in anticipo? Come si fa a non prendersela?
— Perché discutere, compagni? — replicava il nuovo Ivan a quello vecchio. — Che le cose siano poco pulite lo capirebbe anche un bambino. Si tratta di una personalità fuori del comune e misteriosa al cento per cento! Ma è proprio questo l’interessante! Un uomo che ha conosciuto personalmente Ponzio Pilato, che cosa volete di piú? E invece di far tanto chiasso ai Patriaršie, non sarebbe stato piú intelligente chiedergli con cortesia che cosa fosse poi successo a Pilato e a quel Hanozri arrestato? Che cosa ho combinato, invece! Che avvenimento importante: il direttore di una rivista è finito sotto un tram! Forse chiuderanno la rivista per questo? Che vuoi farci? L’uomo è mortale, e, come giustamente è stato detto, a volte muore all’improvviso. Be’, pace all’anima sua! Ci sarà un altro direttore, magari piú eloquente ancora del primo!
Dopo aver sonnecchiato un po’, il nuovo Ivan chiese malignamente al vecchio:
— Chi sarei io in tal caso?
— Un cretino, — rispose distintamente una voce di basso, che non apparteneva a nessuno dei due Ivan, e che somigliava moltissimo a quella del consulente.
Ivan non si offese per il termine «cretino», ma, rimanendone anzi gradevolmente sorpreso, sorrise, e si calmò cadendo in dormiveglia. Il sonno avanzava furtivo verso Ivan, e già gli appariva in sogno una palma su una zampa elefantesca, e gli passò accanto il gatto, non piú terribile ma allegro, insomma, il sonno stava per impadronirsi di Ivan, quando all’improvviso l’inferriata si spostò in silenzio di lato e sul balcone apparve una figura misteriosa che si nascondeva alla luce lunare e minacciò Ivan col dito.
Senza il minimo spavento, Ivan si sollevò sul letto e vide sul balcone un uomo. Questo, poggiando un dito sulle labbra, sussurrò:
— Sttt!
CAPITOLO DODICESIMO La magia nera e il suo smascheramento
Un ometto col tubino giallo bucato e il naso a pera color lampone, coi pantaloni a quadretti e le scarpe di vernice uscí sulla scena del Varietà su una normale bicicletta a due ruote. Accompagnato da un fox-trott, fece un giro, poi lanciò un urlo vittorioso che fece impennare la bicicletta. Fatto un altro giro sulla sola ruota posteriore, l’ometto si mise a gambe in su, riuscí, sempre in marcia, a svitare la ruota anteriore e a lanciarla dietro le quinte, poi continuò a girare con una sola, pedalando con le mani.
Su un lungo palo metallico, munito di un sellino in alto e di un’unica ruota, arrivò una bionda grassoccia in calzamaglia e gonnellino cosparso di stelle d’argento, e cominciò a girare in tondo. Incontrandola, l’ometto lanciava grida di saluto, e con un piede sollevava il tubino dalla testa.
Giunse infine un bimbetto di otto anni circa dal viso da vecchio e cominciò a scorrazzare tra l’uomo e la donna su una minuscola bicicletta munita di un enorme clacson.
Dopo aver compiuto alcuni giri, gli acrobati, accompagnati da un irrequieto rullare di tamburi, arrivarono fino all’orlo del palcoscenico, e gli spettatori delle prime file si buttarono all’indietro con esclamazioni perché sembrava che l’intero trio con le sue biciclette sarebbe precipitato nella fossa dell’orchestra.
Ma le biciclette si fermarono nell’istante preciso in cui le ruote anteriori minacciavano di piombare sulle teste dei musicisti. Gridando forte «Up!», i ciclisti balzarono giú dalle loro macchine per salutare: la bionda mandava baci al pubblico, mentre il bimbetto fece suonare un buffo segnale al suo clacson.
Gli applausi scossero l’edificio, un sipario azzurro avanzò dai due lati e coprí i ciclisti, le luci verdi con la scritta «Uscita» sopra le porte si spensero, e, nella ragnatela dei trapezi sotto la cupola, come un sole si accesero dei globi bianchi. Era l’intervallo prima dell’ultima parte.
L’unica persona che non era minimamente incuriosita dalle meraviglie di tecnica ciclistica della famiglia Giulli era Grigorij Danilovič Rimskij. Se ne stava nel suo ufficio in assoluta solitudine, mordicchiandosi le labbra sottili e il suo volto era alterato da una continua contrazione. Alla straordinaria scomparsa di Lichodeev si era aggiunta ora quella, assolutamente imprevedibile, di Varenucha.
Rimskij sapeva dove era andato, ma lui se n’era andato… e non era tornato indietro! Si stringeva nelle spalle e sussurrava tra sé:
— Ma perché?!
E cosa strana: per un uomo navigato come il direttore finanziario, la soluzione piú semplice sarebbe stata quella di telefonare là dove si era diretto Varenucha, per chiedere che cosa gli fosse successo, eppure fino alle dieci di sera non poté imporsi di fare questa telefonata.
Alle dieci, infine, facendo addirittura violenza su se stesso, Rimskij afferrò il ricevitore del telefono e si accorse che il suo apparecchio era morto. Il fattorino riferí che anche gli altri telefoni dell’edificio erano guasti. Questo fenomeno sgradevole, naturalmente, ma non soprannaturale, scosse definitivamente il direttore finanziario, ma nello stesso tempo lo rallegrò: era venuta meno la necessità di telefonare.
Quando sopra la sua testa si accese e cominciò a lampeggiare la luce rossa che segnalava l’inizio dell’intervallo entrò il fattorino per comunicare che era giunto l’artista straniero. Il direttore finanziario ebbe un brivido e, fattosi piú cupo di un nembo, si diresse verso le quinte per accogliere l’artista, poiché non c’era nessun altro per farlo.
Dal corridoio, dove strepitavano già i cicalini, nel grande camerino entravano dei curiosi con vari pretesti. Vi erano prestigiatori dai camici e turbanti multicolori, un pattinatore con un maglione bianco, un presentatore pallido di cipria e il truccatore.
La celebrità straniera stupí tutti per la lunghezza inaudita del suo frac di splendido taglio e perché portava una mezza maschera nera. La cosa piú strana però erano i due accompagnatori del mago: uno spilungone a quadretti con occhiali a molla incrinati, e un grasso gatto nero che entrò nel camerino sulle zampe posteriori e sedette con disinvoltura sul divano, guardando con gli occhi socchiusi le nude lampade per il trucco.
Rimskij cercò di abbozzare un sorriso, che gli rese la faccia acida e cattiva, e salutò il mago, che era seduto in silenzio sul divano, vicino al gatto. Non vi furono strette di mano. Invece lo sfacciato individuo a quadretti si presentò da solo al direttore finanziario, chiamandosi «aiutante di sua eccellenza». Questa circostanza sorprese il direttore e lo sorprese in modo sgradevole: nel contratto nessun articolo menzionava un aiutante.
In modo forzato e secco Grigorij Danilovič chiese al tipo a quadretti che gli era capitato tra capo e collo, dove fosse l’attrezzatura dell’artista.
— Diamante nostro divino, preziosissimo signor direttore, — rispose l’aiutante del mago con voce tremolante, i nostri apparecchi sono sempre con noi, eccoli! Ein, zwei, drei! — E dopo aver rigirato le dita nodose davanti agli occhi di Rimskij, estrasse all’improvviso da dietro un orecchio del gatto l’orologio d’oro di Rimskij con la sua catena, che fino a quel momento si trovavano nel taschino del gilè sotto la giacca abbottonata, con la catena infilata nell’occhiello.
Involontariamente Rimskij si afferrò la pancia, i presenti lanciarono esclamazioni, e il truccatore, che occhieggiava dalla porta, emise un grugnito di approvazione.
— È suo, l’orologino? Se lo prenda, per favore, — disse quello a quadretti con un sorriso insolente, e, sopra la palma sporca, porse a Rimskij, sbigottito, l’oggetto di sua proprietà.
— Con uno cosí è meglio non salire in tram, — sussurrò il presentatore al truccatore, con voce sommessa e allegra.
Ma il gatto ne fece una piú bella di quella con l’orologio. Si alzò all’improvviso dal divano, andò, reggendosi sulle zampe posteriori, al tavolino da toilette, con una zampa anteriore estrasse il tappo dalla caraffa, si versò dell’acqua in un bicchiere, la bevve, rimise il tappo al suo posto e si asciugò i baffi con un cencio del truccatore.
Qui non si udirono neppure piú esclamazioni: tutti spalancarono la bocca, mentre il truccatore sussurrò con ammirazione.
— Che classe!…
In quel momento per la terza volta suonarono inquieti i cicalini, e tutti, pregustando quel numero sensazionale, uscirono eccitati dal camerino.
Un minuto dopo, nella sala si spensero i globi, si accese la ribalta che lanciò sulla parte inferiore del sipario un riflesso rossastro e nella fessura illuminata del sipario apparve davanti ai pubblico un uomo grassoccio allegro come un bambino, dal volto rasato, col frac sgualcito e la camicia non di bucato. Era il presentatore Georges Bengal’skij, ben noto a tutta Mosca.
— E cosí, signori, — cominciò Bengal’skij con un sorriso da pargolo, — adesso vedrete… — Qui Bengal’skij si interruppe e cambiò tono: — Vedo che il pubblico è ancora aumentato per quest’ultima parte dello spettacolo. Oggi abbiamo qui mezza città! Qualche giorno fa, incontro un amico e gli dico: «Perché non vieni da noi? Ieri abbiamo avuto mezza città!» E lui mi risponde: «Io vivo nell’altra mezza!» — Bengal’skij fece una pausa aspettandosi uno scoppio di risate, ma poiché nessuno rise, continuò: — … E cosí vedrete il celebre artista straniero monsieur Woland in una seduta di magia nera. Be’, noi tutti sappiamo, — qui Bengal’skij fece un sorriso pieno di saggezza, — che la magia nera non esiste, che non è altro che superstizione, ma il fatto è che il maestro Woland padroneggia al massimo grado la tecnica della prestidigitazione, come si vedrà nella parte piú interessante, cioè quando questa tecnica verrà smascherata, e poiché noi tutti come un sol uomo siamo interessati sia alla tecnica sia al suo smascheramento, ecco a voi il signor Woland!…
Dopo aver pronunciato tutte queste corbellerie, Bengal’skij riuní le mani palmo contro palmo, e le agitò in segno di saluto nella fessura del sipario, al che questo si aperse con un fruscio.
L’apparizione del mago con l’aiutante spilungone e col gatto che entrò in scena camminando sulle zampe posteriori, piacque molto al pubblico.
— Una poltrona, — ordinò sottovoce Woland, e nello stesso istante apparve da chi sa dove una poltrona, su cui il mago si sedette. — Dimmi, gentile Fagotto, — domandò Woland al buffone vestito a quadretti che, oltre a quello di Korov’ev, aveva evidentemente un altro nome, — che ne dici, la popolazione di Mosca è molto cambiata?
Il mago guardò il pubblico silenzioso, stupefatto dall’apparizione della poltrona.
— Signorsí, Messere, — rispose sommesso Fagotto-Korov’ev.
— Hai ragione. I cittadini sono molto cambiati… esternamente dico… come la stessa città, del resto… Non parliamo poi dell’abbigliamento, ma sono apparsi quei… come si chiamano… tram, automobili…
— Autobus, — suggerí rispettosamente Fagotto.
Il pubblico seguiva con attenzione quel colloquio, pensando che esso fosse un preludio ai trucchi di magia. Le quinte erano gremite di attori e di macchinisti, e tra i loro volti si vedeva quello pallido e teso di Rimskij.
La faccia di Bengal’skij, che si era rifugiato in un lato del palcoscenico, cominciò ad esprimere imbarazzo. Egli alzò lievemente un sopracciglio e, approfittando di una pausa, disse:
— L’artista straniero esprime la sua ammirazione per Mosca, progredita dal punto di vista tecnico nonché per i moscoviti, — qui Bengal’skij sorrise due volte, dapprima alla platea, poi alla balconata.
Woland, Fagotto e il gatto voltarono la testa verso il presentatore.
— Ho forse espresso ammirazione? — chiese il mago a Fagotto.
— Signornò, Messere, lei non ha espresso ammirazione alcuna, — rispose quello.
— Allora che cosa dice quello lí?
— Racconta balle, ecco tutto! — comunicò l’aiutante quadrettato con voce sonora che si sentí in tutto il teatro e, rivolgendosi a Bengal’skij, aggiunse: — Mi congratulo con lei, signor contaballe!
In balconata si sparse un risolino, e Bengal’skij sussultò e sbarrò gli occhi.
— Ma naturalmente, non mi interessano tanto gli autobus, i telefoni e l’altra…
— Attrezzatura, — suggerí il tipo a quadretti.
— Giusto, grazie, — diceva lentamente il mago con grave voce di basso, — quanto una questione ben piú importante: sono cambiati internamente, questi cittadini?
— Sí, è una questione importantissima, signore.
Tra le quinte cominciarono a scambiarsi degli sguardi e a stringersi nelle spalle; Bengal’skij era rosso, Rimskij pallido. Ma a questo punto, come se avesse intuito la nascente preoccupazione, il mago disse:
— Però la nostra conversazione è andata per le lunghe caro Fagotto, e il pubblico comincia ad annoiarsi. Facci vedere qualcosa di semplice per incominciare.
Il pubblico fece un movimento di sollievo. Fagotto e il gatto si allontanarono in direzione opposta lungo la ribalta Fagotto schioccò le dita, gridò con baldanza: — Tre, quattro! — afferrò dall’aria un mazzo di carte, lo mescolò e lo lanciò come una stella filante al gatto. Questo la prese al volo e la rimandò indietro. Il serpente satinato frusciò.
Fagotto aprí la bocca come un uccellino, e lo inghiottí interamente, carta dopo carta. Poi il gatto si inchinò, sbattendo la zampa posteriore destra, e riscosse applausi incredibili:
— Che classe! Che classe! — gridavano rapiti, dietro le quinte.
Fagotto puntò il dito verso la platea, e dichiarò:
— Adesso il mazzo di carte, egregi signori, si trova in settima fila, dal signor Parcevskij, esattamente tra un biglietto da tre rubli e una convocazione del tribunale per il mancato pagamento degli alimenti della signora Zel’kova.
Nella platea il pubblico si mosse, cominciò ad alzarsi e finalmente un signore che si chiamava proprio Parcevskij purpureo dallo stupore, trasse dal portafoglio il mazzo di carte e lo scosse in aria non sapendo che farne.
— Lo tenga per ricordo! — gridò Fagotto. — Non per niente lei diceva ieri a cena che, non fosse per il poker, la sua vita a Mosca sarebbe del tutto insopportabile.
— È vecchio, il trucco! — si udí dal loggione. — Quello della platea è uno dei vostri!
— Crede? — urlò Fagotto, socchiudendo gli occhi per meglio vedere il loggione. — In questo caso anche lei fa parte della nostra banda, perché anche lei ha il mazzo in tasca.
Nel loggione vi fu un subbuglio e si udí una voce gioiosa:
— È vero! Lo ha proprio! Qui, qui!… Aspetta! Ehi, ma sono biglietti da dieci rubli!
Quelli che sedevano in platea si voltarono. Nel loggione, un signore, sconcertato, si era trovato in tasca un pacchetto confezionato col sistema delle banche, con la scritta: «Mille rubli». I vicini gli si rovesciavano addosso, mentre lui, smarrito, grattava con l’unghia la copertina, cercando di capire se erano banconote autentiche o magiche.
— Giuro che sono veri! Soldi veri! — gridavano gioiosamente dal loggione.
— Farei anch’io una partita a carte con un mazzo del genere, — propose con allegria un grassone seduto in platea.
— Avec plaisir! — rispose Fagotto. — Ma perché con lei solo? Tutti prenderanno parte vivissima! — E ordinò: Prego di guardare in alto!… Uno! — Nella sua mano apparve una pistola; gridò: — Due! — La pistola si puntò verso l’alto. Gridò: — Tre! — Lampeggiò, tuonò, e di colpo cominciarono a cadere in sala, da sotto la cupola, e svolazzando tra i trapezi, dei biglietti bianchi.
Volteggiavano, si sparpagliavano, cadevano nel loggione, si riversavano sull’orchestra e sul palcoscenico. Alcuni secondi dopo, la pioggia di denaro s’infittí, raggiunse le poltrone, e gli spettatori cominciarono ad afferrare i biglietti.
Si alzavano centinaia di mani, gli spettatori guardavano i biglietti contro la luce del palcoscenico e riconoscevano la filigrana piú autentica e piú sacrosanta. Anche l’odore non lasciava adito a sospetti: era il delizioso odore inconfondibile del denaro appena stampato. Dapprima l’allegria, poi lo stupore invase l’intero teatro. Dovunque ronzava la parola: «Denaro, denaro», si sentivano esclamazioni e allegre risate. Qualcuno era già a quattro zampe nel passaggio tra le poltrone, frugava sotto i sedili. Molti erano saliti sulle poltrone per acchiappare le banconote sventate e capricciose.
Sui volti dei poliziotti cominciò a dipingersi la perplessità, mentre gli artisti, senza tanti complimenti, cominciarono a sbucare dalle quinte.
Dal primo ordine di palchi si udí una voce: «Perché la pigli? E mia, è da me che volava!» e un’altra: «Non spingere, se no te lo do io uno spintone che vedi!» E a un tratto si udí il rumore di uno schiaffo. Immediatamente apparve nei palchi l’elmetto di un poliziotto, e qualcuno fu condotto via.
L’eccitazione generale stava aumentando, e non si sa come sarebbe andata a finire, se Fagotto non avesse interrotto la pioggia di denaro soffiando all’improvviso in aria.
Due giovanotti, dopo essersi scambiati un’occhiata allegra e significativa, lasciarono i propri posti per andare dritti al bar. Il teatro rumoreggiava, gli occhi di tutti gli spettatori brillavano di eccitazione. No, non si sa come sarebbe andata a finire, se Bengal’skij non avesse trovato in sé un po’ di forza e non si fosse mosso. Cercando di padroneggiarsi meglio, si fregò le mani per consuetudine, e con la voce piú sonora di cui disponesse disse cosí:
— Ecco, signori, abbiamo appena visto un caso di cosiddetta ipnosi collettiva. Un’esperienza prettamente scientifica, che dimostra nel modo migliore che nella magia non esistono miracoli. Vogliamo ora pregare il maestro Woland di spiegarci questo trucco. Adesso, signori, vedrete che queste, che sembrano banconote da dieci rubli, scompariranno all’improvviso come sono apparse.
Applaudí, ma in completa solitudine, e sul suo volto aleggiava un sorriso sicuro, ma negli occhi questa sicurezza era assente, anzi, essi esprimevano piuttosto un’implorazione.
Al pubblico, il discorso di Bengal’skij non piacque. Sopraggiunse un silenzio totale, che fu interrotto da Fagotto.
— E questo è di nuovo un caso di cosiddetta bugia, — dichiarò egli con alta voce tenorile da caprone; — le banconote, signori, sono autentiche.
— Bravo! — ringhiò brevemente una voce di basso dal loggione.
— A proposito, questo tipo, — Fagotto indicò Bengal’skij, — mi ha stufato. Ficca il naso dappertutto senza esserne richiesto, rovina lo spettacolo con osservazioni sballate. Che cosa ne facciamo?
— Strappagli la testa! — disse una voce severa dal loggione.
— Come dice, eh? — replicò immediatamente Fagotto a quella brutta proposta. — Strappargli la testa? È un’idea!
Behemoth![11] — gridò al gatto. — Dài! Ein, zwei, drei!!
E successe una cosa inaudita. Il pelo del gatto nero si rizzò, e l’animale miagolò da spaccare i timpani. Poi si raccolse su se stesso e balzò come una pantera sul petto di Bengal’skij; di lí saltò sulla sua testa. Con un borbottio, il gatto affondò le gonfie zampe nella rada capigliatura del presentatore, e, con un urlo tremendo, gli strappò la testa dopo averla fatta ruotare due volte sul collo grassoccio.
Duemilacinquecento spettatori gridarono come un solo uomo. Un getto di sangue zampillò dalle arterie recise del collo e si riversò sullo sparato e sul frac. Il corpo decapitato strascicò bizzarramente le gambe e si sedette sul pavimento. Nella sala si udirono grida isteriche di donne. Il gatto consegnò la testa a Fagotto, che la prese per i capelli e la mostrò al pubblico; la testa gridò tremendamente per tutto il teatro:
— Un dottore!!
— Continuerai a dir fandonie anche in futuro? — chiese minaccioso Fagotto alla testa piangente.
— No, non lo farò piú! — rantolò la testa.
— Per amor di dio, non lo tormentate! — si udí da un palco una voce femminile che coprí il fracasso, e il mago si voltò nella sua direzione.
— Allora, signori, lo perdoniamo? — chiese Fagotto rivolgendosi agli spettatori.
— Lo perdoniamo, lo perdoniamo! — echeggiarono delle voci, dapprima isolate e in prevalenza femminili, poi si fusero in coro con quelle maschili.
— Quali sono i suoi ordini, Messere? — chiese Fagotto all’uomo mascherato.
— Già, — rispose quello pensieroso, — è gente normale…Ama il denaro, ma è sempre stato cosí… L’umanità ama il denaro, di qualunque cosa sia fatto: di cuoio, di carta, di bronzo o d’oro. Sí, è sconsiderata… già… e la misericordia a volte bussa ai loro cuori… gente normale… in fondo, ricorda quella di prima, ma è stata rovinata dal problema degli alloggi.. — e ordinò con voce forte: — Gli si rimetta la testa.
Il gatto prese con cura la mira e calcò sul collo la testa che riprese il suo posto come se non se ne fosse mai staccata. E quel che piú conta non rimase neppure una cicatrice sul collo. Con le zampe il gatto spolverò lo sparato e il frac di Bengal’skij, e le macchie di sangue scomparvero. Fagotto alzò in piedi Bengal’skij ancora seduto, gli ficcò nella tasca del frac un pacchetto di banconote e lo condusse via dal palcoscenico esclamando:
— Via di qua, senza di lei si sta piú allegri!
Guardandosi intorno con occhi privi di espressione e barcollando, il presentatore riuscí ad arrivare soltanto fino ai pompieri di servizio, e si sentí male. Gettò un grido lamentoso:
— La mia testa, la mia testa!…
Tra gli altri, anche Rimskij si precipitò verso di lui. Il presentatore piangeva, cercava di afferrare qualcosa in aria, borbottando:
— Ridatemi la mia testa, la mia testa… Prendetevi l’appartamento, prendetevi i quadri, ridatemi solo la mia testa!
Un fattorino corse a cercare un medico. Tentarono di far sdraiare Bengal’skij su un divano dell’ufficio, ma egli cominciò a divincolarsi, diventando furioso. Fu necessario chiamare il pronto soccorso. Quando portarono via lo sfortunato presentatore, Rimskij ritornò verso il palcoscenico e vide che succedevano nuovi miracoli. A proposito, forse in quel momento, o forse un po’ prima, il mago era scomparso dalla scena con la sua poltrona sbiadita, e bisogna dire che il pubblico non se n’era affatto accorto, trascinato dalle cose straordinarie che andava facendo sul palcoscenico Fagotto.
Questi, dopo aver accompagnato fuori il presentatore sinistrato, dichiarò al pubblico:
— Adesso che ci siamo sbarazzati di quel rompiscatole, apriamo un negozio di articoli per signora.
Il palcoscenico si ricoprí subito di tappeti persiani, sorsero enormi specchi illuminati ai lati da tubi verdognoli, e, tra gli specchi, delle vetrine in cui gli spettatori, allegramente sbalorditi, videro esposti vestiti femminili parigini di varie fogge e colori. Questo in alcune; in altre, invece, apparvero centinaia di cappellini con piume e senza piume con fibbie e senza fibbie, nonché centinaia di scarpe, bianche, nere, gialle, di cuoio, di raso, di camoscio, con cinghietti, con pietre dure. Tra le scarpe si videro astucci di profumo, montagne di borsette di antilope, di camoscio di seta, e, tra di esse, mucchi di lunghi astucci d’oro cesellati per il rossetto.
Apparsa da chi sa dove, una ragazza dai capelli rossi, con un abito nero da sera, assai piacente, ma rovinata da una bizzarra cicatrice al collo, sorrise accanto alle vetrine con fare da padrona.
Con un mellifluo sorriso, Fagotto dichiarò che la ditta eseguiva, a titolo assolutamente gratuito, il cambio di vecchi abiti e scarpe femminili con modelli parigini. Lo stesso valeva per le borsette e gli altri articoli.
Il gatto strisciava la zampa posteriore, facendo nel contempo con l’anteriore i gesti di un portiere che apre una porta.
Con voce un po’ rauca, ma dolce, mangiandosi le erre, la ragazza cominciò a canterellare qualcosa di poco comprensibile ma oltremodo seducente, a giudicare dai volti femminili in platea:
— Guerlain, Chanel, Mitsouko, Narcisse noir, Chanel numero cinque, vestiti da sera, vestiti da cocktail…
Fagotto si contorceva, il gatto eseguiva inchini, la ragazza apriva le vetrine.
— Si accomodino! — urlava Fagotto. — Senza complimenti e senza cerimonie!
Il pubblico era emozionato, ma nessuno ancora si decideva a salire sul palcoscenico. Finalmente una brunetta uscí dalla decima fila di platea e, sorridendo, quasi a dire che a lei non importava niente e se ne fregava, avanzò e salí sul proscenio per la scaletta laterale.
— Brava! — esclamò Fagotto. — Do il benvenuto alla prima visitatrice! Behemoth, una poltrona! Cominciamo dalle scarpe, madame?
La brunetta sedette in poltrona, e Fagotto le ammucchiò subito davanti una montagna di scarpe. La brunetta si tolse la scarpa destra, ne provò una viola, premette due o tre volte il tappeto col piede, esaminò il tacco.
— Non mi faranno male? — chiese pensierosa.
Al che Fagotto esclamò con voce offesa:
— Per carità! — e anche il gatto miagolò in tono offeso.
— Prendo questo paio, monsieur, — disse la brunetta con fare dignitoso, calzando anche l’altra scarpa.
Le sue vecchie scarpe furono gettate dietro una tenda, e nella stessa direzione andò pure la donna accompagnata dalla ragazza dai capelli rossi e da Fagotto, che portava appesi sulle grucce, alcuni modelli. Il gatto si indaffarava aiutava e, per darsi maggiore importanza, si appese al collo un metro da sarta.
Un minuto dopo, da dietro la tenda uscí la brunetta con un vestito tale che un sospiro passò per tutta la platea. L’ardimentosa donna, diventata piú bella sorprendentemente, si fermò davanti a uno specchio, alzò le spalle nude, si toccò i capelli sulla nuca e si contorse, tentando di guardarsi la schiena.
— La ditta la prega di gradire questo a titolo di ricordo — disse Fagotto porgendo alla brunetta un flacone in un astuccio aperto.
— Merci, — rispose altera la donna e scese in platea.
Mentre avanzava, gli spettatori balzavano in piedi per toccare l’astuccio.
Successe il finimondo: da tutte le parti le donne cominciarono a salire sul palcoscenico. Nell’eccitato rumore generale di voci, di risate e di sospiri si udí una voce maschile: «Non ti permetto!», poi una femminile: «Despota! Borghesuccio! Mi rompi il braccio!» Le donne scomparivano dietro la tenda, vi lasciavano i propri vestiti e ritornavano indossandone dei nuovi. Su sgabelli dai piedi dorati sedeva tutta una fila di signore che pestavano energicamente il tappeto con il piede calzato a nuovo. Fagotto s’inginocchiava, si dava da fare con un calzatoio di metallo; il gatto, allo stremo delle forze sotto montagne di borsette e di scarpe, si trascinava dalla vetrina agli sgabelli e viceversa; la ragazza dal collo deturpato ora appariva ora scompariva, arrivando al punto di cicalare solo in francese ed era sorprendente che la capissero a volo tutte le donne, perfino quelle che non sapevano una parola di quell’idioma.
Un uomo che si intrufolò sul palcoscenico provocò lo stupore generale. Spiegò che sua moglie aveva l’influenza, e pregava quindi di farle avere qualcosa tramite suo. A comprovare il fatto che fosse effettivamente sposato, il signore era pronto a esibire la carta d’identità. La dichiarazione del premuroso marito fu accolta da grandi risate. Fagotto urlò che anche senza passaporto si fidava come di se stesso, e consegnò al signore due paia di calze di seta, mentre il gatto prese l’iniziativa di aggiungere un vasetto di crema di bellezza.
Le ritardatarie si precipitarono verso il palcoscenico, da cui scendeva una fiumana di donne felici con vestiti da ballo, pigiami ricamati con draghi, severi tailleur, cappellini inclinati su un sopracciglio.
Fagotto dichiarò a quel punto che, data l’ora, il negozio sarebbe stato chiuso, tra un minuto esatto fino alla sera successiva, e sul palcoscenico scoppiò il finimondo. Le donne afferravano le scarpe alla svelta, senza neppure misurarle. Una irruppe come un fulmine dietro la tenda, si strappò di dosso il vestito e s’impadroní della prima cosa che le capitò sottomano: una vestaglia di seta ornata di enormi mazzi di fiori, e fece in tempo ad arraffare anche due flaconi di profumo.
Un minuto esatto piú tardi echeggiò un colpo di pistola, e gli specchi scomparvero, sprofondarono vetrine e sgabelli, il tappeto si sciolse in aria, come pure la tenda. Per ultima sparí l’altissima montagna di vestiti e scarpe vecchie, e il palcoscenico ridiventò severo, vuoto e nudo.
Fu allora che un nuovo personaggio s’immischiò. Una gradevole voce baritonale, sonora e molto insistente, echeggiò dal palco n. 2.
— Sarebbe desiderabile, signor artista, che lei smascherasse senza ulteriore ritardo davanti agli spettatori la tecnica dei suoi trucchi, e in particolare il trucco con le banconote. Sarebbe anche opportuno il ritorno in palcoscenico del presentatore. La sua sorte preoccupa gli spettatori.
Quella voce baritonale non apparteneva ad altri che all’ospite d’onore della serata, Arkadij Apollonovič Semplejarov, presidente della Commissione acustica dei teatri di Mosca.
Arkadij Apollonovič si trovava in un palco con due signore: l’una anziana, che indossava un costoso vestito alla moda, l’altra, giovane e carina, vestita in modo piú modesto. La prima, come si venne a sapere poco dopo, quando si stese il verbale, era la moglie di Arkadij Apollonovič, la seconda una sua lontana parente, un’attrice principiante di grandi speranze, arrivata da Saratov, che viveva in casa dei coniugi Semplejarov.
— Pardon! — replicò Fagotto. — Chiedo scusa, qui non c’è niente da smascherare, tutto è chiaro.
— No, mi perdoni! È assolutamente necessario smascherare tutto. Altrimenti i vostri brillanti numeri lasceranno un’impressione penosa. La massa degli spettatori esige una spiegazione.
— La massa degli spettatori, — lo interruppe l’insolente buffone, — mi pare non abbia chiesto un bel nulla. Prendendo tuttavia in considerazione il suo stimabilissimo desiderio, Arkadij Apollonovič, d’accordo, procederò allo smascheramento. Ma a tale scopo mi permetta ancora un numeruccio piccolo piccolo.
— Perché no, — rispose con aria di protezione Arkadij Apollonovič, — ma non deve mancare lo smascheramento.
— Signorsí, signorsí. Mi permetta dunque di chiederle: dov’è stato ieri sera, Arkadij Apollonovič?
A questa domanda fuori posto, e forse persino villana, il volto di Arkadij Apollonovič cambiò, e cambiò in modo assai forte.
— Ieri sera, Arkadij Apollonovič presenziava a una seduta della Commissione acustica, — dichiarò con fare molto altero la moglie di Arkadij Apollonovič, — ma non capisco che rapporto abbia questo con la magia.
— Oui, madame! — confermò Fagotto. — Naturalmente, lei non capisce. In quanto alla seduta, lei è in completo errore. Uscito per recarsi alla predetta seduta, la quale, tra parentesi, non era affatto indetta per ieri, Arkadij Apollonovič lasciò libero il suo autista presso l’edificio della Commissione, agli stagni Cistye, — (l’intero teatro stava col fiato sospeso), — e con l’autobus si recò in via Elochovskaja a far visita a Milica Andreevna Pokobat’ko, attrice della compagnia viaggiante rionale, e vi rimase per circa quattro ore.
— Ohi! — esclamò qualcuno con voce sofferente tra il silenzio generale.
La giovane parente di Arkadij Apollonovič sbottò a ridere con voce bassa e terribile.
— Capisco tutto! — esclamò.- Lo sospettavo da tempo. Adesso so perché quella nullità ha avuto la parte di Luisa!!
E con un inatteso slancio, calò il suo corto e grosso ombrello viola sulla testa di Arkadij Apollonovič.
Il vile Fagotto, ossia Korov’ev, esclamò:
— Ecco, egregi signori, un esempio di quello smascheramento che Arkadij Apollonovič esigeva con tanta insistenza!
— Canaglia, come hai osato toccare Arkadij Apollonovič? — chiese con voce minacciosa la moglie di Semplejarov, ergendosi nel palco in tutta la sua gigantesca statura.
Un secondo scoppio di riso satanico s’impadroní della giovane parente.
— Se qualcuno ha il diritto di toccarlo, — rispose sghignazzando — quella sono io! — E per la seconda volta si udí il rumore secco dell’ombrello che rimbalzò dalla testa di Arkadij Apollonovič.
— Polizia! Pigliatela! — urlò la moglie con voce cosí tremenda che molti sentirono raggelarsi il cuore.
Come se non bastasse, il gatto balzò verso la ribalta, e ringhiò per tutto il teatro con voce umana:
— Lo spettacolo è finito! Maestro! Ci spari una marcia!
Il direttore d’orchestra, mezzo istupidito, senza rendersi conto di quel che faceva, alzò la bacchetta, e l’orchestra non suonò, neppure attaccò, neppure scatenò, ma, secondo la disgustosa espressione del gatto, sparò una marcetta inverosimile, di una sfacciataggine inaudita.
Per un istante sembrò che un tempo, sotto le stelle del Sud, nei café-chantant, si fossero già sentite le parole poco comprensibili, quasi insensate ma smargiasse di quella marcetta:
Ma forse non esistevano affatto quelle parole, ma altre, sullo stesso motivo, oltremodo indecenti. Questo però non importa: importa che al Varietà cominciò allora una vera babele. Verso il palco di Semplejarov correva la polizia, i curiosi si arrampicavano fin sulla balaustra, si udivano scoppi di risate infernali, urla furiose, coperte dal suono dei piatti dorati dell’orchestra.
Si vide il palcoscenico diventare vuoto all’improvviso, e Fagotto il furfante e l’insolente gattaccio Behemoth si disciolsero nell’aria, scomparendo come prima era scomparso il mago con la poltrona dalla fodera sbiadita.
CAPITOLO TREDICESIMO L’apparizione dell’eroe
E cosí, lo sconosciuto minacciò Ivan con un dito e sussurrò: — Sttt!…
Ivan buttò le gambe giú dal letto e guardò con attenzione. Un uomo sui trentotto anni, rasato, scuro di capelli, col naso aguzzo, gli occhi inquieti e una ciocca di capelli che gli pendeva sulla fronte, guardava cautamente dal balcone dentro la stanza.
Dopo essersi assicurato che Ivan era solo ed essersi messo in ascolto, il visitatore misterioso si fece coraggio ed entrò nella stanza. Ivan vide che indossava indumenti ospedalieri: biancheria intima, pantofole sui piedi nudi, e sulle spalle aveva buttato una vestaglia bruna.
L’uomo ammiccò a Ivan, nascose in tasca un mazzo di chiavi, poi chiese: — Posso sedermi? — e, dopo un cenno affermativo di Ivan, si sistemò nella poltrona.
— Come ha fatto a venire qui? — chiese Ivan in un sussurro, ubbidendo al secco dito minaccioso. — Le inferriate non sono chiuse a chiave?
— Certo che lo sono, — confermò l’ospite, — ma Praskov’ja Fëdorovna è una carissima persona, ma, ohimè, distratta. Un mese fa, le ho portato via il mazzo di chiavi, ottenendo cosí la possibilità di uscire sul balcone comune che gira lungo tutto il piano, e di fare visita a qualche vicino.
— Se può uscire sul balcone, può anche scappare. O è troppo alto? — s’interessò Ivan.
— No, — rispose con voce ferma lo sconosciuto, — non posso scappare di qui non perché sia alto, ma perché non so dove andare — . E dopo una pausa, soggiunse: — Allora, facciamo quattro chiacchiere?
— Ma sí, — rispose Ivan, fissando gli occhi castani e molto irrequieti del nuovo venuto.
— Già… — qui l’ospite fu preso da inquietudine. — Lei, spero, non è pazzo furioso? Perché, sa, io non sopporto il rumore, lo scompiglio, le violenze e ogni cosa di questo tipo. Mi sono odiose soprattutto le urla della gente, siano urla di dolore, di rabbia o di ogni altra specie. Mi tranquillizzi, mi dica che non è un pazzo furioso.
— Ieri al ristorante ho spaccato il muso a uno, — confessò virilmente il poeta, trasfigurato.
— Il motivo? — chiese con severità l’ospite.
— Riconosco che non c’era un motivo, — rispose Ivan, turbato.
— È una vergogna, — sentenziò l’ospite, e aggiunse: — E poi, questo modo di parlare: «ho spaccato il muso»… In fondo, non si sa se l’uomo abbia un volto o un muso. Forse, piuttosto, un volto. Allora sa, i pugni… No, guardi, la smetta, e per sempre.
Dopo questa paternale, l’ospite s’informò:
— La sua professione?
— Poeta, — confessò Ivan controvoglia.
Il nuovo venuto si rattristò:
— Oh, come sono sfortunato! — esclamò, ma si riprese subito, si scusò, e chiese: — Come si chiama?
— Bezdomnyj.
— Eh, eh, — fece l’ospite con una smorfia.
— Perché, non le piacciono le mie poesie? — chiese Ivan con curiosità.
— Non mi piacciono proprio niente.
— Quali ha letto?
— Non ho mai letto poesie sue! — esclamò innervosito il visitatore.
— Allora, come fa a dire che non le piacciono?
— Che c’è di male? — rispose l’ospite. — Come se non avessi mai letto quelle degli altri. Però, magari… un miracolo? Bene, sono pronto a fidarmi. Mi dica lei stesso, sono buone, le sue poesie?
— Orrende! — disse Ivan con coraggio e sincerità.
— Non ne scriva piú! — pregò l’uomo con voce implorante.
— Prometto e giuro! — dichiarò Ivan solennemente.
Il giuramento fu suggellato da una stretta di mano, e in quell’istante dal corridoio giunse un rumore di voci e di passi felpati.
— Sttt! — sussurrò l’ospite, e balzò sul balcone, richiudendo l’inferriata.
Entrò Praskov’ja Fëdorovna, chiese a Ivan come si sentiva e se desiderava dormire al buio o con la luce. Ivan la pregò di lasciare la luce accesa, e Praskov’ja Fëdorovna si allontanò dopo aver augurato al malato una buona notte. Quando tutto tacque, l’ospite ritornò.
In un sussurro, raccontò a Ivan che nella stanza n. 119 avevano portato un nuovo, un grassone dalla faccia purpurea, che borbottava continuamente qualcosa a proposito di certa valuta estera nel condotto di aerazione e che giurava che nella sua casa sulla Sadovaja aveva preso alloggio lo spirito maligno.
— Se la prende con Puskin, e urla di continuo: «Kurolesov, bis, bis!» — diceva l’ospite sussultando inquieto. Poi si calmò, si sedette, disse: — Del resto, dio sia con lui, — e continuò la conversazione con Ivan. — Be’, perché è capitato qui dentro?
— Per colpa di Ponzio Pilato, — rispose Ivan, fissando cupo il pavimento.
— Come?! — gridò l’ospite, dimenticando la prudenza, e si coperse la bocca con la mano. — Che coincidenza sconvolgente! La supplico, la supplico, racconti!
Ivan, che, senza saperne il perché, sentiva fiducia nello sconosciuto cominciò a raccontare la storia degli stagni Patriaršie dapprima pieno di timidezza, tartagliando, poi con coraggio. Sí, nel misterioso ladro di chiavi Ivan Nikolaevič trovò un ascoltatore nobilissimo. L’ospite non trattò Ivan come pazzo, manifestò il piú grande interesse per tutto quello che gli veniva narrato e, a mano a mano che il racconto si snodava, il suo entusiasmo cresceva. Ogni momento interrompeva Ivan esclamando:
— Sí, sí, e poi, e poi, la supplico! Ma la scongiuro, non tralasci niente!
Ivan non tralasciava proprio niente, gli riusciva piú facile raccontare a quel modo, e gradatamente arrivò al momento in cui Ponzio Pilato, col mantello bianco foderato di rosso, uscí sul balcone.
L’ospite allora congiunse le mani come quando si prega e mormorò:
— Oh, come avevo indovinato! Oh, come avevo indovinato!
La descrizione della spaventosa morte di Berlioz fu accompagnata dall’ascoltatore con un’osservazione enigmatica, mentre i suoi occhi ebbero un lampo di rabbia:
— Mi spiace solo che al posto di quel Berlioz non ci fosse il critico Latunskij o il letterato Mstislav Lavrovič! — e gridò con voce afona ma frenetica: — E poi?
Il gatto che voleva pagare il biglietto del tram divertí molto l’ospite. E soffocava dalle risa, mentre guardava Ivan che, agitato dal successo della sua narrazione, saltellava accoccolato per raffigurare il gatto con la monetina tra i baffi.
— È tutto, — concluse Ivan, con la faccia triste e offuscata, dopo aver raccontato gli avvenimenti al Griboedov: ed eccomi qui.
Con compassione, l’ospite mise la mano sulla spalla del povero poeta e disse cosí:
— Infelice poeta! Ma è lei, caro amico, che ha colpa di tutto. Non doveva comportarsi con lui con tanta disinvoltura, per non dire insolenza. Adesso la sconta. E può ancora dir grazie se se l’è cavata relativamente a buon mercato.
— Ma insomma, chi è? — chiese Ivan scuotendo i pugni con eccitazione.
L’ospite lo fissò e rispose con un’altra domanda:
— Lei non perderà la calma? Noi tutti qui dentro siamo gente infida… Non ci vorrà un intervento del medico, una puntura, o altri fastidi del genere?
— No, no! — esclamò Ivan. — Mi dica, chi è?
— Bene, — rispose l’ospite, e disse in tono autorevole e staccando le parole: — Ieri, agli stagni Patriaršie, lei ha incontrato Satana.
Ivan non perse la calma, come aveva promesso, però rimase sbalordito in sommo grado.
— Non è possibile! Non esiste!
— Per carità! Proprio lei me lo viene a dire?! È stato lei no, uno dei primi a rimetterci per colpa sua? Lei, come ben sa, se ne sta rinchiuso in una clinica psichiatrica, e continua a dire che non esiste. E davvero strano!
Ivan, sconcertato, tacque.
— Non appena si è messo a descrivermelo, — continuò l’ospite, — ho subito cominciato a indovinare con chi ha avuto il piacere di conversare ieri. Però mi sorprende Berlioz! Lei, naturalmente, è una mente vergine, — l’ospite si scusò di nuovo, — ma Berlioz, a quanto ne ho sentito dire, almeno qualcosa aveva pur letto! Le prime parole di quel professore hanno dissipato ogni mio dubbio. Non si può non riconoscerlo, amico mio! Del resto lei… mi scusi ancora, ma, se non mi sbaglio, lei è un ignorante?
— Senza dubbio, — ammise l’irriconoscibile Ivan.
— Vede… Ma perfino la faccia che mi ha descritta, gli occhi disuguali, le sopracciglia!… Mi perdoni, ma lei magari non ha neppure visto l’opera Il Faust?
Ivan si vergognò terribilmente e, con il volto in fiamme, borbottò qualcosa circa un viaggio in una casa di riposo…a Jalta…
— Ecco, lo dicevo… non c’è di che stupirsi! Ma Berlioz, ripeto, mi sorprende… Non solo aveva letto molto, ma era anche molto furbo. Anche se, a sua difesa, devo dire che Woland è in grado di buttare polvere negli occhi a gente ancora piú furba.
— Come?! — gridò a sua volta Ivan.
— Piano!
Di slancio Ivan si diede una manata sulla fronte e sibilò: — Capisco, capisco. Aveva una «W» sul biglietto da visita. Ahi-ahi-ahi, che roba! — Tacque per qualche istante sconvolto, fissando la luna che galleggiava oltre l’inferriata, e riprese: — Allora poteva essere stato per davvero da Ponzio Pilato? Era già nato allora? E mi danno del pazzo! — soggiunse Ivan, indicando sdegnato la porta.
Una piega amara si formò agli angoli della bocca dell’ospite.
— Guardiamo la verità in faccia — . Voltò il viso verso l’astro notturno che correva attraverso una nuvola. — Sia lei che io siamo pazzi, inutile negarlo. Vede, lui l’ha sconvolto, e le ha dato di volta il cervello, perché lei, evidentemente, aveva una predisposizione. Tuttavia ciò che lei racconta è accaduto davvero, non c’è alcun dubbio. Ma è talmente fuori dal comune che perfino Stravinskij, psichiatra geniale, naturalmente non le ha prestato fede. L’ha esaminato? — (Ivan annuí). — Il suo interlocutore è stato da Pilato, ha fatto colazione con Kant, e adesso visita Mosca.
— Ma chi sa che diavolerie combinerà! Bisogna pur acchiapparlo in qualche modo — . L’Ivan vecchio, non ancora del tutto vinto, sollevò la testa nell’Ivan nuovo, anche se con qualche incertezza.
— Lei ha già provato, e le basta, — replicò ironico l’ospite. — Neanche agli altri consiglierei di tentare. Ma che ne combinerà delle belle, può star sicuro! Eh, eh! Come mi dispiace che si sia incontrato con lei e non con me! Anche se nel mio animo tutto è bruciato e incenerito, giuro che in cambio di quell’incontro avrei dato il mazzo di chiavi di Praskov’ja Fëdorovna, poiché non possiedo null’altro. Non ho niente.
— Che bisogno ne ha?
Per un po’ l’ospite, scosso da un tremito, si chiuse nella sua tristezza, ma infine disse:
— Vede che caso strano: sono qui per lo stesso suo motivo, cioè per colpa di Ponzio Pilato — . Si voltò impaurito e riprese: — Il fatto è che un anno fa ho scritto un romanzo su Pilato.
— Lei è scrittore? — chiese con interesse il poeta.
L’ospite incupí e minacciò Ivan col pugno, poi disse:
— Io sono un Maestro[12] -. Si fece severo e trasse dalla tasca un berretto nero, lucido dall’uso, con una «M» ricamata in seta gialla. Si mise il berretto in testa e si mostrò a Ivan di fronte e di profilo per comprovare di essere un maestro. — Me l’ha cucito con le sue stesse mani, — aggiunse con fare misterioso.
— Qual è il suo nome?
— Non ho piú nome, — rispose lo strano ospite con un cupo disprezzo. — L’ho rifiutato, come del resto ho rifiutato tutto nella vita. Scordiamocene.
— Mi dica almeno del romanzo, — pregò Ivan con delicatezza.
— Volentieri. La mia vita, bisogna dire, — cominciò l’ospite, — non si è svolta in modo del tutto comune.
… Laureatosi in storia, ancora due anni prima lavorava in un museo di Mosca, facendo anche delle traduzioni.
— Da che lingua? — lo interruppe Ivan interessato.
— Conosco cinque lingue oltre alla russa, — rispose l’ospite, — inglese, francese, tedesco, latino e greco. E leggo un po’ l’italiano.
— Accidenti! — sussurrò invidioso Ivan.
… Lo storico viveva solo, non aveva parenti e quasi nessun conoscente a Mosca. E un giorno, figuratevi, vinse centomila rubli.
— S’immagini il mio stupore, — sussurrava l’ospite dal berretto nero, — quando infilai la mano nel cesto della biancheria sporca e vidi lo stesso numero pubblicato sul giornale! Le obbligazioni me le avevano date al Museo.
… Dopo che ebbe vinto centomila rubli, l’enigmatico ospite di Ivan si comportò in questo modo: comperò dei libri, lasciò la sua camera sulla Mjasnickaja…
— Uh, maledetto buco! — ruggí.
… E affittò da un capomastro, in un vicolo presso l’Arbat, due camere nello scantinato di una casetta col giardino. Lasciò il lavoro del Museo, e cominciò a scrivere un romanzo su Ponzio Pilato.
— Oh, era l’età dell’oro! — sussurrava il narratore con gli occhi scintillanti. — Un appartamentino indipendente, col suo ingresso, e nell’ingresso un lavandino, — sottolineò con particolare orgoglio, chi sa poi perché, — le piccole finestrelle sopra il marciapiede che portava al cancello. Di fronte, a due passi, lungo la palizzata, lillà, tigli e un acero. Oh, oh, oh! D’inverno, molto raramente vedevo dalla finestra dei piedi neri e udivo il loro scricchiolio sulla neve. Nella stufa il fuoco era sempre acceso! Ma all’improvviso giunse la primavera, e attraverso i vetri torbidi vidi i cespugli del lillà dapprima nudi, poi rivestiti di verde. In quel periodo, la primavera scorsa, successe qualcosa di molto piú meraviglioso che la vincita di centomila rubli. Eppure, ne convenga, si tratta di una somma enorme!
— Senz’altro, — riconobbe Ivan, che ascoltava con attenzione.
— Avevo aperto la finestrella e me ne stavo nella seconda stanza, che era piccola piccola — . L’ospite si mise a indicarne la pianta con le mani: — Qui c’era un divano, di fronte un altro divano, in mezzo un tavolino, e sopra una bellissima lampada; piú vicino alla finestra, dei libri, qui una piccola scrivania; invece nella prima stanza — una stanza enorme: quattordici metri! — libri, ancora libri, e la stufa. Oh, com’ero sistemato bene! Il lillà ha un profumo straordinario! La mia testa diventava leggera dalla stanchezza, e Pilato volava verso la fine…
— Il mantello bianco, la fodera rossa, capisco! — esclamò Ivan.
— Proprio cosí! Pilato volava verso la fine, verso la fine, e sapevo già che le ultime parole del romanzo sarebbero state «… il quinto procuratore della Giudea, il cavaliere Ponzio Pilato». Be’, naturalmente, facevo delle passeggiate. Centomila rubli sono una somma enorme, e avevo un vestito magnifico. Oppure andavo a mangiare in un ristorante a prezzo economico. Sull’Arbat c’era un ottimo ristorante, non so se esista ancora — . Gli occhi dell’ospite si spalancarono, ed egli continuò a sussurrare, guardando la luna: — Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall’altro. E si figuri che non c’era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei mai piú rivista. E s’immagini, a un tratto fu lei a parlare:
— Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e — è sciocco, lo so — parve che un’eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull’altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
— No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
— Non dico niente, — esclamò Ivan, e soggiunse: — La supplico, continui!
L’ospite continuò.
— Sí, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
— Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell’ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
— No, mi piacciono i fiori, ma non questi, — dissi.
— Quali le piacciono?
— Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po’ confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo cosí, silenziosi, per un po’, finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
— E poi? — disse Ivan. — Per favore, non salti niente!
— E poi? — l’ospite ripeté la domanda. — Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso — . Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e proseguí: — L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpí subito entrambi. Cosí colpisce il fulmine, cosí colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era cosí, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro… e io, allora… con quella, come si chiama.
— Con chi? — chiese Bezdomnyj.
— Con quella, ma sí… quella… mm… — rispose l’ospite schioccando le dita.
— Lei era sposato?
— Ma sí, perché crede che schiocchi le dita?… Con quella… Varen’ka… Manecka… no, Varen’ka… il vestito a strisce, il Museo… Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Sí, l’amore ci colpí in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un’ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell’esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino.
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l’indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L’arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno il batticuore continuava finché senza tacchettio quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d’acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
— E chi è? — chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d’amore.
L’ospite fece un gesto a significare che non l’avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l’orologio che suonava ogni mezz’ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all’angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l’uno per l’altra.
Dal racconto dell’ospite, Ivan apprese anche come gli innamorati trascorressero le loro giornate. Appena arrivava, lei s’infilava un grembiule, e nello stretto ingresso, dove si trovava il lavandino di cui il povero malato era tanto fiero, accendeva sul tavolo di legno il fornellino a petrolio, preparava la colazione e la serviva nella prima stanza sul tavolo ovale. Quando scoppiavano i temporali di maggio e davanti alle finestre poco luminose l’acqua scorreva rumorosa nel portone minacciando di inondare l’ultimo rifugio, gli innamorati accendevano la stufa e vi facevano cuocere le patate nella cenere. Dalle patate si alzavano nubi di vapore, la buccia nera sporcava loro le dita. Nello scantinato si udivano risate e nel giardino gli alberi, dopo la pioggia, si scrollavano di dosso i ramoscelli spezzati e grappoli di fiori bianchi.
Quando finirono i temporali e giunse l’afosa estate, nel vaso apparvero le rose, tanto attese e amate da entrambi. Colui che si chiamava Maestro lavorava febbrilmente al suo romanzo, e questo romanzo assorbí anche la sconosciuta.
— Davvero, a volte ne ero geloso, — sussurrava l’ospite notturno arrivato dal balcone illuminato dalla luna.
Con le dita sottili dalle unghie appuntite affondate nei capelli, essa rileggeva senza fine la parte già scritta, e dopo averla letta, cuciva quel berretto. A volte si accoccolava accanto agli scaffali inferiori, oppure stava ritta presso quelli superiori, e con uno straccio spolverava centinaia di libri. Gli annunciava la gloria, lo spronava, e fu allora che cominciò a chiamarlo Maestro. Aspettava con impazienza le ultime parole già promesse sul quinto procuratore della Giudea, ripeteva a voce alta, cantilenando, singole frasi che le piacevano, e diceva che in quel romanzo c’era la sua vita.
Fu terminato in agosto e consegnato a una dattilografa sconosciuta che lo batté in cinque copie. Infine giunse l’ora di abbandonare il rifugio segreto e di entrare nella vita.
— Entrai nella vita, col romanzo in mano, e fu allora che la mia vita finí, — sussurrò il Maestro chinando il capo, e a lungo ondeggiò quel mesto berretto nero con la lettera gialla «M». Riprese il suo racconto, ma questo divenne cosí sconclusionato che Ivan poté capire solo che all’ospite era successa una catastrofe.
— Capitavo per la prima volta nel mondo della letteratura, ma ora che tutto è finito e che la mia rovina è un fatto compiuto, lo ricordo con orrore! — sussurrò solennemente il Maestro e alzò la mano. — Sí, mi colpí profondamente, oh, come mi colpí!
— Chi? — sussurrò Ivan con una voce appena percettibile, temendo di interrompere l’eccitato narratore.
— Il direttore della rivista, le sto dicendo, il direttore! Sí, lo. lesse. Mi guardava come se avessi una guancia gonfia per un ascesso, sbirciava un angolo e ridacchiava persino con imbarazzo. Spiegazzava senza una ragione il manoscritto e tossicchiava. Le domande che mi faceva mi sembrarono pazzesche. Senza dir niente, in sostanza, sul romanzo, mi chiese chi fossi e da dove venissi, se scrivessi da molto tempo e perché non avessero mai parlato di me prima; mi fece perfino una domanda, secondo me, assolutamente idiota; chi mi aveva suggerito di scrivere un romanzo su un soggetto cosí strano? Alla fine mi stufò, e gli chiesi a bruciapelo se intendeva o no pubblicare il libro. Cominciò allora a dimenarsi, a balbettare qualcosa e dichiarò che non poteva prendersi la responsabilità di una decisione e che altri membri della redazione avrebbero dovuto leggere il mio lavoro, e precisamente i critici Latunskíj e Ariman, e il letterato Mstislav Lavrovič, Mi pregò di tornare dopo due settimane. Lo feci, e fui accolto da una ragazza che aveva gli occhi strabici a furia di mentire.
— È la Lapšennikova, segretaria di redazione, — disse sghignazzando Ivan, che conosceva molto bene quel mondo descritto con tanta ira dal suo ospite.
— Può darsi, — lo interruppe l’altro, — ebbene, mi restituí il mio romanzo, piuttosto stazzonato e unto. Cercando di fare in modo che i suoi occhi non incontrassero i miei, la Lapšennikova mi comunicò che la redazione aveva i programmi al completo per i due anni successivi, per cui il problema della pubblicazione del mio romanzo, come si espresse lei, «veniva meno».
— Che altro ricordo dopo? — mormorava il Maestro fregandosi le tempie. — Sí, i petali rossi caduti sulla prima pagina, e gli occhi della mia compagna. Sí, quegli occhi li ricordo.
Il racconto dell’ospite diventava sempre più confuso, sempre piú pieno di reticenze. Parlava di una pioggia che cadeva a sghembo e di disperazione nell’ospitale scantinato, ricordava di essersi recato in un posto. Sussurrava con voce rotta che non accusava affatto colei che lo aveva spinto alla lotta, no, non l’accusava!
Poi, come ebbe a udire Ivan, successe qualcosa di improvviso e strano. Un giorno l’autore aprí un giornale e vi trovò un articolo del critico Ariman, intitolato Un attacco del nemico, dove questi avvertiva ogni lettore che lui, cioè il nostro eroe, aveva fatto il tentativo di far passare un’apologia di Gesú Cristo.
— Ah sí, ricordo, ricordo! — esclamò Ivan. — Ma ho dimenticato il suo nome!
— Ripeto: lasciamolo stare, non ho piú nome, — rispose l’ospite. — Non si tratta di questo. Il giorno successivo, in un altro giornale apparve, a firma di Mstislav Lavrovič, ancora un articolo in cui l’autore proponeva di colpire, e di colpire forte, il pilatismo e il baciapile che aveva avuto l’idea di farlo passare (di nuovo quella maledetta espressione!)
— Rimasto di stucco per l’inaudita parola «pilatismo», aprii un terzo giornale. Qui vi erano due articoli: uno di Latunskij, l’altro firmato con la siglia «N. E.». Le assicuro che i parti critici di Ariman e di Lavrovič potevano essere considerati uno scherzo in confronto a quello che aveva scritto Latunskij. Le basterà sapere che il suo articolo era intitolato Un vecchio credente bellicoso. Ero talmente preso dalla lettura di questi articoli dedicati alla mia persona che non mi accorsi (avevo dimenticato di chiudere la porta) come lei mi sorse davanti con in mano l’ombrello bagnato, e i giornali, pure bagnati. I suoi occhi lanciavano fiamme, le mani le tremavano ed erano fredde. Prima si slanciò a baciarmi, poi con voce rauca, dando un pugno sul tavolo, disse che avrebbe avvelenato Latunskij.
Ivan tossicchiò confuso ma non disse niente.
— Giunsero tristi giornate autunnali… — continuò l’ospite, — la mostruosa sfortuna di quel romanzo sembrava mi avesse tolto una parte dell’aníma. In sostanza, non avevo piú nulla da fare, e vivevo da un appuntamento all’altro. Fu allora che qualcosa mi successe. Il diavolo sa che cosa, ma Stravinskij deve averlo capito da tempo. Cioè, mi piombò addosso l’angoscia e ebbi strani presentimenti. Noti che gli articoli non cessavano. Dei primi ridevo. Ma piú ne apparivano, piú il mio atteggiamento verso di essi cambiava. Il secondo stadio fu quello dello stupore. In ogni riga di quegli articoli si sentiva qualcosa di estremamente falso e incerto, nonostante il loro tono minaccioso e sicuro. Mi sembrava sempre — non riuscivo a togliermi questo pensiero — che gli autori di quegli articoli dicessero cose diverse da quelle che avrebbero voluto dire, e che proprio questo suscitasse la loro furia. Poi, capisce, giunse il terzo stadio, quello della paura. No, non paura di quelle recensioni, mi creda! Ma paura di fronte ad altre cose, che non riguardavano assolutamente né gli articoli, né il romanzo. Cosí, ad esempio, cominciai a temere l’oscurità. Insomma, era cominciata la fase dell’alienazione. Mi sembrava, soprattutto quando stavo per addormentarmi, che una piovra agilissima e gelida avvicinasse furtivamente i suoi tentacoli al mio cuore nudo, senza sbagliare un colpo. Dovetti dormire con la luce accesa.
La mia compagna era molto cambiata (non le parlavo naturalmente della piovra, ma lei vedeva che mi stava succedendo qualcosa di strano), era dimagrita e impallidita, non rideva piú, e mi chiedeva continuamente perdono per avermi consigliato di tentare la pubblicazione. Diceva che dovevo lasciare ogni cosa per andare sul Mar Nero, spendendo per il viaggio tutto quello che mi era rimasto dei centomila rubli.
Insisteva molto, e per non discutere (qualcosa mi diceva che non sarei mai riuscito ad andare sul Mar Nero) le promisi di farlo nei prossimi giorni. Ma lei disse che mi avrebbe comperato il biglietto. Presi allora tutto il denaro che mi restava, cioè diecimila rubli circa, e glieli diedi.
— Perché me ne dài tanti? — si stupí.
Dissi pressappoco che temevo i ladri, e la pregavo di custodirmi il denaro fino alla mia partenza. Lei lo prese, lo mise nella borsetta, mi baciò dicendo che le sarebbe stato piú facile morire che abbandonarmi solo in questo stato ma che era aspettata, che si rassegnava alla necessità, e che sarebbe venuta all’indomani. Mi supplicò di non temere nulla.
Era un crepuscolo di metà ottobre. Lei se ne andò. Mi coricai sul divano e mi addormentai senza accendere la lampadina. Mi svegliò la sensazione che la piovra era lí. Tastando nell’oscurità, a fatica accesi la luce. L’orologio da tasca segnava le due di notte. Mi ero coricato con un principio di malattia, mi svegliai malato del tutto. Mi parve a un tratto che l’oscurità autunnale avrebbe sfondato i vetri, si sarebbe riversata nella stanza e io vi sarei annegato come nell’inchiostro. Mi alzai come un uomo che non è piú padrone di se stesso. Gridai, mi venne l’idea di correre da qualcuno, magari al piano di sopra dal capomastro. Lottavo come un folle con me stesso. Mi bastarono le forze per arrivare alla stufa e accendervi la legna. Quando questa cominciò a crepitare e lo sportello a vibrare, mi sembrò di stare un po’ meglio. Mi precipitai in anticamera, vi accesi la luce, trovai una bottiglia di vino bianco, la sturai e cominciai a bere a garganella. Questo diminuí un po’ la mia paura, almeno abbastanza perché non corressi dal capomastro, e ritornai alla stufa. Aprii lo sportello in modo che il calore uscendo cominciò a bruciarmi il viso e le mani, e sussurrai:
— Indovina che sono nei guai… Vieni, vieni, vieni!…
Ma nessuno veniva. Nella stufa rombava il fuoco, le finestre erano flagellate dalla pioggia. Allora avvenne l’ultimo atto. Tolsi dal cassetto del tavolo le pesanti copie del romanzo e i quaderni di appunti, e cominciai a bruciarli.
Era difficilissimo, perché la carta scritta non brucia volentieri. Spezzandomi le unghie laceravo i quaderni, li ponevo ritti tra i pezzi di legno, e ne scuotevo le pagine con l’attizzatoio. A volte la cenere vinceva, spegneva le fiamme ma io continuavo a lottare, e il romanzo, pur difendendosi tenacemente, periva. Le parole familiari mi balenavano davanti, un giallore saliva irresistibile lungo le pagine, eppure le frasi trasparivano ancora. Scomparivano soltanto quando la carta s’anneriva e con l’attizzatoio davo loro furiosamente il colpo di grazia.
In quel momento grattarono alla finestra. Il mio cuore sobbalzò, e, affondato l’ultimo quaderno nel fuoco, mi precipitai ad aprire. Alcuni gradini di mattoni portavano dallo scantinato alla porta del cortile. Corsi verso di lei, inciampando, e chiesi sottovoce:
— Chi è?
E la voce, la sua voce, mi rispose:
— Sono io…
Non ricordo come riuscii a maneggiare la catenella e la chiave. Non appena ebbe fatto un passo all’interno, si strinse a me, tutta bagnata, con le guance bagnate e i capelli disfatti, tremante. Riuscii a pronunciare solo:
— Tu… tu?… — La mia voce si spezzò, e corremmo dabbasso.
In anticamera si tolse il cappotto, ed entrammo in fretta nella prima stanza. Con un grido lieve, trasse dalla stufa e buttò sul pavimento, con le mani nude, l’ultimo residuo una pila di fogli che cominciava a bruciare dal basso. Il fumo riempí subito la stanza. Pestai il fuoco con i piedi mentre lei si buttò riversa sul divano e scoppiò in un pianto convulso e irresistibile.
Quando si calmò, dissi:
— Ho preso in odio questo romanzo, e ho paura. Sono malato. Ho terrore.
Si alzò e parlò:
— Dio, come sei malato. Perché, perché? Ma ti salverò, ti salverò. Che cos’è tutto questo?
Vedevo i suoi occhi gonfi per il pianto e il fumo, sentivo le sue mani fredde accarezzarmi la fronte.
— Ti guarirò, ti guarirò, — mormorava, stringendomi le spalle. — Lo scriverai di nuovo. Perché, perché non ne ho tenuto una copia?
Digrignò i denti dalla rabbia, disse altre cose, incomprensibili. Poi, stringendo le labbra, si mise a raccogliere e stirare i fogli bruciacchiati. Era un capitolo centrale del romanzo, non ricordo piú quale. Raccolse con cura i fogli, li avvolse in un pezzo di carta, li legò con un nastro. Tutte le sue azioni mostravano che era piena di risolutezza e ormai padrona di sé. Chiese del vino, e dopo averne bevuto, parlò con piú calma:
— Ecco come si pagano le menzogne, — diceva, — non voglio piú mentire. Rimarrei con te anche subito, ma non vorrei farlo in questo modo. Non voglio che gli resti per sempre il ricordo che sono scappata da casa di notte. Non mi ha mai fatto un torto… È stato chiamato all’improvviso per un incendio scoppiato nella fabbrica dove lavora. Ma tornerà presto. Avrò una spiegazione con lui domattina, dirò che amo un altro e tornerò da te per sempre. Rispondimi, forse non vuoi?
— Povera cara, cara, — le dissi. — Non ti permetterò di farlo. Con me starai male, e non voglio che tu perisca con me.
— È questo l’unico motivo? — chiese, avvicinando i suoi occhi ai miei.
— L’unico.
Si animò straordinariamente, si strinse a me, abbracciandomi il collo, e disse:
— Perisco con te. Domattina sarò da te.
Ecco, l’ultima cosa della mia vita che io ricordi, è una striscia di luce dalla mia anticamera, e, in questa striscia una ciocca di capelli disfatta, il suo berretto e gli occhi pieni di risolutezza. Ricordo anche la sagoma nera sulla soglia della porta esterna e il pacchetto bianco.
— Ti accompagnerei, ma non ho piú la forza di tornare indietro da solo, ho paura.
— Non aver paura. Abbi pazienza per poche ore. Domattina sarò da te.
Queste furono le sue ultime parole nella mia vita…
— Sttt!… — l’ammalato si interruppe all’improvviso e alzò il dito. — È inquieta questa notte di luna.
Scomparve sul balcone. Ivan udí una lettiga passare in corridoio, qualcuno singhiozzò o gemette.
Quando tutto ridivenne silenzioso, l’ospite tornò e comunicò che la camera n. 120 aveva un ospite. Avevano portato qualcuno che continuava a supplicare che gli rendessero la sua testa. I due interlocutori tacquero preoccupati, ma, tranquillizzatisi, tornarono alla narrazione interrotta. L’ospite stava per aprire la bocca, ma la notte era davvero movimentata. Si sentirono ancora delle voci nel corridoio, e il visitatore cominciò a parlare all’orecchio di Ivan cosí piano che il suo racconto fu sentito soltanto dal poeta, ad eccezione della prima frase:
— Un quarto d’ora dopo che mi ebbe lasciato, bussarono alla mia finestra…
Ciò che il malato sussurrava all’orecchio di Ivan, gli causava evidentemente una profonda emozione. Delle contrazioni alteravano continuamente il suo viso. Nei suoi occhi aleggiavano e si agitavano la paura e il furore. Il narratore puntava la mano in direzione della luna, che da tempo aveva abbandonato il balcone. Solo quando dall’esterno cessarono di arrivare i rumori, l’ospite si scostò da Ivan e parlò con voce piú forte:
— Sí, e allora a metà gennaio, di notte, con quello stesso soprabito, ma che aveva oramai i bottoni strappati, mi rannicchiavo dal freddo nel mio cortile. Dietro di me mucchi di neve avevano coperto i lillà, davanti a me e sotto c’erano le mie finestre coperte dalle tende e debolmente illuminate. Mi appoggiai alla prima e stetti in ascolto: nelle mie stanze suonava un grammofono. Fu la sola cosa che udii, ma non riuscii a vedere nulla. Rimasi lí un po’, quindi uscii dal cancello nel vicolo. Vi soffiava la tormenta. Mi spaventò un cane che mi si buttò sotto i piedi, e per sfuggirlo attraversai di corsa la strada. Il freddo e la paura, che era diventata la mia compagna inseparabile, mi portavano all’esasperazione. Non avevo dove andare. La cosa piú semplice, naturalmente, sarebbe stata buttarmi sotto uno dei tram che transitavano nella via in cui sboccava il mio vicolo. Da lontano vedevo quei cassoni ricoperti di ghiaccio e pieni di luce e udivo il loro ripugnante stridore nel gelo. Ma, caro mio vicino, il fatto era che la paura dominava ogni cellula del mio corpo. E come temevo il cane, temevo anche il tram. Sí, in questo edificio non c’è malattia peggiore della mia, glielo assicuro!
— Poteva ben farglielo sapere, — disse Ivan, pieno di compassione per il povero ammalato. — Inoltre, il suo denaro non ce l’ha lei? Glielo avrà conservato, no?
— Non dubiti, certo che l’ha conservato. Ma si vede che lei non mi capisce. O meglio, ho perso la capacità, che possedevo un tempo, di descrivere le cose. Del resto, non mi dispiace molto, perché non ne avrò piú bisogno. Si troverebbe davanti — l’ospite guardò con venerazione il buio della notte — una lettera dal manicomio. Mi dica lei se si può mandare una lettera, quando si ha un indirizzo del genere… Un malato di mente?… Lei scherza, amico mio! Renderla infelice? No, non ne sono capace.
Ivan non seppe replicare, ma, muto, compativa l’ospite, ne sentiva pietà. E quegli, tormentato dai ricordi, scuoteva la testa coperta dal berretto nero, e diceva:
— Povera donna… Del resto, spero che mi abbia dimenticato…
— Ma lei può guarire… — disse con timidezza Ivan.
— Sono inguaribile, — rispose calmo l’ospite. — Quando Stravinskij dice che mi restituirà alla vita, non gli credo. È pieno d’umanità e vuole semplicemente consolarmi.
Non voglio negare, peraltro, di stare meglio adesso. Ah sí, dove ero rimasto? Il gelo, quei tram che filavano… Sapevo che avevano già aperto questa clinica, e attraversai la città a piedi per venirci. Follia! Sarei certamente morto congelato nella campagna, ma un caso mi salvò. Un camion aveva avuto un guasto, io mi avvicinai all’autista — era circa quattro chilometri oltre la cinta daziaria — e, con mia grande sorpresa, egli ebbe pietà di me. La macchina era diretta alla clinica, e mi diede un passaggio. Me la cavai con un congelamento delle dita del piede sinistro. Ma me lo guarirono. E adesso sono qui da oltre tre mesi. Sa, trovo che qui non si sta poi tanto male. Non bisogna proporsi piani grandiosi, caro vicino! Io, ad esempio, volevo fare il giro del mondo. Si vede che non è il mio destino. Conosco solo un piccolissimo pezzetto di mondo. Penso che non sia il migliore, ma, ripeto, non è poi male. Adesso arriva l’estate, e sul balcone ci sarà l’edera, come assicura Praskov’ja Fëdorovna. Le chiavi hanno allargato le mie possibilità. Di notte ci sarà la luna. Oh, se ne è andata. Fa fresco. È ormai mezzanotte passata. È ora che io vada.
— Mi dica, che cos’è successo poi a Jeshua e a Pilato? chiese Ivan. — La supplico, lo voglio sapere.
— Oh no, no! — rispose l’ospite con una smorfia di dolore. — Non posso ricordare il mio romanzo senza rabbrividire. Il suo conoscente dei Patriaršie lo farebbe meglio di me. Grazie della conversazione. Arrivederci.
E prima che Ivan reagisse, l’inferriata si richiuse con un lieve tintinnio, e l’ospite sparí.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO Gloria al gallo!
I nervi non resistettero piú, come si suol dire, e Rimskij scappò nel suo ufficio senza aspettare che finissero di stendere il verbale. Sedeva alla scrivania e guardava con occhi infiammati i rubli magici che gli giacevano davanti. Il direttore finanziario aveva perso la bussola. Dal di fuori giungeva un rombo monotono. Il pubblico si riversava a torrenti sulla strada dal Teatro di Varietà. All’orecchio di Rimskij che si era fatto acuto all’estremo, a un tratto giunse il trillo netto di un poliziotto. Già questo non promette mai nulla di buono. Ma quando esso si ripeté, e fu sostenuto da un altro, piú imperioso e prolungato, e poi si aggiunsero delle risate sgangherate ben distinguibili e perfino una specie di ululato, il direttore finanziario comprese subito che in strada era successo qualcos’altro di lurido e scandaloso. E che questo, per quanto lo si volesse sorvolare, era in strettissimo rapporto con la disgustosa rappresentazione data dal mago e dai suoi aiutanti.
Il sensibile direttore finanziario non si era affatto sbagliato. Non appena diede un’occhiata dalla finestra che dava sulla Sadovaja, il volto gli si storse, ed egli non sussurrò, ma sibilò:
— Lo sapevo!
Sul marciapiede, sotto di sé, alla chiara luce dei fortissimi lampioni, vide una signora in sottoveste e mutande viola. È vero che in testa la signora aveva un cappellino, e in mano un ombrello. Attorno alla signora, che si trovava in uno stato di assoluta costernazione e ora si accoccolava, ora tentava di scappare, si agitava una folla da cui provenivano le risate che avevano fatto correre un brivido per la schiena del direttore finanziario. Vicino alla signora si dimenava un tale che cercava di strapparsi di dosso il soprabito e che per l’agitazione non riusciva a liberare il braccio, impigliatosi nella manica.
Urla e risate scroscianti giunsero anche da un altro punto, e precisamente dall’ingresso di sinistra; voltando la testa in quella direzione, Grigorij Danilovič vide un’altra signora, in un completo di biancheria celeste. Quella era balzata dal selciato sul marciapiede per ripararsi nel portone del teatro, ma il pubblico che ne defluiva le sbarrava la strada, e la poverina, vittima della sua frivolezza e della sua passione per i bei vestiti, ingannata dalla ditta dell’immondo Fagotto, sognava una sola cosa: sprofondare sotto terra. Un poliziotto si dirigeva verso l’infelice forando l’aria col suo fischio, e dietro il poliziotto si precipitarono degli allegri giovanotti col berretto a visiera. Erano stati loro a emettere quelle risate e quegli ululati.
Un magro vetturino baffuto arrivò di volo presso la prima donna svestita e arrestò di colpo l’ossuto e sfinito cavallo. Il volto del baffone ghignava di gioia.
Rimskij si diede un pugno in testa, sputò e balzò via dalla finestra. Rimase per un po’ seduto presso la scrivania, ascoltando i rumori che provenivano dalla via. In vari punti, i fischi raggiunsero un massimo d’intensità, poi scemarono. Con sua sorpresa, lo scandalo fu liquidato con inaspettata rapidità.
Era giunto il momento di agire, occorreva vuotare l’amaro calice della responsabilità. Gli apparecchi telefonici erano stati riparati durante la terza parte dello spettacolo, bisognava telefonare, comunicare quanto era accaduto, chiedere aiuto, raccontar storie per scagionarsi, buttare la colpa di tutto su Lichodeev, metter fuori causa se stesso e cosí via. Corpo del diavolo!
Per due volte, lo scombussolato direttore pose la mano sul ricevitore e per due volte la tolse. All’improvviso, nel morto silenzio dell’ufficio, fu l’apparecchio stesso a prorompere in uno squillo in faccia al direttore, che sussultò e si sentí gelare. «Ho i nervi a pezzi!» pensò staccando il ricevitore. Se ne scostò immediatamente e diventò piú bianco di un foglio di carta. Una voce femminile sommessa, ma nello stesso tempo insinuante e lasciva, aveva sussurrato:
— Non telefonare, Rimskij, saranno guai…
Subito dopo il ricevitore tacque come morto. Sentendo un formicolio nella schiena, il direttore finanziario lo posò e diede un’occhiata alla finestra che si trovava alle sue spalle. Attraverso i rami dell’acero, radi e appena coperti di verde, vide la luna che correva in una nuvoletta diafana. Con lo sguardo fisso, Rimskij guardava i rami, e piú li guardava, piú forte lo afferrava la paura.
Facendo uno sforzo su se stesso, si distolse finalmente dalla finestra rischiarata dalla luna e si alzò. Neanche da pensarci, oramai, a telefonare: l’unico suo pensiero era di lasciare al piú presto il teatro.
Tese l’orecchio: l’intero edificio taceva. Rimskij capí che da tempo era rimasto solo al primo piano, e a questo pensiero un terrore infantile e insormontabile s’impadroní di lui. Non poteva pensare senza fremere, che gli sarebbe toccato attraversare da solo i corridoi deserti e scendere le scale. Con un gesto febbrile, afferrò dal tavolo le banconote dell’ipnotizzatore, le nascose nella cartella e tossí per darsi almeno un briciolo di coraggio. Il colpo di tosse riuscí debole e rauco.
Gli sembrò ora che da sotto la porta dell’ufficio giungesse all’improvviso un umido miasma. Un brivido corse per la sua schiena. Per di piú, l’orologio prese inaspettatamente a suonare e batté la mezzanotte. Perfino questo rintocco gli mise addosso un tremito. Ma il cuore gli s’arrestò definitivamente quando udí la chiave girare adagio adagio nella toppa della serratura di sicurezza. Avvinghiando la cartella con mani umide e fredde, il direttore finanziario sentí che se quel fruscio nella serratura fosse continuato ancora un attimo, non avrebbe resistito e si sarebbe messo a urlare.
Finalmente la porta cedette agli sforzi, si spalancò, e nell’ufficio entrò silenziosamente Varenucha. Rimskij cadde a sedere sulla poltrona perché gli si piegarono le gambe. Aspirò aria nel petto, fece un sorriso che aveva un che di servile e proferí piano:
— Dio, come mi hai spaventato…
Sí, quell’apparizione improvvisa avrebbe potuto spaventare chiunque, e tuttavia era, al tempo stesso, una grande gioia: era spuntato almeno un capo di quell’imbrogliata matassa.
— Su, di’ presto! Su! Su! — rantolò Rimskij afferrando quel filo. — Che significa tutta questa storia?
— Scusami, per favore, — disse con voce sorda il nuovo venuto, chiudendo la porta. — Credevo tu fossi già andato via.
E, senza togliersi il berretto, Varenucha si avvicinò alla poltrona e sedette dall’altra parte della scrivania.
Bisogna dire che nella risposta di Varenucha s’intuiva una leggera stranezza che punse subito il direttore finanziario, la cui sensibilità non temeva il confronto con i sismografi dei piú moderni centri scientifici del mondo. Come sarebbe a dire? Perché Varenucha era venuto nell’ufficio del direttore finanziario se supponeva che lo stesso non ci fosse? Anzitutto, aveva un ufficio suo. In secondo luogo, da qualsiasi ingresso Varenucha fosse entrato in teatro, avrebbe dovuto inevitabilmente incontrare uno degli inservienti notturni ai quali era stato detto che Grigorij Danilovič si sarebbe trattenuto per un po’ di tempo nel suo ufficio. Ma il direttore finanziario non stette a riflettere a lungo su questa stranezza: aveva ben altro per la testa.
— Perché non hai telefonato? Che significa tutto quel pasticcio con Jalta?
— Be’, è come te lo dicevo io, — rispose l’amministratore, facendo schioccare la bocca come se tormentasse un dente cariato. — L’hanno trovato in una trattoria di Puškino.
— Di Puškino?! Quello vicino a Mosca! E i telegrammi da Jalta?
— Che Jalta d’Egitto! Ha fatto bere il telegrafista di Puškino, e si sono messi a fare gli stupidi: tra l’altro a mandare telegrammi con «Jalta» come luogo di spedizione.
— Aha, aha… bene, bene… — non disse ma cantilenò Rimskij. I suoi occhi si accesero di una luce giallina. Nella sua testa si compose il quadro festoso della vergognosa destituzione di Stepa. Liberazione! La tanto attesa liberazione di Rimskij da quel malanno che era Lichodeev! E magari a Stepan Bogdanovič sarebbe toccato qualcosa di peggio di una destituzione… — I particolari! — chiese Rimskij, picchiando il fermacarte sul tavolo.
Varenucha cominciò a raccontare i particolari. Non appena era giunto nel luogo dove lo aveva inviato il direttore finanziario, era stato immediatamente ricevuto e ascoltato con la piú viva attenzione. Nessuno, s’intende, voleva nemmeno prendere in considerazione la possibilità che Stepa fosse a Jalta. Tutti avevano accolto subito il suggerimento di Varenucha che Lichodeev doveva naturalmente trovarsi al Jalta di Puškino.
— Dov’è adesso? — Lo interruppe l’emozionato direttore.
— Dove vuoi che sia? — rispose l’amministratore con un sorriso forzato. — In guardina a smaltire la sbornia, per forza!
— Accidenti! questa sí che è bella!
Varenucha continuò il suo racconto, e piú raccontava, piú vistosa si svolgeva davanti agli occhi del direttore finanziario la catena lunghissima delle villanate e delle indecenze commesse da Lichodeev, e ogni anello di questa catena era peggiore del precedente. Anche solo la danza ebbra, abbracciato al telegrafista, sull’aiuola davanti all’ufficio telegrafico di Puškino al suono di un organetto vagabondo! L’inseguimento di certe signore che strillavano dallo spavento! La tentata rissa col barista del Jalta! Le cipolline verdi sparse sul pavimento nella stessa trattoria. La rottura di otto bottiglie di Aj-Danil’ bianco secco. Lo sconquasso del tassametro di un tassí, il cui autista non voleva cedere la macchina a Stepa. La minaccia di arrestare le persone che cercavano di porre fine alle porcherie di Stepa… Insomma, roba da far rizzare i capelli!
Stepa era ben noto negli ambienti teatrali di Mosca, e tutti sapevano che non era uno stinco di santo. Però quello che di lui raccontava l’amministratore era troppo perfino per Stepa. Sí, troppo, troppissimo…
Gli occhi pungenti di Rimskij trafiggevano, al di sopra della scrivania, il volto dell’amministratore, e piú questi parlava, piú quegli occhi s’incupivano. Piú diventavano vivi e coloriti gli ignominiosi particolari di cui l’amministratore infiorava la sua narrazione, meno il direttore finanziario prestava fede al narratore. Quando poi Varenucha comunicò che Stepa era giunto al punto di opporre resistenza a quelli che erano arrivati per riportarlo a Mosca, il direttore finanziario sapeva fermamente che tutto ciò che gli stava raccontando l’amministratore tornato a mezzanotte era una menzogna! Menzogna dalla prima all’ultima parola!
Varenucha non era andato a Puškino, e neanche Stepa vi era stato. Non esisteva il telegrafista ubriaco, non erano stati rotti i vetri della trattoria. Stepa non era stato legato con delle corde… Niente di tutto questo era avvenuto.
Non appena il direttore finanziario si convinse che l’amministratore gli mentiva, la paura strisciò lungo il suo corpo cominciando dai piedi, e di nuovo gli parve, per due volte, di sentire passare per terra un umido miasma malarico. Senza distogliere per un solo istante gli occhi dall’amministratore, che si torceva stranamente nella poltrona, tentando per tutto il tempo di non uscire dall’ombra azzurrognola della lampada da tavolo, e riparandosi curiosamente con un giornale dalla luce che (affermava) gli dava fastidio, il direttore finanziario pensava a una cosa sola: che significato poteva avere tutta quella storia? Perché, nel deserto e silente edificio, gli mentiva cosí spudoratamente l’amministratore, tornato troppo tardi? La consapevolezza di un pericolo, di un pericolo sconosciuto ma terribile, cominciò a struggere l’animo di Rimskij. Facendo finta di non accorgersi dei contorcimenti di Varenucha e dei suoi trucchi col giornale, il direttore scrutava il suo viso quasi senza piú ascoltare le sue panzane. C’era qualcosa che gli pareva ancora piú inspiegabile del racconto calunnioso, inventato non si sapeva perché, delle avventure di Puškino, e quel qualcosa era un cambiamento nell’aspetto e nei modi dell’amministratore.
Per quanto tirasse sugli occhi la visiera a punta del berretto per tenere in ombra il viso, per quanto si contorcesse col foglio di giornale, il direttore finanziario riuscí a intravedere un enorme livido sul lato destro della faccia, vicino al naso. Inoltre, l’amministratore, solitamente molto colorito, era pallido, di un pallore morboso di gesso, e, nonostante la notte afosa, il suo collo era avvolto da una vecchia sciarpa a righe. Se si aggiunge la ripugnante abitudine, che gli era venuta durante l’assenza, di succhiare e schioccare la bocca, il brusco cambiamento della sua voce, divenuta rozza e sorda, l’espressione furtiva e vigliacca degli occhi, si poteva senz’altro dire che Ivan Savel’evic Varenucha era diventato irriconoscibile.
Qualcosa preoccupava in modo ancora piú bruciante il direttore, però che cosa fosse non riusciva a capirlo per quanto si sforzasse il cervello infiammato e per quanto fissasse Varenucha. Poteva affermare una cosa sola: c’era qualcosa di straordinario e d’innaturale in quel congiungimento dell’amministratore con la ben nota poltrona.
— Be’, alla fine hanno avuto la meglio e l’hanno caricato in macchina, — ronzava Varenucha guardando da dietro il giornale e nascondendo il livido con la palma di una mano.
A un tratto Rimskij tese il braccio e, come se facesse un movimento istintivo, mentre tamburellava con le dita sul tavolo premette con la palma della mano il campanello, e s’irrigidí. Nell’edificio deserto si sarebbe dovuto sentire un secco segnale. Ma il segnale non ci fu e il pulsante affondò senza vita nel piano del tavolo. Il pulsante era morto, il campanello era guasto.
Lo stratagemma del direttore non sfuggí a Varenucha che chiese con un sussulto, mentre nei suoi occhi balenava un chiaro fuoco rabbioso:
— Perché suoni?
— L’ho fatto istintivamente, — rispose con voce sorda il direttore finanziario, ritraendo la mano, e a sua volta chiese con voce vacillante: — che cos’hai alla faccia?
— La macchina ha sbandato, ho urtato contro la maniglia, — rispose Varenucha evitando di guardarlo.
«Mente!» esclamò fra sé il direttore. In quel momento i suoi occhi diventarono tondi e assolutamente folli, ed egli fissò lo schienale della poltrona.
In terra, dietro la poltrona, c’erano due ombre incrociate, una piú densa e piú nera, l’altra debole e grigia. Si riflettevano chiaramente sul pavimento le ombre dello schienale e dei piedi appuntiti della poltrona, ma sopra l’ombra dello schienale mancava l’ombra della testa di Varenucha, cosí come sotto l’ombra dei piedi della poltrona mancava quella delle gambe dell’amministratore.
«Non getta ombra!» urlò tra sé disperato Rimskij. E un tremito lo scosse.
Varenucha guardò furtivamente dietro di sé, seguendo lo sguardo folle di Rimskij oltre lo schienale della poltrona e capí di essere stato scoperto. Si alzò dalla poltrona (cosí pure fece il direttore finanziario) e arretrò di un passo dalla scrivania, stringendo in mano la cartella.
— Hai indovinato, maledetto! Sei sempre stato un dritto, — disse Varenucha con un ghigno cattivo in faccia al direttore, balzò inaspettatamente dalla poltrona verso la porta e rapido spinse in basso il pulsante della serratura di sicurezza. Il direttore guardò disperato dietro di sé, arretrando verso la finestra che dava sul giardino, e in quella finestra inondata di luna vide, pressato contro il vetro il volto di una ragazza nuda e il suo braccio nudo che, infilato nello sportello di aerazione, cercava di spingere il paletto inferiore. Quello superiore era già aperto.
A Rimskij sembrò che la luce della lampada da tavolo si spegnesse e che la scrivania s’inclinasse. Un’ondata gelida lo coprí, ma — per sua fortuna — si dominò e non cadde. Il resto delle sue forze gli bastò per sussurrare, ma non gridare:
— Aiuto…
Varenucha, che stava di guardia alla porta, faceva dei salti, fermandosi a lungo a mezz’aria e ondeggiando. Con le dita adunche faceva dei segni a Rimskij, sibilava e schioccava le labbra, ammiccava alla ragazza alla finestra.
Quella si affrettò, infilò la testa rossa nello sportellino, allungò il braccio piú che poté, cominciò a graffiare il paletto inferiore e a scuotere l’intelaiatura. Il braccio cominciò ad allungarsi come se fosse di gomma e si coprí di macchie verdi cadaveriche. Finalmente, le verdi dita della morta afferrarono la sfera del paletto, la spostarono e la finestra cominciò ad aprirsi. Rimskij gettò un debole grido, si appoggiò al muro e protese la cartella come uno scudo. Capiva che era giunta la sua ultima ora.
La finestra si spalancò, e invece della frescura notturna e dell’aroma dei tigli irruppe nella camera un odore di caritina. La defunta mise un piede sul davanzale. Rimskij vedeva distintamente le macchie di decomposizione sul suo petto.
In quel momento giunse dal giardino il gaio e inatteso chicchirichí di un gallo, dal basso edificio dietro il tirassegno dove erano tenuti i volatili che prendevano parte allo spettacolo. Il tonante gallo ammaestrato gridava per annunciare che verso Mosca da oriente avanzava l’alba.
Una furia selvaggia contorse il volto della ragazza, che lanciò una rauca imprecazione, mentre presso la porta Varenucha sospeso a mezz’aria, strillò e ricadde a terra.
Il chicchirichí del gallo si ripeté, la ragazza batté i denti, e i capelli rossi le si rizzarono sulla testa. Al terzo canto del gallo si voltò e volò via. Imitandola, Varenucha fece un salto e si stese orizzontalmente a mezz’aria, come un cupido in volo, e scivolò lentamente fuori della finestra passando sopra la scrivania.
Con i capelli bianchi come la neve, senza neanche un filo nero, il vecchio che poc’anzi era stato Rimskij corse verso la porta, premette il pulsante, aprí un battente e prese a correre lungo il corridoio buio. All’angolo che dava sulla scala, gemendo di terrore cercò a tastoni l’interruttore, e la scala s’illuminò. Sulla scala, il vecchio tremante e traballante cadde, perché gli era parso che Varenucha gli fosse morbidamente sceso addosso.
Giunto in basso, Rimskij vide l’inserviente di guardia addormentato su una sedia presso la biglietteria dell’ingresso. Gli passò davanti sulla punta dei piedi e scivolò fuori del portone principale. Per strada si riprese un po’. Tornò in sé al punto che, afferrandosi la testa, riuscí a capire di aver dimenticato il cappello nell’ufficio.
S’intende che non tornò a prenderlo ma corse ansimando, attraverso la larga via, verso l’angolo opposto vicino al cinema, presso il quale baluginava una fievole luce rossastra. Un minuto dopo le era accanto. Nessuno gli aveva portato via il tassí.
— Al rapido di Leningrado, le darò la mancia, — disse il vecchio respirando con sforzo e comprimendosi il cuore.
— Vado in rimessa, — rispose con odio il tassista e si girò dall’altra parte.
Rimskij allora aprí la cartella, ne tirò fuori cinquanta rubli e li tese all’autista attraverso il finestrino aperto.
Pochi istanti dopo, la macchina sferragliante volava come un turbine lungo la circonvallazione della Sadovaja. Il passeggero era sbatacchiato sul sedile, e nel frammento di specchietto retrovisivo, Rimskij vedeva ora gli occhi pieni di gioia dell’autista, ora i propri dall’espressione folle.
Balzato fuori dalla macchina davanti alla stazione Rimskij gridò al primo facchino col grembiule bianco e la piastra metallica che incontrò:
— Prima classe, un biglietto, trenta rubli di mancia, — tirava fuori dalla cartella banconote, stropicciandole, — se non c’è la prima, la seconda… se no, la terza!
L’uomo dalla piastra, voltandosi a guardare l’orologio luminoso, strappava le banconote di mano a Rimskij.
Cinque minuti dopo, da sotto la tettoia di vetro della stazione sparí il rapido, dissolvendosi completamente nell’oscurità. Col rapido scomparve anche Rimskij.
CAPITOLO QUINDICESIMO Il sogno di Nikanor Ivanovič
Non è difficile indovinare che il grassone dalla faccia purpurea sistemato nella stanza 119 della clinica era Nikanor Ivanovič Bosoj.
Dal professor Stravinskij però non era capitato subito ma solo dopo essere stato in un altro luogo. Di quest’altro luogo a Nikanor Ivanovič rimase poco nella memoria. Ricordava solo una scrivania, un armadio e un divano.
Lí con Nikanor Ivanovič, che aveva la vista torbida per l’afflusso di sangue e l’eccitazione psichica, fu avviata una conversazione, ma la conversazione riuscí alquanto strana confusa, anzi non riuscí affatto.
La prima domanda che gli fu posta era:
— Lei è Nikanor Ivanovič Bosoj, presidente del Comitato della casa n. 302 bis sulla Sadovaja?
Con una risata spaventosa, Nikanor Ivanovič rispose testualmente:
— Sono Nikanor, naturalmente, proprio Nikanor! Ma che razza di presidente sono mai io?
— Come sarebbe a dire? — chiesero, socchiudendo gli occhi.
— Sarebbe a dire, — rispose, — che se fossi presidente avrei dovuto capire subito che lui era il maligno! Se no, bella roba! Gli occhiali a molla erano rotti, lui era tutto stracciato, come poteva essere l’interprete di uno straniero?
— Di chi sta parlando? — gli chiesero.
— Korov’ev! — esclamò Nikanor Ivanovič. — Si è installato nell’appartamento n. 50! Scrivete: Korov’ev! Bisogna subito arrestarlo! Scrivete: interno 6. È lí.
— Dove ha preso la valuta straniera? — chiesero cordialmente a Nikanor Ivanovič.
— Dio è verità, Dio è sapienza, — disse Nikanor Ivanovič, — lui vede tutto, e ben mi sta. Non ho mai avuto in mano della valuta straniera, non sospettavo neanche che cosa fosse! Il signore mi punisce dei miei peccati, — continuava Nikanor Ivanovič con sentimento, ora sbottonando ora abbottonando la camicia, ora facendosi il segno della croce, — sí, prendevo le bustarelle! Le prendevo, ma solo coi nostri soldi sovietici! Alloggiavo la gente a pagamento, non lo nego, è capitato. Bravo anche il nostro segretario Proleznev, bravo anche lui! Ma sí, diciamolo apertamente, tutti ladri nell’amministrazione della casa… Ma la valuta straniera non l’ho mai presa!
Alla preghiera di non fare lo stupido e di raccontare invece come avessero fatto i dollari a finire nel condotto di aerazione, Nikanor Ivanovič si mise in ginocchio e cominciò a oscillare, spalancando la bocca, come se avesse voluto inghiottire un’assicella del parquet.
— Volete? — borbottò. — Mangerò la terra, ma non li ho avuti. Quanto a Korov’ev, è il diavolo!
Ogni pazienza ha i suoi limiti, e dietro la scrivania avevano già alzato la voce e avevano fatto capire a Nikanor Ivanovič che era ora di non parlare piú turco.
A questo punto la stanza col divano fu invasa da un urlo atroce di Nikanor Ivanovič che era scattato in piedi:
— Eccolo! Eccolo dietro l’armadio! Sghignazza! I suoi occhiali a molla!… Pigliatelo! Benedite la casa!
Il sangue defluí dal volto di Nikanor Ivanovič. Tremando, faceva segni della croce nell’aria, si gettava verso la porta e tornava indietro, poi cominciò a cantare una preghiera, e infine sragionò del tutto.
Divenne lampante che Nikanor Ivanovič non era atto a sostenere alcuna conversazione. Fu condotto via e sistemato in una stanza isolata, dove si calmò un po’ e si limitò a pregare e a singhiozzare.
Andarono naturalmente sulla Sadovaja e visitarono l’appartamento n. 50. Ma di Korov’ev non trovarono traccia, e nessuno in casa lo conosceva o lo aveva visto. L’appartamento occupato dal defunto Berlioz, nonché da Lichodeev partito per Jalta, era vuoto, e nello studio penzolavano pacifici sugli armadi i sigilli intatti. Lasciarono quindi la Sadovaja, e in loro compagnia, confuso e disfatto, se ne andò Proleznev, il segretario dell’amministrazione della casa.
Alla sera Nikanor Ivanovič fu portato alla clinica di Stravinskij. Là si comportò con tanta irrequietezza che dovettero fargli un’iniezione secondo la ricetta del primario e solo dopo mezzanotte Nikanor Ivanovič si addormentò nella stanza 119, emettendo a intervalli pesanti urli di sofferenza.
Ma piú passava il tempo, piú il suo sonno si faceva tranquillo. Cessò di rivoltarsi e di gemere, il respiro gli si fece profondo e regolare, e lo lasciarono solo.
Allora Nikanor Ivanovič fu visitato da un sogno, alla cui base stavano certamente le vicissitudini della giornata. Prima Nikanor Ivanovič vide degli uomini con trombe d’oro in mano che lo conducevano, e con grande solennità verso una grande porta rivestita di pelle lucida. Presso la porta gli accompagnatori suonarono una fanfara in suo onore, poi una rimbombante voce di basso venuta dal cielo disse allegramente:
— Benvenuto, Nikanor Ivanovič, consegni la valuta straniera.
Con estrema sorpresa, Nikanor Ivanovič vide sopra di sé un altoparlante nero.
Poi, chi sa perché, si ritrovò in una sala di teatro, dove, sul soffitto dorato, rilucevano lampadari di cristallo e alle pareti, delle appliques. Tutto era a posto, come si addice a un teatro di piccole dimensioni ma molto fastoso. C’era un palcoscenico, nascosto da un sipario di velluto, il cui fondo di color rosso era cosparso, come un cielo di stelle, di disegni ingranditi di monete d’oro, c’era la buca del suggeritore e perfino il pubblico.
Nikanor Ivanovič fu sorpreso dal fatto che tutto il pubblico fosse di un solo sesso, quello maschile, e che tutti avessero la barba. Stupiva inoltre il fatto che la platea non avesse sedie, e tutto il pubblico fosse seduto sul pavimento, lucidato alla perfezione e scivoloso.
Imbarazzato in quella nuova e numerosa compagnia, Nikanor Ivanovič, dopo qualche esitazione, seguí l’esempio generale e si sedette alla turca sul parquet, trovandosi un posticino tra un omaccione dalla barba rossiccia e un altro signore pallido e setoloso. Nessuno dei presenti rivolse attenzione al nuovo spettatore.
Si udí il dolce trillo di una campanella, nella sala la luce si spense, il sipario si alzò e si vide il palcoscenico illuminato, con una poltrona e un tavolino sul quale c’era una campanella d’oro, e con lo sfondo di compatto velluto nero.
Dalle quinte uscí un attore in smoking, rasato di fresco e pettinato con la scriminatura, giovane e dai lineamenti assai gradevoli. Il pubblico nella sala si animò, e tutti si voltarono verso il palcoscenico. L’attore si avvicinò alla buca del suggeritore e si fregò le mani.
— Siete ancora qui? — chiese con morbida voce baritonale e sorrise alla sala.
— Siamo qui, — gli risposero in coro tenori e bassi.
— Hmmm… — disse pensieroso l’attore. — Come fate a non essere stufi, non riesco a capirlo! Tutta la gente normale se ne va a spasso per le vie, si gode il sole e il tepore primaverile, e voi ve ne state qui in una sala afosa. Possibile che il programma sia cosí interessante? Del resto, ognuno ha i suoi gusti, — concluse filosoficamente l’attore.
Poi cambiò il tono e il timbro di voce, e dichiarò con sonorità e allegria:
— Dunque il numero successivo del nostro programma è Nikanor Ivanovič Bosoj, presidente del Comitato di casa e gerente di una mensa dietetica. Prego, Nikanor Ivanovič!
Un applauso unanime rispose all’attore. Sorpreso, Nikanor Ivanovič sbarrò gli occhi, mentre il presentatore, proteggendosi con una mano dalle luci della ribalta, lo trovò con lo sguardo tra coloro che erano seduti e con un affabile segno d’un dito lo invitò sul palcoscenico. E Nikanor Ivanovič, senza sapere come, vi si ritrovò. I suoi occhi furono colpiti dal basso e di fronte dalla luce di lampadine variopinte, e la sala col pubblico sprofondò immediatamente nell’oscurità.
— Su, Nikanor Ivanovič, dia il buon esempio, — disse il giovane attore con fare cordiale, — consegni la valuta.
Si fece silenzio. Nikanor Ivanovič riprese fiato e disse sommesso:
— Giuro su dio che…
Ma non fece in tempo a pronunciare queste parole che la sala intera scoppiò in grida d’indignazione. Nikanor Ivanovič si confuse e tacque.
— Se ho capito, — disse l’uomo che dirigeva il programma, — lei voleva giurare su dio che non ha valuta? — e guardò Nikanor Ivanovič con simpatia.
— Proprio cosí, non ne ho, — rispose Nikanor Ivanovič.
— Bene, — rispose l’attore, — ma… scusi l’indiscrezione, da dove sono saltati fuori i quattrocento dollari scoperti nel gabinetto dell’appartamento abitato esclusivamente da lei e da sua moglie?
— Sono magici! — disse qualcuno con tono chiaramente ironico nel buio della sala.
— Proprio cosí, sono magici, — rispose timido Nikanor Ivanovič, rivolto non si sa bene a chi, se all’attore o alla sala buia, e chiarí: — Lo spirito maligno, l’interprete a quadretti me li ha rifilati.
Di nuovo la sala urlò con indignazione. Quando ritornò il silenzio, l’attore disse:
— Ecco quali favole di La Fontaine mi tocca sentire! Hanno rifilato quattrocento dollari! Voi qui siete tutti trafficanti di valuta, e mi rivolgo a voi come specialisti: è concepibile una cosa simile?
— Noi non siamo trafficanti di valuta, — echeggiarono singole voci offese nel teatro, — ma non è concepibile!
— Sono completamente del vostro parere, — disse con risolutezza l’attore, — e vi chiedo: che cosa si può rifilare?
— Un trovatello! — gridò qualcuno in sala.
— Giustissimo, — confermò il presentatore, — un trovatello, una lettera anonima, un proclama, una bomba a orologeria, chissà che cos’altro ancora, ma quattrocento dollari non li rifilerà nessuno, perché un idiota simile non esiste al mondo, — e rivolgendosi a Nikanor Ivanovič l’attore aggiunse con voce accorata e piena di rimprovero: — Lei mi ha rattristato, Nikanor Ivanovič, io facevo affidamento su di lei. Pazienza, il nostro numero non è riuscito.
Nella sala si udirono fischi all’indirizzo di Nikanor Ivanovič.
— È un trafficante di valuta, — gridavano nella sala, — per colpa di gente simile soffriamo anche noi che siamo innocenti!
— Non lo sgridate, — disse con dolcezza il presentatore — si pentirà — . E volgendo verso Nikanor Ivanovič gli occhi azzurri pieni di lacrime, aggiunse: — Su, Nikanor Ivanovič, torni al suo posto.
Poi l’attore suonò la campanella e dichiarò con voce forte:
— Intervallo, farabutti!
Profondamente scosso, Nikanor Ivanovič che, senza aspettarselo, aveva preso parte a un programma teatrale, si ritrovò al suo posto seduto in terra. Qui sognò che la sala s’immergeva in un buio completo, e che sulle pareti s’imprimevano rosse parole di fuoco: «Consegnate la valuta!» Poi si rialzò il sipario e il presentatore invitò:
— S’accomodi sul palcoscenico, Sergej Gerardovič Dunčil’ era un uomo sulla cinquantina, di bell’aspetto, ma molto trascurato.
— Sergej Gerardovič, — gli si rivolse il presentatore, — è già un mese e mezzo che lei sta seduto qui, rifiutando ostinatamente di consegnare la valuta che le è rimasta, valuta di cui il paese ha bisogno, mentre a lei non serve a niente. Eppure lei s’incaponisce. Lei è una persona colta, capisce tutto questo alla perfezione, eppure non mi vuole venire incontro.
— Purtroppo non posso fare niente in quanto non ho piú valuta, — rispose tranquillo Dunčil’.
— Allora, non avrebbe almeno dei brillanti? — chiese l’attore.
— Neppure brillanti.
L’attore chinò la testa e rimase pensieroso, poi batté le mani. Dalle quinte uscí sul palcoscenico una signora di mezza età, vestita alla moda, cioè con un cappotto senza colletto e un minuscolo cappellino. La signora aveva un’aria allarmata, mentre Dunčil’ la guardava senza battere ciglio.
— Chi è questa signora? — chiese il direttore del programma a Dunčil’.
— Mia moglie, — rispose dignitoso Dunčil’, e guardò il lungo collo della signora con un certo ribrezzo.
— L’abbiamo disturbata, madame Dunčil’, — si rivolse il presentatore alla signora, — per il seguente motivo: volevamo chiederle se suo marito ha ancora della valuta.
— Ha consegnato tutto quella volta, — rispose emozionata madame Dunčil’.
— Bene, — disse l’attore, — se è cosí, va bene. Se ha consegnato tutto, dobbiamo immediatamente separarci da Sergej Gerardovič, non c’è niente da fare! Se lo desidera, può lasciare il teatro, Sergej Gerardovič, — e l’attore fece un gesto maestoso.
Dunčil’ si voltò tranquillo e dignitoso, e si diresse verso le quinte.
— Un momento! — lo fermò il presentatore, — mi permetta, a mo’ di saluto, di farle vedere ancora un numero del nostro programma, — e batté di nuovo le mani.
Il fondale nero si scostò, e sul palcoscenico apparve una giovane e bellissima donna vestita da sera, che teneva in mano un piccolo vassoio d’oro su cui giaceva uno spesso involto legato con un nastrino, e una collana di brillanti che lanciava in ogni direzione bagliori azzurri, gialli e rossi.
Dunčil’ arretrò di un passo, e il suo volto si coprí di pallore. La sala si fece silenziosa.
— Diciottomila dollari e una collana del valore di quarantamila rubli-oro, — dichiarò solennemente l’attore — erano depositati da Sergej Gerardovič nella città di Char’kov, nell’appartamento della sua amante Ida Gerkulanovna Vors, che abbiamo il piacere di vedere qui davanti a noi, e che ha avuto la gentilezza di aiutarci a scoprire questi tesori inestimabili, sebbene inutilizzabili nelle mani di un privato cittadino. Molte grazie, Ida Gerkulanovna.
La bella, sorridendo, fece scintillare i denti, e le sue folte ciglia ebbero un fremito.
— E sotto la sua maschera piena di dignità, — l’attore si rivolse a Dunčil’, — si nasconde un avido ragno e un furfante e un impostore di tre cotte. Lei ha rotto le scatole a noi tutti per un mese e mezzo con la sua ottusa ostinazione. Adesso vada a casa, e l’inferno che le farà passare la sua consorte sia la sua punizione.
Dunčil’ barcollò e sembrava che stesse per cadere, ma mani compassionevoli lo afferrarono. A questo punto calò il sipario e nascose tutti coloro che erano sul palcoscenico.
Applausi frenetici scossero la sala al punto che a Nikanor Ivanovič sembrò che nei lampadari ballassero le luci. E quando il sipario si alzò, sul palcoscenico non c’era piú nessuno all’infuori dell’attore. Egli riscosse una seconda salva di applausi, s’inchinò e disse:
— Nella persona di questo Dunčil’, avete visto nel nostro programma un tipico somaro. Avevo pur avuto il piacere di dire ieri che è assurdo tenere nascosta della valuta. Nessuno può utilizzarla in nessun caso, ve lo assicuro. Prendiamo per esempio, questo Dunčil’. Ha un ottimo stipendio e non gli manca nulla. Ha un bellissimo appartamento, una moglie e una splendida amante. Ebbene no! Invece di vivere tranquillo e pacifico, senza grane, dopo aver consegnato valuta straniera e pietre preziose, questo avido imbecille si è fatto smascherare in pubblico, e per coronare il tutto si è procurato grossi guai in famiglia. Dunque, chi consegna? Non ci sono volontari? In tal caso, passiamo al numero successivo del nostro programma: il celebre attore drammatico Savva Potapovič Kurolesov, appositamente invitato, reciterà brani dal Cavaliere avaro del poeta Puskin.
L’annunciato Kurolesov non tardò a comparire sul palcoscenico. Era un uomo massiccio e carnoso, con la testa rasata, in frac e cravatta bianca. Senza alcun preambolo egli fece il volto cupo, aggrottò le ciglia e disse con voce innaturale, guardando la campanella d’oro:
Come un giovane bellimbusto aspetta
Un convegno con donna scaltra e dissoluta…
E Kurolesov raccontò di sé molte cose sgradevoli. Nikanor Ivanovič sentí confessare che una povera vedova lo implorava, inginocchiata davanti a lui sotto la pioggia, ma senza commuovere l’arido cuore dell’attore.
Prima di questo sogno, Nikanor Ivanovič non conosceva minimamente le opere del poeta Puskin, ma conosceva benissimo l’uomo e ogni giorno pronunciava piú volte frasi come: «E l’affitto, lo paga Puskin?» oppure «La lampadina della scala, l’avrà svitata Puskin!», «La nafta, è Puskin che la compera?»…
Adesso, fatta conoscenza con una delle sue opere, Nikanor Ivanovič divenne triste, si immaginò la donna in ginocchio, con gli orfani, sotto la pioggia, e pensò involontariamente: «Un bel tipo, però, quel Kurolesov!»
Quello frattanto, alzando sempre piú la voce, continuava a confessare e fece perdere del tutto il filo a Nikanor Ivanovič, perché a un tratto cominciò a rivolgersi a qualcuno che sul palcoscenico non c’era, rispondeva a se stesso a nome di quell’assente, chiamando se stesso a volte signore, a volte barone, a volte padre, a volte figlio, ogni tanto usando il tu, ogni tanto il lei.
Nikanor Ivanovič capí una cosa sola: che l’attore moriva di una brutta morte, gridando: «Le chiavi, le chiavi!» dopo di che cadeva in terra rantolando e strappandosi con precauzione la cravatta.
Dopo essere morto, Kurolesov si alzò, si scosse la polvere dai pantaloni del frac, salutò con un sorriso falso, e si allontanò accompagnato da rari applausi. Il presentatore disse:
— Abbiamo sentito, nella meravigliosa interpretazione di Savva Potapovič, Il cavaliere avaro. Quel cavaliere sperava che vispe ninfe sarebbero corse da lui e che sarebbero avvenute molte altre cose piacevoli dello stesso tipo. Invece, come avete visto, niente di tutto questo è avvenuto nessuna ninfa è corsa da lui, le muse non gli hanno dato il loro tributo, ed egli non ha innalzato alcun palazzo, anzi ha fatto una bruttissima fine, è crepato per un colpo sopra i suoi forzieri pieni di valuta straniera e di pietre preziose. Vi avverto che anche a voi capiterà qualcosa di simile, se non di peggio, se non consegnerete la valuta!
Fosse l’arte poetica di Puskin ad avere tanta efficacia oppure il prosaico discorso del presentatore, fatto sta che dalla sala si udí a un tratto salire una voce timida:
— Consegno la valuta.
— Si accomodi sul palcoscenico, — invitò urbanamente il presentatore fissando la sala buia.
Sul palcoscenico apparve un signore biondo di bassa statura che, a giudicare dal volto, non si radeva da tre settimane.
— Scusi, come si chiama? — s’informò il presentatore.
— Nikolaj Kanavkin, — rispose timido il nuovo venuto.
— Ah! Piacere, signor Kanavkin. Dunque?…
— Consegno, — disse sottovoce Kanavkin.
— Quanto?
— Mille dollari e venti pezzi d’oro da dieci rubli.
— Bravo! È tutto quello che ha?
Il direttore del programma fissò negli occhi Kanavkin, e a Nikanor Ivanovič sembrò persino che da quegli occhi sprizzassero raggi che trafiggevano Kanavkin come raggi Roentgen. La sala tratteneva il respiro.
— Ci credo! — esclamò infine l’attore e spense il suo sguardo, — ci credo! Questi occhi non mentono! Quante volte ve l’ho detto: il vostro errore fondamentale sta nel sottovalutare l’importanza degli occhi umani. Capite, la lingua può nascondere la verità, ma gli occhi mai! Vi rivolgono una domanda inaspettata, voi, senza battere ciglio, in un secondo, vi padroneggiate e sapete che cosa bisogna dire per nascondere la verità, e lo dite nel modo piú convincente, non un muscolo del vostro volto si muove, ma, ahimè, la verità smossa dalla domanda balza per un istante dal fondo dell’anima negli occhi, e tutto è finito! Essa è stata notata, e voi ci siete cascati!
Dopo aver pronunciato con molto ardore questo convincente discorso, l’attore domandò cordialmente a Kanavkin:
— Dove li ha nascosti?
— Da mia zia, la Porochovnikova, sulla Prečistenka.
— Ah! E… aspetti… da Klavdija Il’inišna, vero?
— Sí.
— Ah sí, sí, sí, sí. Una piccola palazzina? Con un giardinetto di fronte? Sí, certo, la conosco, la conosco benissimo! Dove li ha ficcati?
— In cantina, in una scatola di cioccolatini…
L’attore alzò le braccia al cielo.
— Si è mai visto una cosa simile! — esclamò rattristato. Ma saranno coperti di muffa, fradici d’umidità! Come si fa ad affidare della valuta a gente cosí? Eh? Veri bambini! Parola d’onore!…
Kanavkin capiva anche troppo bene che aveva fatto una figuraccia, e reclinò la testa irsuta.
— Il denaro, — continuava l’attore, — va tenuto nella banca di stato, in ambienti appositi, asciutti e ben sorvegliati, non nella cantina della zia dove, tra l’altro, lo possono rosicchiare i topi. Davvero, si vergogni, Kanavkin! E sí che è un uomo!
Kanavkin non sapeva piú dove nascondersi, e si tormentava con un dito il risvolto della giacchetta.
— E va bene, — si addolcí l’attore, — non rivanghiamo il passato… — e aggiunse inaspettatamente: — Già, a proposito… per pigliare due piccioni con una fava… Cosí non mandiamo la macchina avanti e indietro… quella sua zia, ne ha anche lei, no?
Kanavkin, che non si aspettava assolutamente che la conversazione prendesse questa piega, sobbalzò, e nel teatro si fece silenzio.
— Ehi, Kanavkin… — disse il presentatore con tono che era di rimprovero e di affabilità, — e io che la stavo lodando! È partito bene, e a un tratto si ferma! È un assurdo, Kanavkin! Ma se ho appena parlato degli occhi! Si vede che la zia ne ha. Ma perché lei ci tormenta inutilmente? — Ne ha! — esclamò baldanzoso Kanavkin.
— Bravo! — gridò il presentatore.
— Bravo! — ululò spaventosamente la sala.
Quando fu tornato il silenzio, il presentatore si congratulò con Kanavkin, gli strinse la mano, gli propose di portarlo in macchina a casa sua in città, e ordinò a qualcuno tra le quinte di andare con la stessa macchina a prendere la zia per pregarla di intervenire nel programma del teatro femminile.
— Già, volevo chiedere, la zia non le ha detto dove nasconde i suoi? — s’informò il presentatore, offrendo amabilmente a Kanavkin una sigaretta e un fiammifero acceso. Quello, accendendo la sigaretta, sorrise con una certa aria malinconica.
— Ci credo, ci credo, — rispose l’attore con un sospiro, — quella vecchia spilorcia non solo al nipote, ma neanche al diavolo lo direbbe! Be’, cercheremo di risvegliare in lei sentimenti umani. Può darsi che non tutte le corde siano marcite nella sua animuccia di strozzina. Tante cose, Kanavkin.
Felice, Kanavkin se ne andò. L’attore s’informò se vi fossero altri presenti desiderosi di consegnare la valuta, ma in risposta ebbe solo silenzio.
— Cervelli bislacchi, parola d’onore! — disse l’attore stringendosi nelle spalle, e il sipario lo nascose.
Le lampade si spensero, per un po’ di tempo fu buio, e da lontano giungeva una nervosa voce tenorile che cantava:
Vi giacciono mucchi d’oro e mi appartengono…
Poi giunse per due volte, chi sa da dove, un sordo fragore di applausi.
— Nel teatro femminile, una signora sta consegnando, — disse inaspettatamente il barbuto vicino di Nikanor Ivanovič, e con un sospiro aggiunse: — Eh, se non fosse per le mie oche!… Io, caro mio, a Ljanozovo ho delle oche da combattimento… ho paura che senza di me crepino. È un uccello battagliero, delicato, che ha bisogno di cure… Eh, se non fosse per le oche!… Non è con Puskin che mi fanno impressione… — e sospirò di nuovo.
Poi la sala s’illuminò, e Nikanor Ivanovič sognò che da tutte le porte sbucavano cuochi con berretti bianchi e mestoli in mano. Degli aiuti-cuochi portarono in sala un bidone di minestra e un tavolino con pane nero affettato. Gli spettatori si animarono. Gli allegri cuochi guizzavano tra gli spettatori, versando la minestra in scodelle e distribuendo il pane.
— Pranzate, ragazzi! — gridavano i cuochi, — e consegnate la valuta! Perché state qui a perdere tempo? Che gusto a mandar giú questa sbobba! Andate a casa vostra, vuotate un bicchierino, ci mangiate sopra e subito vi sentite bene!
— Tu, padre, che ci stai a fare qui? — si rivolse direttamente a Nikanor Ivanovič un cuoco grasso con il collo purpureo porgendogli una scodella, dove nel liquido galleggiava solitaria una foglia di cavolo.
— Non ne ho, non ne ho! — urlò Nikanor Ivanovič con voce terribile, — lo vuoi capire che non ne ho!
— Non ne hai? — ringhiò il cuoco con minacciosa voce di basso, — non ne hai? — chiese con tenera voce femminile, — non ne hai, non ne hai! — mormorò tranquillizzante trasformandosi nell’infermiera Praskov’ja Fëdorovna.
Quella stava delicatamente scuotendo per una spalla Nikanor Ivanovič che gemeva nel sonno. Allora si dissolsero i cuochi e crollò il teatro con il sipario. Attraverso le lacrime Nikanor Ivanovič vide la sua camera nella clinica, e due uomini in camice bianco, ma non erano i disinvolti cuochi che ficcavano il naso negli affari degli altri per dare consigli, ma il dottore e la stessa Praskov’ja Fëdorovna che in mano teneva non una scodella, ma un piattino coperto di garza, con una siringa.
— Ma guardate che roba, — diceva amaramente Nikanor Ivanovič mentre gli facevano l’iniezione, — non ne ho, punto e basta. Gliela dia Puskin, la valuta. Non ne ho!
— Non ne ha, non ne ha, — lo calmava la buona Praskov’ja Fëdorovna, — se non ne ha, non se ne parli piú.
Nikanor Ivanovič si sentí meglio dopo l’iniezione, e si addormentò senza piú sognare.
Ma a causa delle sue grida, l’irrequietezza si trasmise alla stanza 120, il cui ricoverato si svegliò e cominciò a cercare la propria testa; nella 118, il Maestro sconosciuto cominciò ad agitarsi e a torcersi le mani in un accesso di angoscia, mentre guardava la luna e ricordava l’ultima amara notte autunnale della sua vita, la striscia di luce sotto la porta dello scantinato e i capelli disfatti.
Attraverso il balcone, l’inquietudine passò dalla 118 alla stanza di Ivan, ed egli si svegliò e cominciò a piangere.
Ma il medico calmò presto tutti gli irrequieti malati di mente ed essi si addormentarono. L’ultimo ad assopirsi fu Ivan, quando già albeggiava sul fiume. Dopo i medicinali che avevano inebriato il suo corpo, la calma lo avvolse come un’ondata e lo ricoprí. Il suo corpo si alleggerí, e sul suo capo come una tiepida brezza soffiò la sonnolenza. Si addormentò, e l’ultima cosa che udí da sveglio fu il cinguettio antelucano degli uccelli nel bosco. Ma ben presto essi tacquero, ed egli sognò che il sole si stava già abbassando sul Calvario e il monte era circondato da un duplice cordone di truppe…
CAPITOLO SEDICESIMO Il supplizio
Il sole si stava già abbassando sul Calvario, e il monte era circondato da un duplice cordone di truppe.
La coorte alaria di cavalleria, che aveva tagliato la strada al procuratore verso mezzogiorno, si diresse al trotto in direzione della Porta di Hebron. La strada le era già stata preparata. I fanti della coorte di Cappadocia avevano premuto ai lati l’assembramento di uomini, muli e cammelli, e trottando e sollevando fino al cielo colonne bianche di polvere, i cavalieri giunsero all’incrocio di due strade: quella del sud, che portava a Betfage, e quella di nord-ovest. Gli stessi cappadoci erano disseminati ai bordi della strada e ne avevano tempestivamente cacciato da parte tutte le carovane che si affrettavano a raggiungere Jerushalajim per la festa. Folle di pellegrini stavano dietro ai soldati, avendo abbandonato le provvisorie tende a righe piantate direttamente sull’erba. Dopo aver fatto circa un chilometro, l’alaria superò la seconda coorte della Legione Fulminante e, dopo aver percorso un altro chilometro giunse per prima ai piedi del Calvario. Qui si appiedò. Il comandante la divise in plotoni, che circondarono tutta la base della bassa collina, lasciando libera soltanto la via di accesso dalla strada di Giaffa.
Poco tempo dopo giunse alla collina la seconda coorte, e prese posizione piú in alto, accerchiandone la cima.
Infine giunse la centuria al comando di Marco l’Ammazzatopi. Camminava, allungata su due file ai lati della strada e tra queste, scortati dalla guardia segreta, avanzavano su un carro i tre condannati con delle assicelle bianche al collo, su ognuna delle quali era scritto «ladrone e ribelle» nelle due lingue, aramaica e greca.
Il carro dei condannati era seguito da altri, carichi di pali squadrati di fresco con traverse, di corde, di pale, di secchi e di asce. Su questi carri si trovavano i sei boia. In coda cavalcavano il centurione Marco, il capo delle guardie del tempio di Jerushalajim e l’uomo col cappuccio con cui Pilato aveva avuto un fugace abboccamento nella stanza oscurata del palazzo.
La processione si chiudeva con una fila di soldati, e dietro veniva una folla di circa duemila curiosi che non avevano avuto paura di quel caldo infernale e desideravano assistere all’interessante spettacolo. A questi curiosi della città si erano aggiunti ora i pellegrini curiosi, liberamente accolti nella coda della processione. Il corteo prese a salire sul Calvario, accompagnato dalle grida acute degli araldi che accompagnavano la colonna e gridavano ciò che Pilato aveva proclamato a mezzogiorno circa.
L’alaria lasciò passare tutti, mentre la seconda centuria lasciò passare oltre soltanto quelli che avevano a che fare col supplizio, poi, con una rapida manovra, disperse intorno a tutta la collina la folla in modo che questa venne a trovarsi tra lo sbarramento di fanteria in alto e quello di cavalleria in basso. Adesso potevano vedere il supplizio attraverso il rado cordone dei fanti.
Cosí, erano passate piú di tre ore dal momento dell’ascesa al Calvario e il sole si stava già abbassando su di esso ma il caldo era ancora insopportabile e i soldati di entrambi gli sbarramenti ne soffrivano, languivano di noia e in cuor loro maledicevano i tre ladroni, augurando loro sinceramente una rapidissima morte. Con la fronte madida e la camicia bianca scura di sudore sulla schiena, il piccolo comandante dell’alaria, che si trovava ai piedi della collina presso l’accesso aperto, si avvicinava ogni momento all’otre di cuoio del primo plotone, ne attingeva l’acqua con le mani, beveva e si bagnava il turbante. Dopo aver ottenuto cosí qualche sollievo, si allontanava e riprendeva a percorrere avanti e indietro la strada polverosa che portava alla cima. La sua lunga spada batteva sullo stivale di pelle allacciato. Il comandante voleva dare ai suoi uomini un esempio di resistenza, ma, preso da compassione per i soldati, permise loro di formare, con le lance piantate in terra, delle piramidi e di gettarvi sopra i mantelli bianchi. Sotto quelle specie di tende i siriani si ripararono dal sole spietato. I secchi si vuotavano rapidamente, e i cavalieri dei vari plotoni andavano a turno a prendere acqua nel burrone alle falde della collina dove all’ombra rada di scarni gelsi un ruscelletto torbido viveva le sue ultime ore in quel diabolico caldo. Si trovavano lí, seguendo l’instabile ombra, e si annoiavano i guardiani di cavalli, che tenevano per le redini i loro animali fattisi docili.
La noia dei soldati e le loro ingiurie all’indirizzo dei ladroni erano comprensibili. I timori del procuratore circa i disordini che avrebbero potuto avvenire in occasione del supplizio nell’odiosa città di Jerushalajim per fortuna non si erano avverati. E quando trascorse la terza ora del supplizio, tra i due sbarramenti — quello superiore di fanteria e quello di cavalleria — alle falde della collina non era rimasta, contrariamente ad ogni aspettativa, neppure una persona. Il sole aveva riarso la folla e l’aveva ricacciata a Jerushalajim. Oltre gli sbarramenti delle due centurie romane si trovavano soltanto due cani che non si sapeva a chi appartenessero e perché fossero capitati sulla collina. Ma anch’essi erano spossati dal caldo, e si erano sdraiati, con le lingue penzoloni, respirando pesantemente, senza prestare la minima attenzione alle lucertole dal dorso verde, gli unici esseri che non temevano il sole e correvano qua e là tra le rocce infuocate e le piante che, coperte di grosse spine, strisciavano sul terreno.
Nessuno aveva fatto il tentativo di liberare i condannati, né a Jerushalajim, gremita di truppe, né qui, sulla collina circondata, e la folla era rientrata in città, perché non c’era davvero nulla d’interessante in quel supplizio, mentre là, in città, erano già in corso i preparativi per la grande festa di Pasqua che doveva avere inizio alla sera.
La fanteria romana della fila superiore soffriva ancora piú della cavalleria. L’unico permesso che il centurione Ammazzatopi aveva concesso ai soldati era stato quello di togliersi gli elmi e di coprirsi con fasce bianche bagnate d’acqua, ma i soldati dovevano stare in piedi con le lance in mano. Lui stesso, con una fascia identica, ma asciutta, passeggiava avanti e indietro vicino al gruppo dei boia, senza neanche essersi tolto dalla tunica le teste di leone d’argento, senza essersi tolto le gambiere, la spada e il pugnale. Il sole cadeva a piombo sul centurione senza causargli il minimo danno, ed era impossibile posare lo sguardo sulle teste leonine, perché gli occhi venivano smangiati dall’abbagliante scintillio dell’argento che pareva bollire al sole.
Il volto deturpato dell’Ammazzatopi non esprimeva né stanchezza, né insoddisfazione, e pareva che il gigantesco centurione sarebbe stato in grado di camminare in quel modo tutto il giorno, tutta la notte, tutto il giorno successivo, insomma, tanto quanto sarebbe stato necessario. Camminare cosí, con le mani posate sul pesante cinturone dalle piastre di rame, guardando con la stessa severità ora i pali con i condannati, ora i soldati dello sbarramento, respingendo con la stessa indifferenza, con la punta dello stivale velloso, ossa umane imbiancate dal tempo o frammenti di selce che gli capitassero sotto i piedi.
L’uomo col cappuccio si era sistemato poco lontano dai pali su uno sgabello a tre piedi e sedeva in un’immobilità bonaria, però, ogni tanto, per la noia, ficcava nella sabbia un ramoscello.
Si era detto che dietro il cordone dei legionari non c’era anima viva, ma questo non è completamente esatto. Un uomo c’era, ma non tutti lo potevano vedere. Egli si era messo non sul lato dove si apriva l’accesso e da dove era piú comodo osservare il supplizio, ma sul versante nord, là dove la collina non era declive e accessibile, ma frastagliata, dove c’erano burroni e gole, là dove, in un crepaccio avvinghiandosi all’arida terra maledetta dal cielo, cercava di vivere un fico stento.
Proprio sotto quell’albero, che non dava la minima ombra, si era stabilito quell’unico spettatore, e non partecipante, del supplizio, ed era seduto su una pietra sin dall’inizio, cioè da oltre tre ore. Sí, per vedere il supplizio aveva scelto non il posto migliore, ma quello peggiore. Ma anche da esso si vedevano i pali, si vedevano oltre lo sbarramento anche due macchie luccicanti sul petto del centurione, e questo, per un uomo, che evidentemente voleva restare poco notato e non disturbato, doveva essere del tutto sufficiente.
Ma circa quattro ore prima, all’inizio del supplizio, quell’uomo si era comportato in tutt’altro modo e poteva senz’altro essere stato notato; forse per questo aveva cambiato il suo comportamento e si era isolato.
Allora, appena la processione era arrivata sulla cima oltre lo sbarramento, egli era comparso per la prima volta, e per di piú come un ritardatario. Aveva il respiro pesante e non camminava, ma correva su per la collina, si faceva largo tra la calca, e quando vide che la fila dei soldati si chiudeva davanti a lui, come davanti a tutti gli altri, fingendo di non capire i gridi stizziti, fece un ingenuo tentativo di incunearsi tra i soldati per arrivare al luogo stesso del supplizio, dove già stavano facendo scendere i condannati dal carro. Per questo ricevette un pesante colpo al petto con l’asta di una lancia, e balzò indietro con un grido di disperazione, non di dolore. Al legionario che lo aveva colpito lanciò un’occhiata opaca e assolutamente indifferente a tutto, come un uomo che non senta il dolore fisico.
Tossendo e ansando, premendosi il petto, fece di corsa il giro della collina, nel tentativo di trovare sul versante settentrionale uno spiraglio nello sbarramento attraverso cui insinuarsi. Ma era ormai tardi, l’anello si era richiuso. E l’uomo, con il viso sconvolto dal dolore, dovette rinunciare ai suoi tentativi di aprirsi un varco verso i carri, da cui avevano già tolto i pali. Quei tentativi avrebbero avuto l’unico risultato di farlo catturare, ma essere arrestato quel giorno non rientrava affatto nei suoi piani.
Ed egli se ne andò verso il crepaccio dove c’era piú calma e nessuno lo avrebbe disturbato.
Adesso, seduto su una pietra, quell’uomo dalla barba nera, con gli occhi cisposi per il sole e l’insonnia, era preso dall’angoscia. Ora sospirava, aprendo il suo taleth[14] logoratosi nei vagabondaggi, diventato grigio sporco da azzurro che era, e denudandosi il petto contuso dalla lancia e percorso da uno sporco sudore; ora, preso da un tormento indicibile, alzava gli occhi al cielo, seguendo tre avvoltoi che da tempo stavano descrivendo in alto ampi cerchi nel presentimento di un prossimo banchetto; ora fissava lo sguardo disperato sulla terra gialla e vi vedeva un cranio di cane mezzo distrutto e le lucertole che gli correvano intorno.
I suoi tormenti erano cosí grandi che a volte parlava a voce alta con se stesso.
— Oh, che stupido sono… — borbottava dondolandosi sulla pietra, tutto preso dal suo dolore interiore, e graffiandosi il petto abbronzato. — Stupido, donna irragionevole, vile! Sono una carogna, non un uomo!
Taceva, abbassava la testa, poi, dopo aver bevuto acqua tiepida da una borraccia di legno, si rianimava e afferrava sotto il taleth il coltello nascosto sul petto, poi un pezzo di pergamena che si trovava davanti a lui su una pietra, vicino a un’asticciola e una boccetta d’inchiostro.
Sulla pergamena vi erano già degli appunti:
«I minuti corrono, e io, Levi Matteo, mi trovo sul Calvario, ma la morte non giunge ancora!»
Piú avanti:
«Il sole declina, ma la morte non viene».
Ora Levi Matteo, disperato, scrisse cosí con l’asticciola appuntita:
«Dio! Perché sei irato contro di lui? Mandagli la morte».
Dopo aver scritto la frase, singhiozzò senza lacrime, e si dilaniò di nuovo il petto con le unghie.
La causa dello sconforto di Levi stava nella terribile sfortuna che aveva colpito Jeshua e lui, e inoltre nel grave errore che lui, Levi, a suo proprio giudizio, aveva commesso. Due giorni prima, Jeshua e Levi si trovavano a Betfage vicino a Jerushalajim, ospiti di un orticoltore a cui piacevano moltissimo le prediche di Jeshua. Tutta la mattinata, i due ospiti avevano lavorato nell’orto per aiutare il padrone di casa, e si preparavano ad andare a Jerushalajim col fresco della sera. Ma per ignoti motivi, Jeshua aveva cominciato ad affrettarsi, dicendo che in città aveva un impegno improrogabile, e verso mezzogiorno se n’era andato da solo. In questo consisteva il primo errore di Levi Matteo. Perché, oh, perché l’aveva lasciato andare solo?
Quella sera Matteo non aveva potuto andare a Jerushalajim. Un malore inaspettato e terribile lo aveva colpito.
Aveva i brividi, il suo corpo era pieno di fuoco, ed egli si era messo a battere i denti e a chiedere da bere ad ogni momento.
Non poteva muoversi. Si era gettato su una groppiera nel rustico dell’orticoltore e vi era rimasto fino alla mattina del venerdí, quando il malessere lo aveva lasciato con la stessa subitaneità con la quale lo aveva colpito. Benché fosse ancora debole e gli tremassero le gambe, tormentato dal presentimento di una disgrazia, aveva salutato il padrone di casa ed era andato a Jerushalajim. Là aveva appreso che il suo presentimento non lo aveva ingannato, che la disgrazia era avvenuta. Levi era tra la folla e aveva sentito il procuratore annunciare la condanna.
Quando i condannati furono condotti sulla montagna Levi Matteo correva con la folla dei curiosi lungo la fila dei soldati, cercando di fare almeno sapere di nascosto a Jeshua che lui, Levi, gli era accanto, che non lo aveva abbandonato nell’ultimo cammino e che pregava perché la morte portasse via Jeshua il piú presto possibile. Ma Jeshua che guardava in avanti, nella direzione in cui lo portavano, naturalmente non vide Levi.
Poi, quando la processione ebbe fatto circa mezzo chilometro lungo la strada, Matteo, spinto tra la folla accanto alla fila dei soldati, ebbe un’idea semplice e geniale, e subito, per la sua impetuosità, cominciò a coprirsi di maledizioni per non averla avuta prima. I soldati non marciavano in fila compatta, tra di loro vi erano degli intervalli. Con molta agilità e un calcolo esattissimo si poteva, chinandosi balzare tra due legionari, irrompere fino al carro e saltarvi sopra. Allora Jeshua avrebbe evitato le pene.
Sarebbe bastato un attimo per colpire Jeshua con una coltellata alla schiena, gridandogli: «Jeshua! Ti salvo e parto con te! Io, Matteo, tuo unico e fedele discepolo!»
E se Dio lo avesse benedetto con un altro attimo di libertà, forse avrebbe fatto in tempo a pugnalare anche se stesso, evitando di morire appeso a un palo. Del resto, quest’ultimo particolare interessava poco l’ex pubblicano Levi. Non gli importava il modo in cui sarebbe morto. Voleva una cosa sola, che Jeshua, il quale in vita sua non aveva mai fatto il minimo torto a nessuno, sfuggisse alle torture.
Il piano era ottimo, ma il fatto era che Levi non aveva un coltello con sé. Non aveva neppure del denaro.
Furioso contro se stesso, uscí fuori dalla folla e tornò indietro di corsa verso la città. Nella sua testa infuocata ballava un unico pensiero febbrile: procurarsi subito, con qualsiasi mezzo, un coltello, e fare in tempo a raggiungere la processione.
Giunse di corsa alle porte di Jerushalajim, sgattaiolando nella calca di carovane risucchiate nella città, e vide alla sua sinistra la porta aperta di una botteguccia dove si vendeva pane. Col respiro pesante per la corsa fatta sulla strada arroventata, Levi si padroneggiò, entrò con molta dignità nella botteguccia, salutò la padrona dietro il banco, e la pregò di prendere dal ripiano la forma di pane collocata in alto, che gli piaceva piú delle altre, e quando la donna si voltò, prese rapido e silenzioso dal bancone una cosa che non si poteva neppure sognare: un lungo coltello da pane affilato come un rasoio, e si precipitò fuori dal negozio.
Pochi minuti dopo era di nuovo sulla strada di Giaffa.
Ma la processione non si vedeva piú. Si mise a correre. A volte si doveva lasciar cadere nella polvere e rimanere immobile per riprendere fiato. Giaceva cosí, provocando lo stupore dei passanti che si dirigevano a Jerushalajim a piedi o a dorso di mulo. Mentre era disteso, ascoltava il cuore battere non soltanto nel petto, ma anche nella testa e nelle orecchie. Dopo aver ripreso un po’ di fiato, balzava su e continuava a correre, ma sempre piú adagio. Quando infine vide la lunga processione che in lontananza sollevava colonne di polvere, essa era già ai piedi della collina.
— Oh Dio!… — gemette Levi, comprendendo che era in ritardo. E difatti lo era.
Quando fu trascorsa la quarta ora dal supplizio, i tormenti di Levi raggiunsero il punto piú alto ed egli fu preso dalla furia. Alzatosi dalla pietra, gettò in terra il coltello che adesso gli pareva di aver rubato invano, schiacciò la borraccia col piede privandosi dell’acqua, strappò dalla testa la kefia,[15] si afferrò i radi capelli e cominciò a maledire se stesso.
Si malediceva, gridava parole senza senso, ululava e sputava, imprecava contro il padre e la madre che avevano messo al mondo uno stupido.
Vedendo che le imprecazioni e le bestemmie non agivano e che sotto la canicola nulla mutava, strinse i pugni scarni, e, socchiudendo gli occhi, li alzò contro il cielo e contro il sole che scivolava sempre piú in basso, allungando le ombre e allontanandosi per cadere nel Mediterraneo, e volle da Dio un miracolo immediato. Voleva che Dio mandasse subito la morte a Jeshua.
Quando aprí gli occhi, constatò che nulla era mutato sulla collina, solo le macchie fiammeggianti sul petto del centurione si erano spente. Il sole dardeggiava sulle schiene dei condannati, il cui viso era rivolto a Jerushalajim. Allora Levi proruppe in un grido:
— Iddio, ti maledico!
Con voce roca gridava che si era convinto dell’ingiustizia di Dio e che non aveva piú intenzione di credere in lui.
— Tu sei sordo! — urlava Levi. — Se non fossi sordo, mi avresti ascoltato e lo avresti ucciso subito!
Con le palpebre serrate, Levi attendeva il fuoco che sarebbe caduto dal cielo per colpirlo. Questo non accadde, e senza disserrare le palpebre, egli continuò a gridare al cielo parole insolenti e mordaci. Gridava che era completamente deluso e che esistevano altri dèi e altre religioni. Sí, un altro dio non avrebbe permesso, non avrebbe mai permesso che un uomo come Jeshua fosse riarso dal sole sui pali.
— Mi sbagliavo! — gridava Levi quasi senza voce. — Tu sei il Dio del male! Oppure i tuoi occhi sono completamente coperti dal fumo degli incensieri del tempio, e le tue orecchie non odono piú altro che i suoni di osanna dei sacerdoti! Tu non sei un Dio onnipotente! Tu sei un Dio nero! Ti maledico, Dio di ladroni, loro protettore e anima!
In quel momento qualcosa alitò in faccia all’ex pubblicano e qualcosa frusciò ai suoi piedi. Alitò di nuovo, e allora, aprendo gli occhi, Levi vide che tutto era cambiato, sotto l’influsso delle sue maledizioni o in forza di qualche altra ragione. Il sole era scomparso prima di arrivare al mare dove affondava ogni sera. Lo aveva inghiottito una nuvola temporalesca, che, minacciosa e inarrestabile, si alzava nel cielo da occidente. I suoi bordi ribollivano già di una bianca spuma, il nero ventre fumoso aveva riflessi gialli. La nuvola brontolava, e se ne staccavano ogni tanto filamenti di fuoco. Sulla strada di Giaffa, lungo l’arida valle di Gihon, sopra le tende dei pellegrini volavano colonne di polvere spinte dal vento alzatosi all’improvviso.
Levi tacque, cercando di capire se il temporale, che stava per coprire Jerushalajim, avrebbe portato qualche cambiamento nel destino dell’infelice Jeshua. E subito, guardando i filamenti di fuoco che fendevano la nuvola, cominciò a pregare perché un fulmine colpisse il palo di Jeshua. Guardando pentito il cielo terso, che la nube non aveva ancora divorato e dove gli avvoltoi scivolavano d’ala per sfuggire al temporale, Levi pensò che si era affrettato follemente con le sue maledizioni: adesso Dio non lo avrebbe ascoltato.
Volto lo sguardo verso i piedi della collina, egli guardò fissamente il luogo in cui si trovava, in ordine sparso, il reggimento di cavalleria, e vide che là erano avvenuti cambiamenti notevoli. Dall’alto, riuscí a scorgere bene i soldati che si davano d’attorno strappando le lance piantate in terra e si gettavano addosso i mantelli, mentre i guardiani trotterellavano verso la strada tenendo per la briglia i morelli. Era chiaro che il reggimento si preparava ad andarsene. Riparandosi con la mano dalla polvere che gli investiva il viso, sputando, Levi cercava di capire il significato di quella partenza. Spostò lo sguardo piú in alto e vide una piccola figura con una clamide militare purpurea che saliva verso il luogo del supplizio. Allora il presentimento di un esito felice raggelò il cuore dell’ex pubblicano.
Chi saliva la collina in quella quinta ora di sofferenza dei ladroni era il comandante della coorte giunta a cavallo da Jerushalajim in compagnia del suo attendente. A un gesto dell’Ammazzatopi, la fila dei soldati si aprí e il centurione salutò il tribuno. Questi condusse l’Ammazzatopi da una parte e gli sussurrò qualcosa. Il centurione salutò una seconda volta, e si mosse verso il gruppo dei boia seduti sulle pietre ai piedi dei pali. Il tribuno si diresse invece verso colui che sedeva sullo sgabello, e quello gli si alzò cortesemente incontro. Il tribuno gli disse qualcosa con voce sommessa, ed entrambi s’incamminarono verso i pali. Li accompagnò il capo delle guardie del tempio.
L’Ammazzatopi, sbirciando con disgusto gli stracci sporchi che giacevano in terra accanto ai pali e che poco prima erano stati gli indumenti dei condannati, rifiutati dai boia, chiamò due di questi ordinando:
— Seguitemi!
Dal palo piú vicino giungeva una rauca canzonetta insensata. Hesta, che vi era legato, era impazzito tre ore dopo per le mosche e il sole, e adesso canticchiava qualcosa a proposito dell’uva, eppure ogni tanto scuoteva la testa coperta da un turbante, e allora le mosche si alzavano fiaccamente in volo dal suo viso per poi ritornarvi.
Appeso al secondo palo, Disma soffriva piú degli altri due, perché non aveva perso la conoscenza e scuoteva la testa in modo frequente e regolare, ora a destra, ora a sinistra, per urtare la spalla con l’orecchio.
Jeshua era piú fortunato degli altri due. Sin dalla prima ora fu colto da svenimenti, poi perse definitivamente la conoscenza e lasciò penzolare la testa col turbante sfasciato. Perciò mosche e tafani lo avevano completamente ricoperto di modo che il suo volto era scomparso sotto una brulicante maschera nera. All’inguine, sul ventre e sotto le ascelle si erano posati grassi tafani che succhiavano il giallo corpo nudo.
Ubbidendo ai gesti dell’uomo col cappuccio, uno dei boia prese una lancia, l’altro portò vicino al palo un secchio e una spugna. Il primo alzò la lancia e picchiettò prima un braccio, poi l’altro, di Jeshua, tesi e legati con delle corde alla traversina del palo. Il corpo dalle costole sporgenti ebbe un sussulto. Il boia passò l’estremità della lancia sul ventre. Allora Jeshua sollevò la testa, e le mosche, ronzando, si alzarono in volo, scoprendo il suo volto enfio di punture, con gli occhi gonfi: un volto irriconoscibile.
Disserrando le palpebre, Hanozri guardò in basso. I suoi occhi, di solito limpidi, erano velati.
— Hanozri! — disse il boia.
Hanozri mosse le labbra tumefatte e replicò con rauca voce da ladrone:
— Che vuoi? Perché sei venuto da me?
— Bevi! — disse il boia, e la spugna imbevuta d’acqua si alzò sulla punta della lancia fino alle labbra di Jeshua. La gioia brillò nei suoi occhi: egli incollò la bocca alla spugna e si mise a succhiare avidamente l’acqua. Dal palo vicino giunse la voce di Disma:
— Ingiustizia! Sono un ladrone come lui!
Disma fece uno sforzo, ma non poté muoversi, le sue braccia erano tenute ferme alla traversina da tre anelli di corda. Tirò il ventre in dentro, le sue unghie si avvinghiarono alle estremità della traversina, tenne la testa voltata verso il palo di Jeshua, e la rabbia bruciava nei suoi occhi.
Una nuvola di polvere coprí il ripiano e scese un gran buio. Quando la polvere fu passata, il centurione gridò:
— Silenzio sul secondo palo!
Disma tacque. Jeshua si staccò dalla spugna e, cercando di rendere dolce e convincente la sua voce, e non riuscendovi, pregò raucamente il boia:
— Dàgli da bere.
Si faceva sempre piú buio. La nuvola aveva coperto ormai mezzo cielo, slanciandosi verso Jerushalajim, bianche nubi spumeggianti correvano davanti alla nuvola nera piena di acqua e di fuoco. Proprio sopra la collina scoppiò un lampo e tuonò. Il boia tolse la spugna dalla lancia.
— Glorifica il generoso egemone! — sussurrò solenne e con un lieve movimento punse Jeshua al cuore. Questi sobbalzò e sussurrò:
— L’egemone…
Il sangue colò sul ventre, la mascella inferiore ebbe uno scatto convulso e la testa ricadde penzoloni.
Al secondo colpo di tuono, il boia stava già dando da bere a Disma, e ripetendo le stesse parole:
— Glorifica l’egemone! — uccise anche lui.
Hesta, privo di senno, gridò spaurito non appena gli si avvicinò il boia, ma quando la spugna toccò le sue labbra, ringhiò qualcosa e afferrò la spugna con i denti. Pochi secondi dopo anche il suo corpo si afflosciò per quanto lo permettevano le corde.
L’uomo col cappuccio seguiva a passo a passo il boia e il centurione, dietro di loro veniva il capo delle guardie del tempio. Fermatosi presso il primo palo, l’uomo col cappuccio esaminò attentamente Jeshua insanguinato, toccò con la bianca mano il suo piede e si rivolse agli accompagnatori:
— È morto.
Lo stesso si ripeté presso gli altri due pali.
Il tribuno fece allora un cenno al centurione e, voltatosi, cominciò a scendere dalla collina con il capo delle guardie del tempio e l’uomo col cappuccio. Si era fatta una semioscurità, e i fulmini solcavano il cielo nero. Da esso a un tratto zampillò il fuoco, e il grido del centurione: «Togliete lo sbarramento!» affogò nel frastuono. Felici, i soldati corsero giú dalla collina, infilandosi gli elmi.
L’oscurità coprí Jerushalajim.
Un acquazzone scrosciò di colpo, e colse le centurie a metà della discesa. L’acqua si rovesciò con tanta violenza che, mentre i soldati correvano in giú, li incalzavano già torrenti impetuosi. I soldati sdrucciolavano e cadevano sull’argilla inzuppata, affrettandosi verso la strada piana, lungo la quale, quasi invisibile dietro il velo d’acqua, trottava alla volta di Jerushalajim la cavalleria, anch’essa fradicia fino al midollo. Pochi minuti dopo, in quel fumigante calderone di tempesta, di acqua e di fuoco, sulla collina era rimasto un uomo solo.
Scuotendo il coltello rubato non invano, sdrucciolando sulle scivolose sporgenze, aggrappandosi a tutto quello che gli capitava, strisciando a volte sulle ginocchia, egli correva verso i pali. Ora scompariva nella completa oscurità, ora era rischiarato all’improvviso da una luce palpitante.
Quando finalmente riuscí ad arrivare ai pali, con l’acqua che ormai giungeva alle caviglie, si strappò di dosso il taleth fradicio, pesante di pioggia, rimase con la sola camicia, e si buttò ai piedi di Jeshua. Tagliò le corde sopra le caviglie, si sollevò sulla traversina inferiore, abbracciò Jeshua e liberò le braccia dai lacci superiori. Il nudo corpo madido di Jeshua cadde su di lui trascinandolo in terra col suo peso. Levi volle caricarselo subito sulle spalle, ma un pensiero lo fermò. Lasciò in terra, nell’acqua, il corpo con la testa gettata indietro e le braccia spalancate, e corse verso gli altri pali coi piedi che scivolavano sull’argilla pastosa. Tagliò anche le loro corde, e i due corpi piombarono in terra.
Passarono alcuni minuti, e sulla cima della collina rimasero soltanto quei due corpi e tre pali vuoti. L’acqua urtava e voltolava i cadaveri.
Sulla collina non c’erano piú né Levi né il corpo di Jeshua.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO Una giornata agitata
Venerdí mattina, cioè all’indomani della maledetta rappresentazione, tutto l’organico del Varietà: il ragionier Vasilij Stepanovič Lastočkin, due contabili, tre dattilografe entrambe le cassiere, i fattorini, gli inservienti e le donne della pulizia, insomma tutti i presenti non si trovavano ai propri posti di lavoro, ma sedevano invece sui davanzali delle finestre che davano sulla Sadovaja e guardavano che cosa stava succedendo lungo il muro del Varietà. Lungo quel muro, su due file, si pigiava una coda di migliaia di persone, che terminava sulla piazza Kudrinskaja. Al principio della fila c’erano una ventina di bagarini, ben noti negli ambienti teatrali di Mosca.
La fila era molto eccitata, attirava l’attenzione dei passanti che le scorrevano accanto, ed era impegnata a discutere gli emozionanti racconti sull’inaudita rappresentazione di magia nera. Questi stessi racconti avevano messo nel piú grande imbarazzo il ragionier Vasilij Stepanovič che non aveva assistito allo spettacolo del giorno prima. Gli inservienti raccontavano dio sa che cosa, tra l’altro che, dopo la fine del famoso spettacolo, alcune signore vestite in modo indecente correvano per la via, e altri particolari dello stesso genere. Il quieto e modesto Vasilij Stepanovič non faceva che sbattere le palpebre ascoltando le ciarle su tutti quei prodigi e non sapeva assolutamente che iniziativa prendere, eppure prendere un’iniziativa era indispensabile, e doveva prenderla proprio lui, essendo rimasto quello col grado piú alto di tutta la squadra del Varietà.
Alle dieci del mattino, la coda degli aspiranti all’acquisto dei biglietti era talmente cresciuta che ne giunse voce alla polizia e con sorprendente velocità furono distaccati dei reparti, a piedi e a cavallo, che misero un certo ordine nella fila. Però quel serpente lungo un chilometro, sia pure disciplinato, costituiva di per sé una forte attrattiva, e sbalordiva all’estremo tutti quelli della Sadovaja.
Questo avveniva fuori, ma anche nell’interno del Varietà le cose non si mettevano bene. Sin dal mattino presto avevano cominciato a suonare i telefoni e suonavano senza interruzione nell’ufficio di Lichodeev, in quello di Rimskij, in contabilità, alla cassa e nell’ufficio di Varenucha. Dapprima Vasilij Stepanovič rispondeva qualcosa, rispondeva la cassiera, borbottavano al telefono gli inservienti, ma poi smisero di rispondere perché alle domande dove si trovassero Lichodeev, Varenucha, Rimskij non avevano proprio niente da rispondere. All’inizio avevano cercato di cavarsela con le parole «Lichodeev è a casa», ma dalla città ribattevano di aver telefonato a casa, e che là dicevano che Lichodeev era al Varietà.
Telefonò una signora agitata che esigeva di parlare con Rimskij; le consigliarono di rivolgersi alla moglie, al che il ricevitore, singhiozzando, rispose che la moglie era lei, e che Rimskij era introvabile. Cominciavano i pasticci. Una donna della pulizia aveva già raccontato a tutti che, arrivata nell’ufficio del direttore finanziario a mettere ordine, aveva visto che la porta era spalancata, le luci accese, la finestra sul giardino fracassata, una poltrona era per terra e non c’era nessuno.
Poco dopo le dieci irruppe nel Varietà la signora Rimskaja. Singhiozzava e si torceva le mani. Vasilij Stepanovič aveva perso completamente la testa e non sapeva che cosa consigliarle. Alle dieci e mezzo arrivò la polizia. La prima e ragionevolissima domanda fu:
— Signori, che sta succedendo qui? Di che si tratta?
Il personale arretrò, lasciando in prima fila Vasilij Stepanovič, pallido e agitato. Fu giocoforza chiamare le cose col proprio nome, e confessare che l’amministrazione del Varietà, nelle persone del direttore finanziario e dell’amministratore, era scomparsa e si trovava non si sapeva dove, che il presentatore, dopo lo spettacolo del giorno prima, era stato portato alla clinica psichiatrica e che, insomma, quello spettacolo era stato uno scandalo.
Calmarono per quanto era possibile la singhiozzante signora Rimskaja, la rispedirono a casa, e s’interessarono soprattutto al racconto della donna sullo stato in cui aveva trovato l’ufficio del direttore. Gli impiegati furono pregati di recarsi ai loro posti e di lavorare, e poco dopo giunse al Varietà la squadra investigativa in compagnia di un muscoloso cane color cenere di sigaretta, con le orecchie a punta e gli occhi estremamente intelligenti. Tra gli impiegati del Varietà si diffuse immediatamente la voce che quel cane altri non era che il celebre Assodiquadri. Difatti, era proprio lui. La sua condotta sorprese tutti. Non appena Assodiquadri entrò nell’ufficio del direttore finanziario egli ringhiò, mettendo in mostra mostruosi canini giallastri, poi si sdraiò sulla pancia, e, con un’espressione di angoscia e, al tempo stesso, di furore negli occhi, strisciò verso la finestra fracassata. Dominata la sua paura, balzò a un tratto sul davanzale e, puntando in alto il muso aguzzo, cominciò a ululare in modo rabbioso e terribile. Non voleva lasciare la finestra, ringhiava, rabbrividiva, cercava di balzare giú.
Il cane fu fatto uscire dall’ufficio e condotto nel vestibolo; di lí, attraverso l’ingresso principale, uscí nella via e guidò coloro che lo seguivano al posteggio dei tassí. Lí perse la traccia che aveva fiutato. Poi Assodiquadri fu portato via.
La squadra investigativa si sistemò nell’ufficio di Varenucha, dove vennero convocati a turno gli impiegati del Varietà che avevano assistito agli avvenimenti successi durante lo spettacolo del giorno prima. Bisogna dire che ad ogni passo davanti agli investigatori sorgevano difficoltà impreviste. Ad ogni istante il filo conduttore si spezzava.
I manifesti c’erano stati? Sí. Ma durante la notte, erano stati ricoperti da altri, e adesso non se ne vedeva neppure uno, neanche a pagarlo a peso d’oro! Da dove era saltato fuori quel mago? E chi lo sapeva. Era stato concluso un contratto con lui?
— Immagino, — rispondeva agitato Vasilij Stepanovič.
— Se è stato fatto, doveva passare in contabilità?
— Senz’altro, — rispondeva Vasilij Stepanovič, sottosopra.
— Allora dov’è?
— Non c’è, — rispondeva il ragioniere impallidendo sempre piú e allargando le braccia.
Infatti, né nelle cartelle della contabilità, né dal direttore finanziario, né da Lichodeev, né da Varenucha c’erano tracce del contratto.
Come si chiamava il mago? Vasilij Stepanovič non lo sapeva, non era stato alla rappresentazione. Gli inservienti non lo sapevano. La cassiera della biglietteria corrugò la fronte, pensò e ripensò, infine disse:
— Wo… Potrebbe essere Woland…
Ma forse non era Woland? Forse. Forse era Valand.
Si apprese che l’Ufficio stranieri non sapeva nulla di un Woland, e neppure di un Valand, mago.
Il fattorino Karpov comunicò che, a quanto pareva, quel mago si era fermato nell’appartamento di Lichodeev. Naturalmente, andarono subito in quell’appartamento, ma là non c’era nessun mago. Non c’era neppure Lichodeev. Non c’era la domestica Grunja, e nessuno sapeva dove fosse andata a finire. Non c’era il presidente dell’amministrazione Nikanor Ivanovič, non c’era Proleznev!
Veniva fuori una cosa che non stava né in cielo né in terra: erano scomparsi tutti i capi dell’amministrazione, il giorno prima c’era stato uno strano spettacolo scandaloso, ma chi l’avesse provocato e per istigazione di chi, era ignoto.
Nel frattempo si avvicinava mezzogiorno, ora alla quale si doveva aprire la biglietteria. Ma, naturalmente, di aprirla non c’era neanche da pensarci! Sulla porta del Varietà fu subito affisso un enorme pezzo di cartone con la scritta:
«Lo spettacolo odierno è rimandato». La fila cominciò ad agitarsi, a partire dall’inizio, ma, dopo essersi agitata, cominciò a sciogliersi, e dopo un’ora circa sulla Sadovaja non ne rimaneva piú traccia. La squadra investigativa si ritirò per proseguire il lavoro altrove, gli impiegati furono lasciati liberi, rimasero soltanto quelli di turno, e le porte del Varietà furono chiuse a chiave.
Il ragionier Vasilij Stepanovič doveva svolgere due compiti urgenti. Anzitutto recarsi alla Commissione per gli spettacoli e i divertimenti di tipo leggero per consegnare una relazione sugli avvenimenti del giorno prima, e poi andare alla Sezione finanziaria per gli spettacoli e versare l’ultimo incasso, cioè ventunmilasettecentoundici rubli.
Preciso e coscienzioso, Vasilij Stepanovič impacchettò il denaro in un foglio di giornale, legò il pacchetto con dello spago, lo ripose nella cartella e, conoscendo i regolamenti a menadito, si diresse beninteso non all’autobus o al tram, ma al posteggio dei tassí.
Non appena gli autisti di tre macchine videro un passeggero che si affrettava verso di loro con una cartella voluminosa, tutti e tre gli filarono via vuoti sotto il naso, lanciandogli occhiate cariche d’odio.
Sorpreso da questa circostanza, il ragioniere rimase a lungo impalato, cercando di spiegarsene il significato.
Dopo circa tre minuti arrivò una macchina vuota, e il volto dell’autista si storse subito, non appena vide il passeggero.
— È libero? — chiese Vasilij Stepanovič, dando sbalordito un colpo di tosse.
— Faccia vedere il denaro, — rispose con rabbia l’autista, senza guardare il passeggero.
Sempre piú sorpreso, il ragioniere strinse la preziosa borsa sotto l’ascella, trasse dal portafoglio un biglietto da dieci rubli e lo mostrò all’autista.
— Non vado! — disse l’altro laconicamente.
— Mi scusi… — cominciò il ragioniere, ma l’autista lo interruppe:
— Ha pezzi da tre rubli?
Del tutto sconcertato, il ragioniere trasse fuori dal portafoglio due pezzi da tre rubli e li mostrò all’autista.
— Salga, — gridò quello e diede al tassametro un colpo tale che quasi lo fracassò. — Andiamo.
— Che c’è, non ha il resto? — chiese timido il ragioniere.
— Ho la tasca piena di spiccioli! — urlò l’autista, e nel retrovisore si specchiarono i suoi occhi iniettati di sangue. — È la terza volta che mi capita oggi. Ma anche agli altri è successa la stessa cosa. Un figlio di cane mi dà dieci rubli, io gli do quattro e cinquanta di resto. Scende giú, quel maiale! Cinque minuti dopo guardo: invece del biglietto da dieci mi trovo un’etichetta dell’acqua minerale! — qui l’autista pronunciò alcune parole sconce. — Un altro alla Zubovskaja. Dieci rubli. Gli do tre rubli di resto. Se ne va. Metto la mano nel borsellino, ne esce un’ape, zac nel dito! Te lo… — l’autista inserí di nuovo delle parole sconce. — E niente soldi. Ieri, in quel Varietà, — (parole sconce), — un porco di prestigiatore ha dato uno spettacolo con biglietti da dieci rubli, — (parole sconce)…
Il ragioniere ammutolí, si rannicchiò, e prese un’aria come se sentisse per la prima volta la parola «Varietà», ma pensava: «Accidenti!»…
Giunto a destinazione, pagò felicemente la corsa, entrò nell’ufficio e si diresse lungo il corridoio verso l’ufficio del direttore, ma cammin facendo capí che il momento non era scelto bene. Nella cancelleria della Commissione per gli spettacoli regnava la baraonda. Accanto al ragioniere passò di corsa un’inserviente con il fazzoletto ormai sulla nuca e gli occhi sbarrati.
— Non c’è, non c’è, non c’è! Non c’è, carissimi! — gridava rivolgendosi a chi sa chi, — la giacca e i pantaloni ci sono, ma nella giacca non c’è nessuno!
Scomparve dietro una porta, e subito si udí un rumore di vasellame frantumato. Dalla segreteria corse fuori il direttore della prima sezione della Commissione, che il ragioniere conosceva, ma era in uno stato tale che non riconobbe il ragioniere e scomparve come se lo portasse il vento.
Scosso da tutto questo, il ragioniere arrivò alla segreteria che fungeva da anticamera all’ufficio del presidente della Commissione, e qui il suo stupore fu definitivo.
Dietro la porta chiusa dell’ufficio si udiva una voce minacciosa, che senza dubbio apparteneva a Prochor Petrovič, presidente della Commissione. «Sta dando un cicchetto a qualcuno?», pensò lo sconcertato ragioniere, e voltandosi vide dell’altro: nella poltrona di cuoio, con la testa buttata all’indietro sullo schienale, singhiozzando senza ritegno, con un fazzoletto bagnato in mano, stava distesa allungando le gambe fin quasi a metà della stanza, la segretaria personale di Prochor Petrovič, la bellissima Anna Ričardovna.
Tutto il mento della donna era imbrattato di rossetto sulle guance di pesca strisciavano giú dalle ciglia neri torrenti di rimmel.
Vedendo entrare qualcuno, Anna Ričardovna balzò in piedi, si precipitò verso il ragioniere, lo afferrò per i risvolti della giacca, e cominciò a scuoterlo e a gridare:
— Grazie a Dio! C’è almeno una persona coraggiosa! Tutti sono scappati, tutti hanno tradito! Venga, venga da lui, io non so che cosa fare! — e, continuando a piangere, trascinò il ragioniere nell’ufficio.
Entrato che fu, per prima cosa Vasilij Stepanovič si lasciò sfuggire di mano la cartella, e tutti i pensieri nella sua testa andarono a gambe all’aria. E bisogna pur dire che ne aveva ben donde.
Dietro all’enorme scrivania dal massiccio calamaio sedeva un vestito vuoto, che faceva scorrere sulla carta una penna asciutta, non intinta nell’inchiostro. Il vestito era completo di cravatta, la stilografica spuntava dal taschino, ma sopra il colletto non c’era né collo né testa, cosí come dai polsini non uscivano le mani. Il vestito era immerso nel lavoro e non si accorgeva affatto del pandemonio che regnava intorno. Sentendo che qualcuno era entrato, il vestito si buttò contro lo schienale, e sopra il colletto risuonò la voce di Prochor Petrovič, ben nota al ragioniere:
— Che c’è? C’è pur scritto sulla porta che non ricevo.
La bellissima segretaria diede uno strillo e, torcendosi le mani, gridava:
— Vede? Vede? Non c’è! Non c’è! Lo faccia tornare!
Qualcuno infilò la testa nella porta dell’ufficio, lanciò un’esclamazione e schizzò via. Il ragioniere sentí che le gambe cominciavano a tremargli e si sedette sul bordo di una sedia, ma non dimenticò di raccattare la cartella. Anna Ričardovna gli saltellava intorno, tormentandogli la giacca, e gridava:
— Sempre, sempre glielo dicevo di non mandare la gente al diavolo! Ed ecco che ci è andato lui! — La bella segretaria corse verso la scrivania e con tenera voce musicale, un po’ nasale per il pianto, esclamò:
— Prosa![16] Dov’è?
— Come sarebbe a dire «Prosa»? — chiese altero il vestito, sprofondando ancora di piú nella poltrona.
— Non mi riconosce! Neanche me riconosce! Lei capisce!… — singhiozzò la segretaria.
— La prego di non piangere nel mio ufficio, — disse, ormai adirato, il collerico vestito a righe, e con la manica trasse a sé una nuova pila di carte con l’evidente intenzione di firmarle.
— No, non posso vedere questo, non posso! — gridò Anna Ričardovna e corse in segreteria, e dietro a lei, come un proiettile, volò fuori anche il ragioniere.
— Si figuri, me ne sto lí seduta, — raccontava Anna Ričardovna, che rabbrividiva ancora dall’emozione e si era avvinghiata di nuovo alla manica della giacca del ragioniere, — ed ecco che entra un gatto. Nero, grasso come un ippopotamo. Io naturalmente gli grido «Passa via!» E lui via, ma al suo posto entra un grassone, anche lui con un muso che sembra di gatto, e mi fa: «Ma che modi sono, signorina, fare «pscttt» ai visitatori?!», e fila dritto da Prochor Petrovič. Io naturalmente gli corro dietro, e grido: «Ma è matto, lei?» e lui, sfacciato, va dritto da Prochor Petrovič e gli si siede davanti nella poltrona. Lui, sa… è una pasta d’uomo, ma un po’ nervoso. Si è arrabbiato, non lo discuto. Ha i nervi tesi, lavora come un negro, si è arrabbiato. «Lei perché entra senza farsi annunciare?», dice. E quell’insolente, si figuri, si stende nella poltrona e dice sorridendo: «Sono venuto da lei a parlare di un affaruccio». Di nuovo Prochor Petrovič si è arrabbiato: «Sono occupato». E l’altro, lei non ci crederà, risponde: «Lei non è affatto occupato»… Eh? Be’, qui naturalmente Prochor Petrovič ha perso la pazienza ed ha gridato: «Ma che roba è questa? Buttatelo fuori, il diavolo mi porti!» E l’altro, si figuri, sorride e dice: «Il diavolo se la porti? Perché no, d’accordo!» E zac! Non faccio in tempo a gridare, guardo, quello col muso da gatto non c’è piú, e lí c’è… c’è il vestito! Ueeeè!… — ululò Anna Ričardovna, spalancando la bocca che aveva perso ogni contorno.
Soffocando dai singhiozzi, riprese fiato, ma farfugliò qualcosa di insensato:
— E scrive, scrive, scrive! C’è da impazzire! Parla al telefono! Il vestito! Sono scappati tutti come lepri!
Il ragioniere non faceva che rabbrividire. Ma qui il destino lo aiutò. In segreteria con passo calmo e posato entrò la polizia, rappresentata da due uomini. Vedendoli, la bella segretaria singhiozzò ancora di piú, puntando la mano verso la porta dell’ufficio.
— Non piangiamo, signorina, — disse calmo il primo, e il ragioniere, sentendosi totalmente superfluo, balzò fuori dalla segreteria e un minuto dopo era all’aria aperta. Nella testa sentiva una specie di corrente d’aria, qualcosa ronzava come il tubo di una stufa, e in quel ronzio si udivano frammenti dei racconti degli inservienti del teatro sul gatto che aveva partecipato allo spettacolo. «Ohè! Non sarà mica stato il nostro gattino?»
Non avendo potuto venire a capo di niente nella Commissione, lo scrupoloso Vasilij Stepanovič decise di recarsi alla filiale, che si trovava nel vicolo Vagan’kovskij, e, per calmarsi un po’, fece la strada a piedi.
La filiale urbana degli spettacoli si trovava in una palazzina scrostata per il tempo in fondo a un cortile ed era celebre per le colonne di porfido del vestibolo. Quel giorno però i visitatori non erano impressionati dalle colonne, bensí da quello che avveniva attorno ad esse.
Alcuni visitatori stavano come impietriti a guardare una signorina piangente seduta a un tavolino coperto di pubblicazioni teatrali, della cui vendita essa era l’incaricata. In quel momento, però, essa non offriva alcuna pubblicazione, e alle domande compassionevoli rispondeva con un gesto della mano, mentre dall’alto, dal basso, dai lati, insomma da tutti i reparti della filiale si riversavano gli squilli ininterrotti di almeno venti telefoni.
Dopo aver versato qualche lacrima, la signorina sussultò, urlò istericamente:
— Ricomincia! — ed attaccò a cantare con una tremula voce da soprano:
Celebre mare, sacro Bajkal…
Il fattorino, apparso sulla scala, minacciò qualcuno col pugno, e accompagnò la signorina, con una voce baritonale fioca e inespressiva:
La bella nave è un barile di pesci…
Alla voce del fattorino si unirono voci lontane, il coro prese a crescere e, alla fine, la canzone risuonò in tutti gli angoli della filiale. Nella vicina stanza n. 6, dove si trovava il reparto contabile di controllo, si distingueva una voce potente ma un po’ velata di un basso profondo. Il coro era accompagnato dal crescente strepitio degli apparecchi telefonici.
Ehi, vento del nord, muovi l’onda!…
urlava il fattorino sulla scala.
Le lacrime scorrevano sul viso della ragazza; essa cercava di stringere i denti, ma la sua bocca si apriva da sola, ed essa cantava di un’ottava piú su del fattorino:
Il giovanotto non deve andar lontano!…
I muti visitatori della filiale erano stupiti dal fatto che i coristi, sparsi in vari posti, cantassero all’unisono come se l’intero coro non staccasse gli occhi da un invisibile direttore.
Coloro che passavano per il vicolo Vagan’kovskij si fermavano presso l’inferriata dell’ingresso, meravigliandosi dell’allegria che regnava nella filiale.
Non appena la prima strofa giunse alla fine, il canto cessò di colpo, di nuovo come ubbidendo alla bacchetta di un direttore. Il fattorino imprecò a bassa voce e sparí.
Si aprí la porta principale e apparve un signore con un soprabito dal quale spuntavano le falde di un camice bianco e con lui un poliziotto.
— Faccia qualcosa, dottore, la supplico! — gridò istericamente la ragazza.
Corse fuori sulla scala il segretario della filiale, e, ardendo visibilmente di vergogna e d’imbarazzo, disse in un balbettio:
— Vede, dottore, abbiamo qui un caso di ipnosi collettiva, è quindi necessario… — Non terminò la frase, cominciò a impappinarsi e attaccò con voce tenorile:
Silka e Nercinsk…
— Cretino! — fece in tempo a gridare la ragazza, ma non spiegò con chi ce l’avesse, ed emise invece un trillo forzato, cantando anche lei di Silka e Nercinsk.
— Si padroneggi! La smetta di cantare! — disse il dottore al segretario.
Tutto attestava che questi avrebbe dato qualsiasi somma pur di smettere di cantare, ma smettere non poteva e, insieme col coro, portò a conoscenza di coloro che passavano per la strada che «nella boscaglia non lo toccò la belva vorace, e le pallottole dei tiratori non lo raggiunsero».
Non appena la strofa finí, la ragazza ricevette per prima una dose di valeriana dal medico, che corse poi dagli altri impiegati dietro al segretario, per dar la medicina anche a loro.
— Scusi, signorina, — disse a un tratto Vasilij Stepanovič alla ragazza. — Non è stato qui da voi un gatto nero?
— Che gatto d’Egitto? — urlò quella, rabbiosa. — Un asino abbiamo in filiale, un asino! — E dopo aver soggiunto:
Mi stia a sentire, racconterò tutto, — raccontò per davvero quanto era avvenuto.
Risultò che il direttore della filiale cittadina, «che aveva definitivamente rovinato gli spettacoli leggeri» (secondo le parole della ragazza), soffriva della mania di organizzare ogni tipo di circoli ricreativi.
— Gettava il fumo negli occhi ai dirigenti! — urlava la ragazza.
Nel corso di un anno egli era riuscito a organizzare un circolo di studio dell’opera poetica di Lermontov, uno per il gioco degli scacchi e della dama, uno di ping-pong e uno di equitazione. Per l’estate, minacciava di organizzare un club di rematori d’acqua dolce, e uno di alpinisti. Ed ecco, che nell’intervallo di mezzogiorno, entra il direttore…
— …in compagnia di un figlio di cane, — continuava la ragazza, — saltato fuori da chi sa dove, con certi pantaloni a quadretti, gli occhiali a molla incrinati e… un ceffo che te lo raccomando!…
E subito, secondo il racconto della ragazza, lo presentò a tutti coloro che stavano pranzando alla mensa della filiale come un noto specialista per l’organizzazione di club di canto corale.
I volti dei futuri alpinisti s’incupirono, ma il direttore invitò subito tutti a star su di morale e lo specialista scherzò e fece lo spiritoso e giurò che il canto porta via pochissimo tempo, mentre se ne ricava un utile a carrettate.
Naturalmente, disse la ragazza, per primi saltarono su Fanov e Kosarcuk, ben noti leccapiedi della filiale, e dichiararono che s’iscrivevano subito. Gli altri impiegati allora si convinsero che cantare era inevitabile, e dovettero iscriversi anche loro. Decisero di dedicarsi al canto nell’intervallo di mezzogiorno, perché tutto il tempo rimanente era già impegnato da Lermontov e dalla dama. Per dare il buon esempio, il direttore dichiarò che aveva una voce tenorile, poi tutto si svolse come in un brutto sogno. Il maestro del coro, il tipo a quadretti, urlò:
— Do-mi-sol-do! — trasse fuori i piú timidi da dietro gli armadi, dove questi tentavano di salvarsi dal canto, disse a Kosarcuk che aveva un orecchio perfetto, cominciò a gemere, a frignare, pregò di non far fare brutta figura al vecchio maestro di cappella canterino, picchiettava il diapason sulle dita, supplicando di attaccare Celebre mare.
Attaccarono. E attaccarono bene. Il tipo a quadretti se ne intendeva davvero. Finirono la prima strofa. Qui il maestro di cappella chiese scusa, disse: «Un minuto soltanto…» e scomparve. Pensavano che sarebbe ritornato un minuto dopo. Ma di minuti ne passarono dieci, e ancora non si vedeva. Gli impiegati della filiale esultarono: era scappato!
Ma a un tratto cominciarono da soli a cantare la seconda strofa. Chi guidò tutti era Kosarcuk che non aveva magari un orecchio perfetto, ma disponeva di una voce tenorile abbastanza gradevole. Cantarono. Il maestro di cappella non c’era! Si diressero ai propri posti, ma non fecero in tempo a sedersi che, contro la propria volontà, presero a cantare. Fermarsi? Magari! Stavano zitti per tre minuti forse, e poi via di nuovo! Tacevano, poi attaccavano ancora! Capirono allora che erano nei guai. Dalla vergogna, il direttore si chiuse a chiave nel suo ufficio!
Il racconto della ragazza s’interruppe a questo punto: la valeriana non era servita proprio a niente.
Un quarto d’ora piú tardi, si avvicinarono all’inferriata nel vicolo Vagan’kovskij tre camion su cui fu caricato l’intero organico della filiale, il direttore in testa.
Non appena il primo camion, traballando nel portone, uscí nel vicolo, gli impiegati che, in piedi sul cassone, si sostenevano l’un l’altro di spalle, spalancarono la bocca e la nota canzone risuonò nel vicolo. Il secondo camion fece eco, e poi anche il terzo. E andarono cosí. I passanti, che correvano per i fatti loro, lanciavano ai camion una rapida occhiata senza stupirsi affatto, pensando che si trattasse di una gita in campagna. Stavano effettivamente andando in campagna, ma non in gita, bensí nella clinica del professor Stravinskij
Mezz’ora dopo, il ragioniere, che aveva completamente perso la testa, arrivò alla sezione finanziaria, sperando di potersi finalmente sbarazzare del denaro dell’ufficio. Reso saggio dall’esperienza, anzitutto diede cautamente una capatina nella sala oblunga dove, dietro ai vetri smerigliati con le scritte dorate, sedevano gli impiegati. Il ragioniere non scorse alcun segno di inquietudine o disordine. Regnava il silenzio, come si conviene in un ente che si rispetti.
Vasilij Stepanovič infilò la testa nello sportello su cui stava scritto: «Incassi», salutò un impiegato che non conosceva, e chiese educatamente un modulo di versamento.
— Perché? — chiese il funzionario dello sportello.
Il ragioniere si stupí.
— Voglio fare un versamento. Sono del Varietà.
— Un attimo, — rispose l’impiegato, e immediatamente chiuse l’apertura con una rete.
«Strano!…», pensò il ragioniere. Il suo stupore era perfettamente naturale. Era la prima volta in vita sua che gli capitava una cosa del genere. È noto a tutti come sia difficile riscuotere del denaro, in questo si possono sempre incontrare ostacoli. Ma nella pratica trentennale del ragioniere, non era mai successo che chiunque, fosse persona giuridica o fisica, avesse fatto difficoltà a incassare denaro. Infine la rete fu scostata, e il ragioniere si strinse di nuovo allo sportello.
— Sono tanti? — chiese il funzionario.
— Ventunmilasettecentoundici rubli.
— Oho! — esclamò il funzionario, con un’inspiegabile ironia, e gli porse un foglietto verde.
Conoscendo bene il modulo, il ragioniere lo riempí in un batter d’occhio e cominciò a slacciare lo spago del pacco. Quando disfece l’involto, gli si abbagliarono gli occhi ed egli mugolò qualcosa con un’espressione di dolore.
Davanti ai suoi occhi balenava denaro straniero: c’erano mazzette di dollari canadesi, sterline inglesi, gulden olandesi, lat lettoni, corone estoni…
— È uno di quelli che fanno i trucchi al Varietà, — si udí una voce minacciosa rimbombare sopra il ragioniere inebetito. E subito Vasilij Stepanovič venne arrestato.
CAPITOLO DICIOTTESIMO Visitatori sfortunati
Nello stesso momento in cui lo zelante ragioniere attraversava Mosca in tassí per imbattersi nel vestito autoscrivente, da un vagone di prima classe riservato del treno n. 9 proveniente da Kiev, arrivava a Mosca, tra gli altri, un passeggero distinto, con in mano una valigia di fibra. Questo passeggero altri non era che Maksimilian Andreevič Poplavskij, lo zio del defunto Berlioz, un economista pianificatore, che viveva a Kiev nell’ex via Institutskaja. Il motivo del suo arrivo a Mosca era un telegramma che egli aveva ricevuto due giorni prima, a tarda sera, e il cui contenuto era il seguente:
«SONO SCHIACCIATO DA TRAM Al PATRIARŠIE STOP FUNERALE VENERDÌ ORE QUINDICI STOP VIENI — Firmato: BERLIOZ».
Maksimilian Andreevič era considerato, e meritatamente, uno degli uomini piú intelligenti di Kiev. Ma anche l’uomo piú intelligente non saprebbe che pesci pigliare di fronte a un simile telegramma. Se una persona telegrafa che è appena stata schiacciata, è chiaro che non è stata schiacciata a morte. Allora che c’entra il funerale? Oppure sta malissimo e prevede di morire? Non è impossibile, ma allora è oltremodo strana la precisione: come può sapere che il suo funerale avrà luogo venerdí alle tre pomeridiane? Un telegramma sbalorditivo!
Però gli intelligenti sono intelligenti proprio per vederci chiaro nelle cose imbrogliate. Semplicissimo: c’era un errore. Il telegramma era stato trasmesso in modo inesatto. La parola «sono» doveva appartenere a un altro telegramma e aveva sostituito la parola «Berlioz» andata a finire in fondo come firma. Con questa rettifica, il senso del testo diventava chiaro ma, naturalmente, tragico.
Quando si calmò lo scoppio di dolore che aveva colpito la consorte di Maksimilian Andreevič, questi cominciò subito a far le valige per andare a Mosca.
Occorre svelare un segreto di Maksimilian Andreevič.
Non c’è dubbio che sentisse pietà per il nipote della moglie, perito nel fiore degli anni. Ma, naturalmente, da uomo pratico, capiva benissimo che la sua presenza al funerale era tutt’altro che indispensabile. Eppure Maksimilian Andreevič non vedeva l’ora di andare a Mosca. Di che si trattava? Di una cosa sola: l’appartamento. Un appartamento a Mosca, questa sí che era una cosa seria! Chi sa perché, Kiev a Maksimilian Andreevič non piaceva, e il pensiero di trasferirsi a Mosca negli ultimi tempi lo rodeva al punto che aveva persino cominciato a perdere il sonno.
Non lo rallegravano le piene primaverili del Dnepr quando, allagando le isole sulla riva bassa, l’acqua si fondeva con l’orizzonte. Non lo rallegrava il panorama di una bellezza sconvolgente che si apriva alla vista dal piedistallo della statua del principe Vladimir. Non lo allietavano le macchie di sole che giocavano in primavera sulle stradette ammattonate della Vladimirskaja gorka. Non voleva niente di tutto ciò, una cosa sola voleva: trasferirsi a Mosca.
Le inserzioni fatte sui giornali, dove proponeva il cambio di un appartamento sulla via Institutskaja con un altro, anche di superficie minore, a Mosca, non avevano dato alcun risultato. Non si trovava gente disposta, o se raramente se ne trovava, le loro proposte non erano oneste.
Il telegramma sconvolse Maksimilian Andreevič. Era un’occasione che sarebbe stato un peccato lasciarsi sfuggire. La gente pratica sa che possibilità del genere non si presentano due volte.
Insomma, malgrado tutte le difficoltà, doveva riuscire a ereditare l’appartamento del nipote sulla Sadovaja. Sí, era complicato, molto complicato, ma queste complicazioni andavano risolte ad ogni costo. L’esperto Maksimilian Andreevič sapeva che il primo passo in questo senso doveva assolutamente essere il seguente: prendere una residenza almeno temporanea, nelle tre stanze del defunto nipote.
Il venerdí, Maksimilian Andreevič entrò nella porta della stanza dove si trovava l’amministrazione della casa n. 302 bis sulla via Sadovaja a Mosca.
Nella stretta stanzuccia, sul muro della quale era appeso un vecchio manifesto che raffigurava, in alcune vignette, i modi di rianimare gli annegati nel fiume, a un tavolo di legno era seduto in completa solitudine un uomo di mezza età, con la barba lunga e gli occhi inquieti.
— Posso vedere il presidente dell’amministrazione? — chiese con cortesia l’economista-pianificatore, togliendosi il cappello e posando la valigia su una sedia libera.
Questa domanda apparentemente semplicissima turbò l’uomo seduto al punto da fargli cambiare faccia. Con gli occhi sfuggenti per l’inquietudine borbottò in modo confuso che il presidente non c’era.
— È a casa sua? — chiese Poplavskij. — Avrei una questione urgentissima da sottoporgli.
L’uomo seduto rispose di nuovo in modo sconnesso, ma si poteva indovinare che il presidente non era a casa sua.
— Quando ci sarà?
L’uomo non rispose a questa domanda, e con una certa qual angoscia guardò fuori della finestra.
«Aha!…», disse tra sé l’intelligente Poplavskij, e chiese del segretario.
Lo strano uomo divenne addirittura purpureo dalla tensione e disse di nuovo in modo confuso che non c’era neppure il segretario… non si sapeva quando sarebbe venuto e… che il segretario era ammalato…
«Aha!…», disse Poplavskij tra sé. — Ma deve pur esserci qualcuno in amministrazione?
— Io, — rispose l’uomo con voce fievole.
— Vede, — disse Poplavskij con aria imponente, — io sono l’unico erede del defunto Berlioz, mio nipote, perito, come lei sa, ai Patriaršie, e ho l’obbligo, conformemente alla legge, di accettare l’eredità che consiste nel nostro appartamento n. 50…
— Non sono al corrente, compagno… — lo interruppe mestamente l’uomo.
— Ma permetta, — disse Poplavskij con voce sonora, — lei è un membro dell’amministrazione, e ha l’obbligo di…
Interrompendolo, entrò nella stanzetta un signore. Alla sua vista, quello seduto al tavolo impallidí.
— Lei è Pjatnazko, membro dell’amministrazione? chiese il nuovo venuto.
— Sono io, — rispose l’altro con voce quasi impercettibile.
Il nuovo venuto gli sussurrò qualcosa all’orecchio e quello, del tutto sconvolto, si alzò dalla sedia. Pochi secondi dopo, Poplavskij era solo nella stanza vuota dell’amministrazione.
«Ahi, che complicazione! Possibile che tutti insieme dovevano…», pensava con dispetto Poplavskij, attraversando il cortile asfaltato e dirigendosi verso l’appartamento n. 50.
Non appena l’economista-pianificatore ebbe suonato, la porta fu aperta e Maksimilian Andreevič entrò nell’anticamera quasi buia. Fu alquanto sorpreso dal fatto che non si capiva chi gli avesse aperto: nell’anticamera non c’era nessuno all’infuori di un enorme gatto nero seduto su una sedia.
Maksimilian Andreevič tossicchiò, batté i piedi e allora si aprí la porta dello studio, e Korov’ev entrò nell’anticamera. Maksimilian Andreevič gli fece un inchino cortese ma dignitoso e disse:
— Mi chiamo Poplavskij. Sono lo zio…
Non fece in tempo a terminare la frase che Korov’ev tirò fuori dalla tasca un fazzoletto sporco, vi nascose il viso e cominciò a piangere.
— …del defunto Berlioz…
— Sí, sí, naturalmente! — lo interruppe Korov’ev, togliendosi il fazzoletto dal volto. — Non appena l’ho vista, ho indovinato che era lei! — Qui fu scosso dalle lacrime e continuò: — Che disgrazia, eh? Ne capitano, eh?
— È stato schiacciato da un tram? — chiese Poplavskij in un sussurro.
— In pieno! — gridò Korov’ev, e le lacrime gli colarono a torrenti da sotto gli occhiali a molla. — In pieno! Ero lí! Mi creda, zac, e via la testa! La gamba destra, crac, spaccata in due! La gamba sinistra, crac, spaccata in due! Ecco i bei risultati dei tram! — e non avendo evidentemente la forza di contenersi, Korov’ev si appoggiò col naso al muro vicino allo specchio, sussultando dai singhiozzi.
Lo zio di Berlioz fu sinceramente sorpreso dal comportamento dello sconosciuto. «Ecco, e poi dicono che non c’è piú al mondo gente di cuore!», pensò, sentendo che anche i suoi occhi cominciavano a pizzicare. Ma nello stesso tempo una nuvoletta sgradevole gettò un’ombra sul suo animo, e come un serpentello balenò il dubbio che quell’uomo di cuore avesse magari già preso la residenza nell’appartamento del defunto, poiché nella vita capitano anche cose del genere.
— Scusi, ma lei era un amico del mio povero Miša? chiese, asciugandosi con la manica l’occhio sinistro asciutto, e studiando con quello destro Korov’ev sconvolto dalla tristezza. Ma quello singhiozzava a tal punto che non si poteva capire nulla, fuorché le parole «crac», e «spaccata in due». Dopo aver singhiozzato a profusione, Korov’ev si scollò infine dal muro e disse:
— No, non ne posso piú! Vado a prendere trecento gocce di valeriana… — e voltando verso Poplavskij il viso coperto di lacrime, soggiunse: — E poi dicono dei tram!
— Mi scusi, è stato lei a telegrafarmi? — chiese Maksimilian Andreevič, cercando tormentosamente di capire chi potesse essere quello straordinario frignone.
— Lui, — rispose Korov’ev indicando il gatto col dito. Poplavskij sbarrò gli occhi, pensando di aver sentito male.
— No, non ce la faccio piú, — continuava Korov’ev tirando su col naso, — quando mi ricordo: la ruota sulla gamba… una ruota che peserà da sola un quintale e mezzo… crac!… Vado a letto, un po’ di sonno mi aiuterà — . E scomparve dall’anticamera.
Il gatto si mosse, saltò giú dalla sedia, si rizzò sulle zampe posteriori, si mise quelle anteriori sui fianchi, spalancò le fauci e disse:
— Be’, ho telegrafato io. E allora?
A Maksimilian Andreevič venne di colpo il capogiro non si sentí piú le braccia e le gambe, lasciò cadere la valigia e sedette su una sedia di fronte al gatto.
— Mi pare di parlare russo, — disse severo il gatto, — e allora?
Ma Poplavskij non rispose.
— Documenti! — ringhiò il gatto e tese una zampa grassoccia.
Senza capire niente e senza vedere niente all’infuori di due scintille che ardevano negli occhi del gatto, Poplavskij trasse dalla tasca il passaporto come un pugnale. Dal tavolo sotto lo specchio, il gatto afferrò un paio di occhiali dalla spessa montatura nera e se li inforcò sul muso, il che lo rese ancora piú imponente; poi prese il passaporto dalle mani tremanti di Poplavskij.
«Interessante: perderò i sensi oppure no?…», pensò Poplavskij. Da lontano giungevano i singhiozzi di Korov’ev, tutta l’anticamera si era riempita dell’odore di etere, di valeriana e di un’altra schifezza nauseabonda.
— Quale sezione della polizia ha rilasciato questo documento? — chiese il gatto esaminando la pagina. Non ci fu risposta.
— La quattrocentododici, — si disse il gatto, seguendo con la zampa le righe del passaporto, che teneva a rovescio. — Ah sí, naturalmente! Conosco questa sezione, là rilasciano i documenti al primo che capita. Io, ad esempio, non avrei mai dato il passaporto a uno come lei! A nessun costo! L’avrei guardato in faccia una sola volta e subito glielo avrei rifiutato! — Il gatto si arrabbiò al punto da buttare il passaporto in terra. — La sua partecipazione al funerale è abrogata, — continuò il gatto con tono ufficiale. — Voglia tornare nel suo luogo di residenza — . E ringhiò verso la porta: — Azazello!
Al richiamo giunse di corsa in anticamera un piccoletto, zoppo, con una calzamaglia nera e un coltello infilato alla cintura di cuoio, rosso di capelli, con una zanna gialla, e l’occhio sinistro coperto da un leucoma.
Poplavskij si sentí soffocare, si alzò dalla sedia e indietreggiò tenendosi una mano sul cuore.
— Azazello, accompagnalo! — ordinò il gatto e uscí dall’anticamera.
— Poplavskij, — disse piano con voce nasale il nuovo venuto, — spero che abbia capito tutto?
Poplavskij annuí col capo.
— Tornatene subito a Kiev, — continuò Azazello. — Stattene li tranquillo come un agnellino e togliti dalla testa tutti gli appartamenti di Mosca. Chiaro?
Il piccoletto, che con la zanna, il coltello e l’occhio cieco, incuteva una paura mortale a Poplavskij, gli arrivava soltanto fino alle spalle, ma agiva in modo energico, sistematico ed efficiente.
Anzitutto raccattò il passaporto e lo porse a Maksimilian Andreevič, che prese il libretto con la mano inerte. Poi il denominato Azazello con una mano sollevò la valigia, con l’altra spalancò la porta e, prendendo sotto braccio lo zio di Berlioz, lo condusse sul pianerottolo. Poplavskij si appoggiò al muro. Senza alcuna chiave, Azazello aprí la valigia, ne tirò fuori un enorme pollo arrosto senza una coscia, avvolto in una bisunta carta da giornale, e lo depose sul pianerottolo. Poi tirò fuori due mute di biancheria, la cinghia per affilare il rasoio, un libro, un astuccio, e spinse tutto, tranne il pollo, giú per la tromba delle scale. Prese la stessa strada la valigia ormai vuota. La si sentí cadere di schianto in fondo e, a giudicare dal rumore, il coperchio doveva essere saltato via.
Poi il brigante dai capelli rossi afferrò il pollo per la coscia, e diede di piatto un colpo cosí forte e terribile sul collo di Poplavskij che il corpo del pollo si staccò, e la coscia rimase in mano ad Azazello. «Tutto si confuse in casa Oblonskij», come giustamente si espresse il celebre scrittore Lev Tolstoj. Avrebbe detto proprio cosí in questo caso. Sí! Tutto si confuse negli occhi di Poplavskij. Una lunga scintilla gli passò davanti agli occhi, fu poi sostituita da un luttuoso serpente che oscurò per un attimo la giornata di maggio, e Poplavskij volò giú dalla scala con il passaporto in mano.
Alla prima svolta, ruppe con un piede il vetro della finestra sul pianerottolo, e si sedette su un gradino. Gli saltellò accanto il pollo senza cosce e cadde nella tromba delle scale. Azazello, rimasto in alto, divorò la coscia in un baleno e ripose l’osso nel taschino laterale della calzamaglia, rientrò quindi nell’appartamento e chiuse la porta con fragore.
In quel momento si udirono dabbasso i passi cauti di qualcuno che saliva.
Fatto di corsa ancora un piano, Poplavskij sedette su una panchina di legno sul pianerottolo per riprendere fiato.
Un omettino anziano dal volto straordinariamente triste, con un antico vestito di tussor e un cappello di paglia duro col nastro verde, saliva le scale, e si fermò vicino a Poplavskij.
— Posso chiederle, signore, — chiese egli con mestizia, dov’è l’appartamento n. 50?
— Piú su, — rispose in modo brusco Poplavskij.
— La ringrazio sentitamente, signore, — disse l’ometto con altrettanta tristezza e riprese a salire. Poplavskij si alzò e scese di corsa.
Viene da chiedersi: Maksimilian Andreevič si affrettava forse a correre alla polizia per denunciare i briganti che lo avevano selvaggiamente aggredito in pieno giorno? No di certo, lo si può dire con sicurezza. Andare alla polizia e dire: ecco un gatto con gli occhiali mi ha controllato il passaporto, e un uomo con la calzamaglia e un coltello… — no, signori, Maksimilian Andreevič era per davvero un uomo intelligente.
Era ormai a pianterreno, e presso il portone vide un uscio che dava in uno sgabuzzino. Il vetro dell’uscio era rotto. Poplavskij nascose il passaporto in tasca e si guardò intorno, sperando di scorgere gli oggetti buttati giú. Ma non ce n’era traccia. Poplavskij fu sorpreso dallo scarso dispiacere che ne provò. Era preso da un altro pensiero interessante e seducente: verificare ancora una volta il maledetto appartamento per mezzo dell’ometto. Infatti, se egli aveva chiesto dove fosse, voleva dire che era la prima volta che ci andava. Quindi andava difilato nelle grinfie della banda che occupava l’appartamento n. 50. Qualcosa diceva a Poplavskij che l’omettino sarebbe uscito prestissimo da quell’appartamento. Maksimilian Andreevič, naturalmente, non aveva piú l’intenzione di recarsi ad alcun funerale di alcun nipote, e fino al prossimo treno per Kiev c’era tempo a sufficienza. L’economista si guardò in giro e si infilò nello sgabuzzino.
In quel momento si udí una porta sbattere in alto. «È entrato…», pensò Poplavskij, col cuore che gli mancava. Nello sgabuzzino faceva fresco, si sentiva odore di topi e di stivali. Poplavskij si sedette su un pezzo di legno, deciso ad aspettare. La posizione era comoda, dallo sgabuzzino si vedeva benissimo il portone dell’interno 6.
Dovette però attendere piú a lungo di quanto avesse previsto. Per tutto il tempo la scala rimase vuota. Si sentiva tutto, e, finalmente, al quinto piano una porta sbatté. Poplavskij impietrí. Sí, erano i suoi passetti. «Sta scendendo…» Si aprí una porta al quarto piano. I passetti si fermarono. Una voce femminile. La voce dell’omino triste, sí era la sua… Disse qualcosa come «lascia, per amore di Cristo…» L’orecchio di Poplavskij spuntava dal vetro rotto. Questo orecchio afferrò una risata femminile. Passi rapidi e allegri che scendevano. Poi balenò la schiena di una donna. Questa, con in mano una borsa di tela cerata verde, uscí in cortile. I passetti dell’uomo ricominciarono. «Strano! Risale nell’appartamento? Non sarà anche lui della stessa banda? Sí, risale. Ecco, di sopra hanno di nuovo aperto la porta. Be’, aspettiamo ancora…»
Questa volta non dovette aspettare a lungo. Rumore della porta. Passetti. I passetti cessarono. Un urlo terribile. Miagolio di un gatto. Passetti rapidi, fitti, giú, giú, giú!
Poplavskij aveva aspettato quanto bastava. Facendosi il segno della croce e borbottando qualcosa, l’uomo triste guizzò via senza cappello, con una faccia assolutamente folle, la calvizie graffiata e i pantaloni bagnatissimi. Cominciò a scuotere la maniglia del portone: per la paura non capiva se si aprisse verso l’interno o l’esterno; finalmente l’ebbe vinta e balzò fuori nel cortile al sole.
La verifica dell’appartamento era stata eseguita. Senza piú pensare né al defunto nipote né all’appartamento, preso da un brivido all’idea del pericolo in cui era incorso, Maksimilian Andreevič, sussurrando le parole «ho capito tutto, ho capito tutto!», corse fuori in cortile. Qualche minuto piú tardi, il filobus portava l’economista-pianificatore verso la stazione dei treni per Kiev.
In quanto all’omino, mentre l’economista se ne stava nello sgabuzzino, gli era successa una storia spiacevolissima. Era il preposto al buffet del Varietà e si chiamava Andrej Fokič Sokov. Mentre si svolgeva l’inchiesta al teatro Andrej Fokič stava alla larga, e fu notato soltanto che era diventato ancora piú mesto di quanto lo fosse di solito inoltre, aveva chiesto al fattorino Karpov il recapito dei mago straniero.
Dunque, dopo che ebbe lasciato l’economista sul pianerottolo, il barista giunse al quinto piano e suonò all’appartamento. Gli fu aperto immediatamente, ma egli sussultò, indietreggiò, e non entrò subito. Questo era comprensibile. La porta gli era stata aperta da una ragazza che non indossava altro che un civettuolo grembiulino di pizzo e una crestina bianca sul capo. Ah sí, ai piedi calzava scarpette dorate. Di complessione la ragazza era ineccepibile e l’unica pecca del suo fisico poteva essere considerata una cicatrice purpurea al collo.
— Su! entri, visto che ha suonato, — disse la ragazza, fissando il barista con verdi occhi lascivi.
Andrej Fokič lanciò un’esclamazione, sbatté le palpebre e avanzò nell’anticamera togliendosi il cappello. Proprio in quel mentre nell’anticamera squillò il telefono. L’impudica cameriera, messo un piede su una sedia, staccò il ricevitore dalla forcella e disse: — Pronto!
Il barista non sapeva dove mettere gli occhi, si appoggiava ora su un piede ora sull’altro e pensava: «Che razza di cameriera si è presa lo straniero! Pff, che sudiceria!» E, per salvarsi da quella sudiceria, cominciò a guardarsi intorno.
Tutta la grande anticamera semibuia era ingombra di oggetti e vestiti stranissimi. Cosí, sullo schienale di una sedia era buttato un mantello da lutto con una fodera color fuoco, sul tavolino davanti allo specchio giaceva una lunga spada con l’elsa luccicante d’oro. Tre spade con le else d’argento erano appoggiate nell’angolo come semplici ombrelli o bastoni. Su delle corna di cervi erano appesi berretti con penne d’aquila.
— Sí, — rispondeva la cameriera al telefono. — Come? Il barone Meigel? Dica pure. Sí. Il signor artista oggi è in casa. Sí, sarà lieto di vederla. Sí, ospiti… Frac o smoking. Come? A mezzanotte — . Finita la conversazione, la cameriera ripose il ricevitore e si rivolse al barista: — Lei desidera?
— Devo vedere il signor artista.
— Come, lui in persona?
— Lui, — rispose mesto il barista.
— M’informo, — disse la cameriera con visibile esitazione, e, schiusa la porta dello studio del defunto Berlioz, annunciò: — Cavaliere, è arrivato un ometto che dice di dover vedere il Messere.
— Entri pure, — echeggiò dallo studio la voce rotta di Korov’ev.
— Si accomodi in salotto, — disse la ragazza con semplicità come se fosse vestita in modo normale, schiuse la porta del salotto e uscí dall’anticamera.
Entrato dove gli era stato detto, il barista dimenticò perfino il motivo della sua venuta tanto lo sbalordí l’arredamento della stanza. Attraverso i vetri colorati delle alte finestre (una fantasia della gioielliera, scomparsa senza lasciar traccia) fluiva una luce insolita, simile a quella delle chiese. Nell’antico enorme camino, nonostante la calda giornata primaverile, fiammeggiava della legna. Eppure nella camera non faceva affatto caldo, anzi, chi entrava era avvolto da un’umidità da cantina. Davanti al camino, su una pelle di tigre, sedeva un gattone nero, che con gli occhi bonariamente socchiusi fissava il fuoco. C’era un tavolo, e quando il pio barista lo guardò, ebbe un sussulto: il tavolo era coperto da un broccato d’altare. Sulla tovaglia di broccato stavano numerose bottiglie, panciute, ammuffite e polverose. Tra le bottiglie scintillava un piatto, e si vedeva subito che quel piatto era d’oro puro. Presso il caminetto, un piccoletto dai capelli rossi, con un coltello alla cintura, arrostiva pezzi di carne infilzati su una lunga spada d’acciaio, e il sugo gocciolava nel fuoco, e il fumo saliva nella cappa. Oltre all’odore della carne arrostita si sentiva un intenso profumo, e un aroma d’incenso, per cui al barista, che già sapeva dai giornali della fine di Berlioz, balenò l’idea che magari stavano celebrando una messa funebre in suo onore, idea che, però, scacciò subito in quanto evidentemente assurda.
Lo sbalordito barista udí a un tratto una pesante voce di basso:
— Allora, in che cosa posso esserle utile?
In quell’istante egli scoprí nell’ombra colui che cercava.
Il mago era sdraiato su un immenso divano basso, coi cuscini sparsi qua e là. Sembrò al barista che l’artista indossasse soltanto mutande e maglia nere e scarpe nere dalla punta aguzza.
— Io, — disse con amarezza il barista, — dirigo il buffet al Teatro di Varietà…
L’artista stese la mano, sulle cui dita brillavano gemme, come per sbarrare le labbra del barista, e disse con molto calore:
— No, no, no! Non una parola di piú! In nessun caso, mai e poi mai! Non metterò mai in bocca niente del suo buffet! Io, egregio, sono passato ieri vicino al suo banco, e non riesco ancora a dimenticare lo storione e il pecorino! Carissimo! Il pecorino non può essere verde, qualcuno l’ha ingannato. Deve essere bianco. E il tè? È sciacquatura di piatti! Ho visto coi miei occhi una sozza ragazza che versava nel vostro enorme samovar acqua fredda da un secchio, e continuavano a servire il tè! No, carissimo, cosí non va!
— Chiedo scusa, — disse Andrej Fokič sbalordito da quell’attacco improvviso, — io non sono venuto per questo, e lo storione qui non c’entra…
— Come sarebbe a dire non c’entra, se è guasto!
— Hanno mandato uno storione che non era piú di prima freschezza, — comunicò il barista.
— Amico, sono assurdità!
— Perché assurdità?
— Una cosa che non sia piú di prima freschezza! La freschezza è una sola: la prima, ed è anche l’ultima. Se lo storione non è di prima freschezza, vuol dire che è putrefatto.
— Chiedo scusa… — ricominciò il barista non sapendo come liberarsi dall’artista che non gli dava tregua.
— Non posso scusarla, — disse l’altro con fermezza.
— Non sono venuto qui per questo, — disse il barista completamente confuso.
— Non è venuto per questo? — si stupí il mago straniero. — E che altro può averla condotta da me? Se la memoria non m’inganna, di gente che abbia una professione affine alla sua ho conosciuto soltanto una vivandiera, ma molto tempo fa, quando lei non era ancora nato. Del resto, sono ben lieto. Azazello! Uno sgabello al signor preposto al buffet del teatro!
Quello che arrostiva la carne si voltò, spaventando il barista con le sue zanne, e gli porse agilmente uno degli scuri sgabelli di quercia. Non c’erano altri tipi di sedile nella stanza.
Il barista disse:
— La ringrazio sentitamente, — e si abbassò sullo sgabello. Subito il piede posteriore si spaccò con fracasso e, gettata un’esclamazione, il barista batté assai dolorosamente il sedere per terra. Cadendo, s’impigliò col piede in un altro sgabello davanti a lui, e si rovesciò sui pantaloni una coppa piena di vino rosso che vi si trovava sopra.
L’artista esclamò:
— Ohi! Si è fatto male?
Azazello aiutò il barista ad alzarsi e porse un altro sedile. Con voce colma di dolore il barista respinse la proposta del padrone di casa di togliersi i pantaloni e di farli asciugare dinanzi al fuoco e, con un senso di fastidio intollerabile per il vestito e la biancheria bagnata, si sedette con apprensione su un altro sgabello.
— Mi piace sedere in basso, — disse l’artista, — cadere da un sedile basso è meno pericoloso. Ah sí, eravamo rimasti allo storione. Carissimo, freschezza e ancora freschezza! Ecco quale dovrebbe essere il motto di ogni barista. Guardi, se vuol assaggiare…
Alla luce purpurea del camino balenò davanti al barista una spada, e Azazello serví su un piatto d’oro un pezzo di carne sfrigolante, vi versò del sugo di limone e porse al barista una forchetta d’oro a due denti.
— Grazie tante… io…
— No, no, assaggi!
Per educazione, il barista si mise il pezzetto in bocca e capí subito che stava masticando qualcosa di effettivamente molto fresco e, soprattutto, di un gusto straordinario. Ma mentre stava masticando quella carne fragrante e succulenta, mancò poco che soffocasse e cadesse di nuovo in terra. Dalla stanza vicina entrò volando un grosso uccello scuro e con l’ala sfiorò piano piano la pelata del barista. Quando l’uccello si appollaiò sulla mensola del camino vicino all’orologio, si vide che era un gufo. «Dio santo!… — pensò Andrej Fokič, nervoso come tutti i baristi. — Che appartamento!…»
— Una coppa di vino? Bianco? Rosso? Il vino di quale paese preferisce a quest’ora del giorno?
— Grazie tante… non bevo…
— Fa male! Vuol fare allora una partita ai dadi? O ama qualche altro gioco? Il domino, le carte?
— Non gioco, — replicò il barista, ormai stanco.
— Malissimo! — concluse il padrone di casa. — Mi scusi, ma qualcosa di poco buono si nasconde negli uomini che evitano il vino, il gioco, la compagnia di donne affascinanti, la conversazione conviviale. Questi uomini, o sono gravemente ammalati, oppure odiano in segreto il prossimo.
È vero, possono esserci delle eccezioni. Tra gli uomini che si sono seduti con me a una tavola imbandita vi sono stati dei vigliacchi strabilianti!… Bene, mi dica quello che ha da dirmi.
— Ieri, lei si è degnato di eseguire dei trucchi…
— Io? — esclamò stupefatto il mago. — Quando mai? Non mi si addice neppure!
— Mi perdoni, — disse il barista interdetto. — Eppure…lo spettacolo di magia nera…
— Ah sí, sí! Caro mio, le svelerò un segreto. Non sono affatto un artista: avevo soltanto voglia di vedere moscoviti in massa, e il posto migliore per fare questo è un teatro. Allora il mio seguito — fece un cenno verso il gatto ha organizzato questo spettacolo, e io mi sono limitato a starmene seduto e a guardare i moscoviti. Ma non si spaventi, e mi dica piuttosto che cosa, in relazione a quello spettacolo, l’ha spinto qui?
— Ecco, vede, tra l’altro, i biglietti sono volati giú dal soffitto… — Il barista abbassò la voce e si guardò attorno con imbarazzo. — Be’, tutti li hanno presi. E cosí, viene al bar un giovanotto, mi dà dieci rubli, io gli do il resto di otto e cinquanta… Poi un altro…
— Anche lui un giovanotto?
— No, uno anziano. Un terzo, un quarto… Io continuo a dare il resto… Oggi poi mi metto a controllare la cassa, e invece dei rubli trovo carta straccia. Al buffet mancano centonove rubli.
— Ahi-ahi-ahi! — esclamò l’artista. — Possibile che credessero fossero banconote vere? Non posso ammettere che l’abbiano fatto di proposito.
Il barista si guardò intorno con una certa aria torva e triste, ma non disse nulla.
— Possibile che fossero truffatori? — chiese preoccupato il mago al suo ospite. — Possibile che tra i moscoviti ci siano dei truffatori?
In risposta, il barista sorrise con tanta amarezza che cadde ogni dubbio: sí, tra i moscoviti c’erano dei truffatori.
— È abietto! — si sdegnò Woland. — Lei è povero… Lei è povero, vero?
Il barista ritirò la testa tra le spalle in modo che si vide che era un uomo povero.
— Quanti soldi ha da parte?
La domanda era posta con tono compassionevole, eppure non si può non riconoscere che una domanda del genere era indelicata. Il barista esitò.
— Duecentoquarantanovemila rubli in cinque casse di risparmio, — echeggiò dalla stanza vicina una voce rotta, e a casa, sotto il pavimento, duecento pezzi d’oro da dieci rubli.
Sembrava che il barista si fosse saldato al suo sgabello.
— Sí, non è una gran somma, — disse Woland con condiscendenza al suo ospite, — anche se, a ben guardare, a lei non serve. Quand’è che morrà?
A questo punto il barista si ribellò.
— Questo non lo sa nessuno, e non riguarda nessuno, rispose.
— Figuriamoci se non lo si sa, — si sentí provenire dallo studio quella stessa voce volgare. — E che è? Il binomio di Newton? Morrà tra nove mesi, nel febbraio dell’anno prossimo, per un cancro al fegato, nella clinica dell’Università di Mosca, quarta corsia.
Il barista divenne giallo in volto.
— Nove mesi… — contava pensieroso Woland. — Duecentoquarantanovemila… fa, in cifra tonda, ventisettemila al mese… è un po’ poco, ma, a vivere modestamente, bastano… E poi ci sono le monete d’oro…
— Non riuscirà a cambiarle, — s’intromise la stessa voce, raggelando il cuore del barista. — Alla morte di Andrej Fokič, la casa sarà subito demolita e le monete saranno inviate alla Banca di stato.
— Però io non le consiglierei di andare in clinica, — continuò l’artista. — Che senso ha morire in una corsia, con l’accompagnamento dei gemiti e dei rantoli dei malati inguaribili? Non sarebbe meglio organizzare con quei ventisettemila rubli una bella festa e prendere del veleno, trasferirsi nell’altro mondo al suono della musica, circondato da belle ragazze ebbre e da amici scanzonati?
Il barista sedeva immobile ed era molto invecchiato.
Aveva gli occhi cerchiati, le guance erano flaccide e la mascella inferiore penzolava.
— Però, stiamo perdendo tempo a fantasticare, — esclamò il padrone di casa. — Veniamo al concreto. Faccia vedere la sua carta straccia.
Pieno d’emozione, il barista tolse dalla tasca un pacchetto, lo svolse e impietrí: nel pezzo di giornale c’erano banconote da dieci rubli.
— Carissimo, lei è davvero ammalato, — disse Woland stringendosi nelle spalle.
Il barista, con un sorriso insensato, si alzò dallo sgabello.
— Aa… — balbettò, — e se di nuovo… dico…
— Hm… — rifletté l’artista, — be’, allora torni qui. Sarà il benvenuto. Lieto di aver fatto la sua conoscenza…
Subito balzò fuori dallo studio Korov’ev, afferrò la mano del barista, cominciò a scuoterla e a pregare Andrej Fokič di salutare tutti, proprio tutti. Con la testa piena di confusione, il barista si mosse verso l’anticamera
— Hella, accompagnalo! — gridò Korov’ev.
Di nuovo quella donna rossa, nuda, in anticamera! Il barista scivolò fuori dalla porta, pigolò: «Arrivederci», e andò via come se fosse ubriaco. Dopo aver fatto una rampa di scala, si fermò, sedette su un gradino, trasse fuori il pacchetto, controllò: le banconote c’erano.
In quel momento uscí dall’appartamento che dava su quel pianerottolo una donna con una borsa verde. Vedendo un uomo seduto sul gradino, che fissava con espressione ottusa delle banconote da dieci rubli, la donna sorrise e disse pensierosa:
— Che casa, la nostra… Anche questo è ubriaco fin dal mattino… E sulla scala hanno rotto il vetro un’altra volta!
Fissando con maggiore attenzione il barista, soggiunse:
— Ehi, ma sei pieno di soldi! Perché non me ne dài un po’?
— Lasciami stare, per amor di Cristo! — si spaventò il barista, e nascose lesto il denaro.
La donna rise:
— Ma vai al diavolo, avaraccio! Scherzavo… — e scese.
Il barista si tirò su lentamente, alzò la mano per aggiustarsi il cappello, e costatò che non ce l’aveva. Non aveva nessuna voglia di tornare indietro, ma gli spiaceva per il cappello. Dopo una breve esitazione, risalí e suonò.
— Che cosa vuole ancora? — gli chiese la maledetta.
— Ho dimenticato il cappello… — sussurrò il barista puntando il dito sulla propria pelata. Hella si voltò. Il barista avrebbe voluto sputare e chiuse gli occhi. Quando li riaprí, Hella gli stava porgendo il cappello e una spada dall’elsa scura.
— Quella non è mia… — balbettò il barista respingendo la spada e mettendosi in fretta il cappello.
— Come, è venuto senza spada? — si stupí Hella.
Il barista borbottò qualcosa e scese in fretta. La sua testa non si sentiva a suo agio e sentiva troppo caldo in quel cappello. Lo tolse, e, con un salto di terrore, lanciò un grido: aveva in mano un berretto di velluto con una logora penna di gallo. Il barista si fece il segno della croce. Nello stesso istante il berretto miagolò, si trasformò in un gattino nero e, balzato di nuovo sulla testa di Andrej Fokič, gli affondò tutte le unghie nella pelata. Con un urlo atroce il barista si precipitò verso il basso, mentre il gattino gli cadde dalla testa e schizzò su per la scala.
Quando uscí all’aria aperta, trotterellò verso il portone lasciando per sempre la diabolica casa n. 302 bis.
Si sa benissimo quello che gli accadde in seguito. Dopo essere corso fuori dal portone, si guardò intorno con occhi dementi, come se cercasse qualcosa. Un attimo dopo era nella farmacia sull’opposto marciapiede. Non appena ebbe pronunciato le parole:
— Per favore, mi dica… — la donna dietro il banco esclamò:
— Signore, lei ha la testa piena di tagli!
Cinque minuti dopo, il barista era fasciato con garza, ed era venuto a sapere che i migliori specialisti di malattie del fegato erano considerati i professori Bernadskij e Kuz’min, chiese quale dei due abitasse piú vicino, s’infiammò di gioia apprendendo che Kuz’min abitava a due passi da lí, in una palazzina bianca, e due minuti dopo era sul posto.
L’ambiente era vecchio, ma molto accogliente. Il barista ricordò poi che aveva incontrato per prima una governante vecchia vecchia che voleva prendergli il cappello, ma poiché egli non l’aveva, se n’era andata via masticando con la bocca sdentata.
Al suo posto apparve, presso lo specchio, e, forse, sotto una specie di arco, una donna di mezza età, la quale disse subito che poteva fissargli una visita per il 19, non prima. Il barista intuí subito dov’era la sua salvezza. Guardò con occhi scialbi al di là dell’arco, dove tre persone aspettavano in quella che doveva essere un’anticamera, e sussurrò:
— Sono mortalmente malato…
La donna guardò perplessa la testa fasciata, esitò, poi disse:
— Ma sí… — e lo fece passare.
Nello stesso istante si aprí la porta di fronte, vi balenò un paio di occhiali a molla d’oro. La donna col camice disse:
— Signori, questo malato passa subito.
Il barista non fece in tempo a guardarsi intorno che si ritrovò nello studio del professor Kuz’min. In quella stanza oblunga non c’era niente di terribile, di solenne, di ospedaliero.
— Che cos’ha? — chiese con voce gradevole il professor Kuz’min, guardando con una certa preoccupazione la testa fasciata.
— Ho appena saputo da fonti autorevoli, — rispose il barista, guardando incupito un gruppo fotografico sotto vetro, — che nel febbraio dell’anno prossimo io morrò di cancro al fegato. La supplico di debellarlo!
Il professor Kuz’min da seduto che era si buttò contro l’alto schienale gotico della poltrona di cuoio.
— Scusi, non la capisco… Lei… è stato dal medico? Perché ha la testa fasciata?
— Ma che medico… Lo vedesse… — rispose il barista, e cominciò a battere i denti. — Non faccia caso alla testa non c’entra… Se ne infischi della mia testa, non ha niente a che vedere… Il cancro del fegato, la prego di debellarlo!…
— Ma scusi, chi gliel’ha detto?!
— Gli creda! — implorò il barista. — Lui lo sa!
— Non capisco niente! — diceva il professore stringendosi nelle spalle e facendo scorrere indietro la poltrona. Come può sapere quando lei morrà? Tanto piú se non è un medico!
— Nella quarta corsia, — rispose il barista.
Il professore guardò il paziente, la sua testa, i pantaloni umidi, e pensò: «Ci mancava solo questo: un pazzo…» Chiese:
— Lei beve vodka?
— Non l’ho mai assaggiata, — rispose il barista.
Un minuto dopo era svestito, disteso su un freddo divano di tela cerata, e il professore gli tastava il ventre. A questo punto bisogna dire che il barista divenne di umore molto piú allegro. Il professore affermava categoricamente che nello stato attuale, o almeno in quel preciso istante, il barista non presentava alcun sintomo di cancro, ma visto che… visto che aveva paura, e che qualche ciarlatano lo aveva spaventato, bisognava fare tutti gli esami…
Il professore scriveva foglietti su foglietti, spiegando dove andare e che cosa portare. Inoltre scrisse un biglietto per il neuropatologo professor Bure, dicendo al barista che aveva i nervi in uno stato spaventoso.
— Quanto le devo, professore? — chiese il barista con voce tenera e tremante, tirando fuori il portafoglio gonfio.
— Faccia lei, — rispose secco e brusco il professore.
Il barista tirò fuori trenta rubli e li pose sul tavolo, poi con una dolcezza inattesa, quasi a imitare la mossa vellutata di un gatto, sopra le banconote da dieci rubli, pose, facendolo tintinnare, un rotolino avvolto in carta da giornale.
— Che cos’è? — chiese Kuz’min arricciandosi un baffo.
— Li accetti, signor professore, — sussurrò il barista, — la supplico, debelli il mio cancro!
— Si riprenda immediatamente il suo oro, — disse il professore, orgoglioso di sé. — Farebbe meglio a sorvegliare i suoi nervi. Domani stesso porti l’orina da analizzare, non beva molto tè e mangi tutto senza sale.
— Anche la minestra? — chiese il barista.
— Tutto senza sale, — ordinò Kuz’min.
— Eeh! — esclamò malinconico il barista, guardando intenerito il professore, poi si riprese le monete e indietreggiò verso la porta.
Quella sera il professore aveva pochi pazienti e l’ultimo se n’era andato con l’approssimarsi del crepuscolo. Togliendosi il camice, il professore diede un’occhiata al punto dove il barista aveva lasciato le banconote, e vide che non ce n’era l’ombra, ma al loro posto c’erano invece tre etichette di Abrau-Djurso.[17]
— Ma che roba! — borbottò Kuz’min, strascicando la falda del camice e toccando i pezzi di carta. — Non è solo schizofrenico, ma anche un furfante! Ma non capisco che cosa volesse da me. Il biglietto per l’esame dell’orina? Oho!… Ha rubato i cappotti! — E il professore corse in anticamera, sempre col camice infilato su un braccio solo. — Ksenija Nikitisna! — gridò con voce acuta sulla porta dell’anticamera. — Guardi un po’ se i cappotti ci sono tutti?
I cappotti c’erano tutti. Quando però il professore tornò alla sua scrivania dopo essersi finalmente tolto il camice, sembrò mettere radici nel pavimento, con lo sguardo concentrato sulla scrivania. Nel punto dove prima stavano le etichette c’era un gattino nero, un orfanello, con un musetto triste, e miagolava sopra un piattino pieno di latte.
— Ma che roba è questa, scusate?! Questa poi… — E Kuz’min sentí che la nuca gli era diventata fredda.
Al grido sommesso e lamentoso del professore arrivò di corsa Ksenija Nikitisna, e lo calmò subito dicendo che uno dei pazienti gli aveva di certo lasciato di nascosto il gattino, e che queste cose capitano spesso ai professori.
— Saranno poveri, — spiegò Ksenija Nikitisna, — mentre da noi, naturalmente…
Cercarono di indovinare chi poteva averlo portato. I sospetti caddero su una vecchietta che aveva un’ulcera allo stomaco.
— Certo che è lei, — diceva Ksenija Nikitisna, — avrà pensato: «Io devo morire lo stesso, ma mi dispiace per il gattino».
— Ma scusi! — esclamò Kuz’min. — E il latte?… Ha pure portato il latte? E il piattino, eh?
— L’ha portato in una boccetta, e qui l’ha versato nel piattino, — spiegò Ksenija Nikitisna.
— Comunque, porti via il gatto e il piattino, — disse Kuz’min, ed accompagnò lui stesso alla porta Ksenija Nikitisna. Quando tornò, l’ambiente era di nuovo cambiato.
Appendendo il camice all’attaccapanni, il professore udí delle risate nel cortile. Diede un’occhiata alla finestra e, naturalmente, trasecolò. Attraverso il cortile, verso l’ala opposta della casa, correva una signora con la sola sottoveste addosso. Il professore conosceva perfino il suo nome: Mar’ja Aleksandrovna. Chi rideva era un bambino.
— Che roba è questa? — disse con disprezzo Kuz’min.
Dietro la parete, nella camera di sua figlia, un grammofono attaccò il fox-trott Alleluja, e nello stesso istante il professore udí alle proprie spalle il cinguettio di un passerotto. Si voltò, e vide un grosso pass